La Violenza nei Videogiochi
15 maggio, 2007 di Vortexmind
Archiviato in Consumo CriticaMente

USA. Paul Hwang, diciassettenne americano iscritto alla Clements High School viene espulso dalla propria scuola dopo aver diffuso in internet una mappa di gioco di Counter-Strike. La mappa infatti è una fedele riproduzione tridimensionale dell’edificio della Clements, e qualche genitore allarmato ha pensato che il ragazzo si stesse “allenando” in virtuale, aumentando il proprio senso tattico della zona prima di rendere operativa una classica missione “search & destroy” nell’istituto.
La casa dello studente, sottoposta a perquisizione da parte degli agenti di polizia, ha portato alla luce una pericolosissima arma di distruzione di massa: un martello dall’aspetto minaccioso. Fortunatamente gli agenti non sono riusciti a inoltrarsi fino al laboratorio di bricolage del padre, dove avrebbero potuto facilmente scovare pericolosissime sparachiodi a la Quake. Allo studente è stato inoltre proibito severamente di partecipare alla cerimonia di diploma. Pensano infatti che possa nascondere pericolosissime stellette ninja all’interno del celebre cappello nero.
Per chi non lo conoscesse, Counter-Strike è uno sparatutto multiplayer in prima persona in cui bisogna interpretare, a scelta, un terrorista o un membro delle forze speciali. Le partite si svolgono in mappe che riprendono svariate locations (supermercati, case, depositi, stazioni e via dicendo), e lo scopo è quello che vi potete immaginare: salvare ostaggi o disinnescare bombe (oppure battersi affinchè ciò non avvenga, se interpretate i cattivi). Attorno ai giochi si è sviluppata un’ampia comunità di appassionati che, regolarmente, rilascia nuove mappe che permettono di giocare in ambientazioni sempre nuove.
L’errore di Paul (oltre ad essere uno sporco muso giallo uguale a quell’altro che la strage l’ha fatta per davvero) è stato quello di creare una mappa e di rilasciarla in rete, e tutto è andato bene finchè i genitori di un altro studente non hanno deciso che quella mappa (e non le Beretta in regalo negli Happy Meal) era un serio pericolo per la sicurezza nazionale.
Non ha nemmeno aiutato ricordare che anche l’autore di un’altra triste strage (europea) era un giocatore di Counter-Strike. Ricordo qualche anno fa anche un caso di omicidio in un internet point coreano, dove un giocatore (che era rimasto davanti allo schermo per più di un giorno intero senza pause e sotto l’effetto di droghe) aveva deciso di eliminare realmente un’avversario seduto lì vicino che non era assolutamente in grado di uccidere virtualmente.
Quindi: Counter-Strike è un gioco che induce all’omicidio? La risposta a questa domanda è necessariamente no. Perchè i giocatori di Counter-Strike nel mondo sono centinaia di migliaia. E la maggior parte di essi sono persone come tutti. Se un domani scoprissimo, ad esempio, che Tizio (che si è barricato in un supermercato e ha fatto fuori qualche decina di clienti con un machete) era ghiotto di gelati al cioccolato, aveva una Ford Fiesta e andava in vacanza a Cesenatico, dovremmo forse concludere che questi elementi inducono all’omicidio? Vedete voi.
Posso capire che, di fronte a certe situazioni mentali precarie, stimoli di questo tipo possano (ipotizzo, non sono un addetto ai lavori) indurre certe persone a compiere atti efferati. Ma qui il problema non è il casus belli, quanto più la mancata vigilanza nei confronti di persone che evidentemente non hanno pieno titolo per agire con raziocinio e in libertà. Se censuriamo Counter-Strike (o gli altri giochi imputati), allora forse ci converrebbe togliere dalla circolazione anche le monete da 50 centesimi. Assurdo.
Io sono (o meglio ero, visto il poco tempo che mi è rimasto per queste cose) un giocatore di Counter-Strike. Non solo ero un giocatore, ma ero capoclan di una squadra di giocatori. La maggior parte di essi sono persone splendide, con cui sono ancora in contatto e che ho incontrato ai ritrovi di massa di videogiocatori (le LAN, in gergo). Assieme a noi giocavano anche adorabili donzelle: non me le immagino proprio ad abbattere esseri umani con lo sguardo di ghiaccio. Poi chi lo sa, i fatti della vita sono vari
Quello che però è certo è la (quasi sempre) totale ignoranza in materia di chi vede il demonio nei videogame. Storia vecchia: quando si può trovare un capro espiatorio in quattro e quattr’otto e mettersi a posto la coscienza, perchè tirarsi indietro?
Mi è capitato, recentemente, di partecipare a un dibattito in cui si sosteneva che l’evoluzione dei videogiochi, letta alla luce della spettacolarizzazione degli eventi di guerra sui media (basti pensare alle famose immagini infrarosse di Baghdad illuminata dai proiettili traccianti), possa essere vista come un disegno per decontestualizzare e disinfettare la realtà bellica, portando lo spettatore a credere che le cose avvengano in maniera totalmente asettica. Io ritengo che questa sia una forzatura, perchè uno spettatore attento, che magari si è informato anche con altri mezzi, è in grado di valutare la pretesa realisticità delle immagini che vede, o del gioco con cui si sta intrattenendo. Se si salta questo passaggio, allora il problema non è più nel gioco in sè o nel servizio del TG, quanto nella limitatezza culturale dello spettatore.
Così si assistono (periodicamente) ai soliti affondi, che vengono amplificati dai media. Citiamo qualche caso:
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Un vecchio articolo di Repubblica del 1999 riguardo ad un torneo multiplayer
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Il veto del ministro Fioroni (poi mi ricordo che in questo momento è al Family Day a braccetto con Mastella e il cerchio si chiude)
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Rule of Rose, dove il giornalista riesce a mettere vicine, in poche righe, le parole perversione, violenza e bambini. Un cocktail da idrofobia fulminante per l’italiano medio.
Potrei citare i vari Carmageddon (e la patch per sostituire poveri, innocenti alieni alle persone), Grand Theft Auto, Rise of The Triad … cambiando prospettiva potremmo parlare di America’s Army (gioco ufficial-promozionale della U.S. Army). Potremmo parlare di cosa succede quando giochi pensati per un certo mercato (Biko 3) finiscono da tutt’altra parte. Di come trattare le condotte illecite ma virtuali. Ma andremmo fuori dal seminato.
Io ho giocato a tutto. Ho spaccato la testa ai passanti con la mazza da baseball. Ho tagliato in due esseri umani con la motosega. Ho assassinato decine di migliaia di persone, fatto esplodere auto e corpi, mitragliato caseggiati interi. Ho sganciato bombe al napalm sopra a foreste, abbattuto ogni tipo di aereo e/o elicottero. Accoltellato donne e vecchi. Ho modificato il codice sorgente di certi giochi perchè apparisssero più budella del previsto. Avete paura ora?
Io avrei più paura ad essere indagato ed espulso dalla mia scuola per aver creato un modello 3D. Se cominciamo a censurare una forma di intrattenimento (perchè è di questo che si tratta), allora forse stiamo guardando la questione da un punto di vista errato.
Tra l’altro, per concludere, vorrei segnalare un libro che ho adocchiato in libreria e mi è parso a prima vista interessante, relativamente al tema della violenza: William T. Vollmann – Come un’onda che scende e che sale. Citandone la descrizione
All’inizio deI 2004 negli USA viene pubblicato “Rising Up and Rising Down”, un trattato sulla violenza in sette volumi di 3.300 pagine, che riceve immediatamente un’ondata di consensi che gli valgono una nomination per il National Book Critics Circle Award. L’anno successivo ne esce una versione ridotta a un solo volume che rappresenta il frutto di oltre vent’anni di lavoro. Vollmann ha scritto uno studio su uno dei fenomeni centrali dell’esperienza umana: la violenza. In queste pagine politica, sociologia, giornalismo, storia e letteratura si fondono in un originalissimo mix nel quale si alternano eventi remoti, scritti di dittatori, meditazioni filosofiche e acute osservazioni sulla vita odierna in diverse aree del mondo (Cambogia, Somalia e Iraq)…
A questo punto preferirei investire tempo e denaro in questo libro (magari qualcuno l’ha già letto e mi può consigliare), piuttosto che leggere le panzane di Fioroni o di chi per lui.
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Effettivamente credo che tutto rientri in una banale questione di gusti: c’è chi preferisce giocare ad essere Schumacher dentro un bolide di formula uno o chi essere un pazzo criminale pronto a sbudellare un passante.
Alla fine solo questione di gusti…
ahahaha! anch’io ho massacrato migliaia di persone con carmageddon e simili.
Potevo rimanere offeso eh!
io mi ricordo invece che i miei genitori non mi facevano guardare i film di bud spencer o di bruce lee perchè avevano paura che mi ammazzassi con i miei amici, preoccupazione comprensibile se vista con gli occhi di un genitore (per non parlare del wrestling).
tuttavia mi ricordo anche di un seminario inerente al dolore nei malati terminali. oltre a una serie di informazioni tecniche e scientifiche ricordo l’intervento di due psicologhe le quali, dati alla mano, evidenziarono come i bambini avessero grandi difficoltà nell’elaborazione del lutto soprattutto coloro che guardavano cartoni animati, o giocavano con videogame cosidetti “violenti”. sostenevano che le continue resurrezioni di quei personaggi fantastici avevano un effetto tremendo sulla psiche dei fanciulli che non erano in grado di prendere coscienza dell’accaduto.
non si riferivano quindi solo a pazzoidi con tendenze omicide che sarebbero tali anche senza l’ausilio di giochi o quant’altro.
il problema quindi esiste o no, per chi per limiti di età e di sviluppo ha una limitatezza culturale per così dire fisiologica?
“tu non sei un addetto ai lavori”…
probabilmente sei un 30enne “ragionevolmente” sano che gioca A TUTTO
(spaccando teste e segando corpi umani..)…
Ma se gli psicologi che “curano” bambini e preadolescenti incapaci di distinguere la realta’, con la mente obnubilata da giochi che stimolano certe “tendenze” , lanciano un allarme….forse e’ il caso che venga preso in considerazione!
Ma certi giochi vendono piu’ di altri…..ed il dio denaro….
Certamente il mercato dei videogiochi va regolato per quanto riguarda la distribuzione dei contenuti, perchè è in grado di influenzare il pensiero delle persone così come un qualsiasi altro evento a cui un essere umano viene esposto.
Ma una cosa è controllare che videogiochi violenti vengano venduti a dei bambini in pieno processo formativo, e tutt’altra cosa è vietarne completamente la vendita. Questo perchè i bambini sono più facilmente influenzabili, mentre un adulto è (teoricamente) più formato e responsabile.
Detto questo bisogna tenere presente che le suddete considerazioni valgono per qualsiasi cosa, dai calciatori che si prendono a testate, alle risse in tv, alle tipe che ballano seminude nei varietà.
Stigmatizzare i videogiochi senza porre la premessa per un discorso più generale è pura ipocrisia o ignoranza.
Condivido in pieno l’opinione di 3eowulf.
Inoltre aggiungerei: io giocavo a mortal kombat (sigh…) da bambino ma ancora non ho strappato testa-spina dorsale a nessuno (sto lavorando sull’estrazione del cuore ancora pulsante al momento).
Questo perchè i valori in cui credo mi sono stati insegnati dai genitori, non dall’amiga 500 (sigh…). Se un bambino viene lasciato solo per ore davanti a un computer la responsabilità è dei genitori, non di chi produce i software o li vende.
La mia opinione è che il videgioco sia una forma d’arte non dissimile dal cinema, dalla letteratura e dalla musica. Anzi, per certi versi, integra tutte queste forme d’espressione creando un intrattenimento molto sofisticato.
Proprio per questo motivo, credo che vadano applicate tutte le cautele e i criteri di selezione che gia’ mettiamo in atto per queste forme di espressione.
Un videogioco dove l’unico obbiettivo e’ uccidere sara’ da trattare come un film porno, un altro dove l’unico scopo e’ mettere la palla in rete sara’ da trattare come una canzone di gigi d’alessio.
In pratica se un bambino di 8 anni gioca a carmaggeddon dovrebbe essere molto + grave del fatto che lo abbiamo beccato a guardare un film con una coppia che fa l’amore.
Nel primo caso subisce il fascino della violenza. Nel secondo si limita solo ad anticipare i tempi.
Questo secondo me,
…Forma d’arte?
Per qualche video gioco….forse…
Ma quale forma d’arte o di espressione riesci ad intravedere in un video gioco “violento” (perche’ di immagini violente si tratta), o in un film porno?
Visto che il danno sulla psiche dei bambini e’ “documentato”…
e non sempre, gli stessi godono della presenza amorevole dei genitori…
Dato che l’utilita’ io riesco a leggerla solo in chiave di “utile”(soldi)…
Perche’ certi giochi continuano a circolare?
I 30enni saggi non riescono a farne a meno?
Perche’?
Cosa non riesco a capire?
Oggi non riesco a far tacere la “bigotta” che e’ in me?:-)
“Perche’ certi giochi continuano a circolare?
I 30enni saggi non riescono a farne a meno?
Perche’?
Cosa non riesco a capire?”
Mah io penso sia questione di gusti, magari te preferisci una scampagnata, un buon libro, musica, cinema, pesca, sport…
(tutte cose di cui puoi fare a meno, ma sai che palle).
Hai sforato di 5 anni. Ma posso dirti che possiedo un PC da quando ho 8 anni. Uno dei giochi che mi ha disadattato maggiormente è stato Sim City. Mentre gli altri guardavano Italia 90, io cercavo disperatamente di trovare i fondi sufficienti a costruire una nuova centrale a carbone.
E dimentichi un’altra cosa importante: molti dei giochi “violenti” sono V.M. 18. Se poi i negozianti se ne sbattono le palle, o i genitori fanno finta di non vedere a cosa (e soprattutto COME) giocano i loro figli … non è certo un problema di chi li vende. Ad esempio, quando ero piccolo, i miei genitori mi proibivano tassativamente di stare più di mezz’ora – un’ora davanti allo schermo ogni giorno. Ti rimando a questo per chiarire il concetto che voglio esprimere.
Sul fatto che “circolino” certi giochi , de gustibus non disputandum est. Fosse per me, io il bollino V.M. 18 lo appiccicherei alla Bibbia, e per i più grandicelli anche un bell’adesivo “Attenzione crea dipendenza” ^___^
@Mentecritica: un bambino di 8 anni può tranquillamente giocare a Carmageddon se prima ti assicuri che abbia capito che è un gioco e una finzione (demenziale, peraltro) e non un qualcosa da emulare. Preferirei un bambino che gioca a Carmageddon con il padre, piuttosto che un’altro che passa 6 ore al giorno a giocare a Iss Pro Evolution da solo in casa.