La valutazione delle politiche pubbliche – 1) La promessa 28


In questi ultimi mesi sono usciti su MC diversi articoli sul tema della democrazia e su quello della razionalità necessaria nella gestione della politica e della cosa pubblica (in fondo a questo post riporto i link). Testi non coordinati che però forniscono materiale interessante e costruttivo per pensare responsabilmente all’Italia, al futuro, alle strade da intraprendere per cogliere nuovi slanci e speranze. Mi colloco all’interno di tale dibattito spontaneo con un tassello che reputo necessario, quello della valutazione delle politiche pubbliche. In questo primo post racconto cosa si debba intendere e quali benefici potrebbe portare se adeguatamente realizzata, mentre in un secondo prossimo contributo descriverò perché non si riesca a fare adeguatamente in Italia.

Cosa non è valutazione (almeno ai fini di questo post): anche se i comunicatori ci insegnano a non iniziare un’argomentazione con la parte negativa, sono talmente tanti gli equivoci sulla valutazione che devo per prima cosa sgomberare il campo dai dubbi. In questo post non mi occupo di:

  • valutazione di impatto ambientale: una cosa molto tecnica, molto importante, che non riguarda le politiche pubbliche e opera con tutt’altri metodi;
  • valutazione delle performance, in particolare dei dipendenti pubblici: purtroppo il lato triste della valutazione, quello molto conosciuto e a volte temuto dai dipendenti della PA e legato agli incentivi, basata su schede e scartoffie da compilare in maniera rigida e poco utile per la comprensione delle cose;
  • valutazione scolastica: la valutazione dell’apprendimento è tutt’altra cosa di quella che vi racconterò qui, ed è competenza di pedagogisti e psicologi, avendo a che fare col rapporto uno-uno (il docente e il suo allievo); quella delle politiche scolastiche in salsa Invalsi, con i suoi test, è parimenti un terreno complesso, importante ma molto distante da quanto sto per illustrare.

La valutazione delle politiche pubbliche (e dei programmi e progetti, delle organizzazioni…) riguarda gli aspetti sociali ed economici (e culturali, e gestionali, fra un attimo vedremo meglio) dell’azione pubblica. Non riguarda né il comportamento di materiali, particelle chimiche, solidità delle faglie, né i tratti distintivi (competenze, apprendimento, abilità) dei singoli individui. Tutte cose legittimamente chiamate “valutazione” (parola generica che comprende molte specificazioni) ma non incluse in quella che in tutto il mondo si chiama program evaluation, policy evaluation o, semplicemente, evaluation.

Cos’è la valutazione delle politiche pubbliche: in breve

con ‘valutazione’ s’intende l’insieme delle attività collegate utili per esprimere un giudizio per un fine pubblico, giudizio argomentato tramite processi di ricerca che ne costituiscono l’elemento essenziale e imprescindibile di affidabilità delle procedure e fedeltà delle informazioni utilizzate per esprimere quel giudizio.

La valutazione è sostanzialmente la raccolta di dati e informazioni utili per sostenere una decisione pubblica. Quindi:

  • Ci deve essere una decisione pubblica (politica, amministrativa, organizzativa…) in un contesto di complessità sociale, tale che non appaia chiaro cosa (o come, o quando) si debba fare; ecco perché in generale si parla di valutazione di politiche o programmi; la valutazione non è richiesta per piccole attività marginali e circoscritte, ma per macro-problemi onerosi, che coinvolgono popolazioni rilevanti, spesso con soluzioni alternative (scegliere se fare una determinata cosa oppure un’altra, date le risorse limitate);
  • la valutazione può riguardare una decisione da prendere (faremo meglio a fare questo o quest’altro? Ci saranno benefici concreti da tale politica? – in questo caso si parla di valutazione ex ante); una politica in corso (stiamo facendo bene? Stiamo perseguendo gli obiettivi stabiliti? Si può migliorare quello che stiamo facendo? – in questo caso si parla di valutazione in itinere); una politica o un programma già conclusi (rendicontiamo ciò che è stato fatto; abbiamo raggiunto gli obiettivi? Cosa abbiamo ottenuto? – in questo caso si parla di valutazione ex post);
  • anche se le articolazioni della valutazione sono molteplici, con una semplificazione possiamo dire che le finalità della valutazione riguardano il chiarimento sull’efficacia e/o sull’efficienza della politica o programma valutato;
  • tutta l’argomentazione della valutazione (il giudizio finale che esprime sull’efficacia e l’efficienza) è costruita imprescindibilmente sulla base di una ricerca valutativa (che è una fattispecie di ricerca sociale), e quindi raccogliendo dati e informazioni ed elaborandole secondo criteri e metodi di ricerca ispezionabili e verificabili. La valutazione non è mai un “parere”, ma sempre la sintesi di una ricerca.

A cosa serve, quindi, la valutazione? A capire. Perché nel mondo complesso non c’è più posto per il “buon” politico che come un padre di famiglia “sa lui” cosa si debba fare. Il mondo è globale e interconnesso; i gruppi sociali titolari di istanze, proposte e bisogni sono innumerevoli; le risorse sempre meno; le norme e i vincoli sempre più numerosi e complicati da decifrare. Cosa fare, per fare bene? Come spendere i pochi soldi, per servire al meglio una comunità? Quali bisogni hanno priorità, e perché? La valutazione, attenzione, non pretende di dare risposte “certe”. Ormai lontani gli anni del razionalismo ingenuo, oggi nessuno, armato di qualsivoglia teoria socio-economica, può pretendere di stabilire una qualunque “verità”. Magari, potrebbe dire qualcuno… La valutazione però sa raccogliere informazioni pertinenti, anche con tecniche ad hoc, e le sa elaborare e proporre in un insieme argomentato di proposizioni che aiutano a leggere il mondo, a comprendere le interconnessioni fra problemi e attori sociali. La valutazione è un’attività di apprendimento organizzativo, aiuta la riflessione  e l’auto-riflessione, a comprendere gli errori per non ripeterli (senza che tali errori siano additati come “colpe”) e capire i meccanismi che hanno portato al successo per cercare di replicarli. La valutazione – che pure ha un costo – aiuta a risparmiare denari impiegandoli meglio, a leggere con più probabilità di successo i bisogni trovando adeguate soluzioni e, cosa rilevantissima, aiuta la democrazia.

Valutazione e democrazia. La valutazione aiuta la democrazia nel senso che obbliga alla trasparenza e alla rendicontazione (da non intendere in senso puramente finanziario, nel gergo valutativo “rendicontazione” ha il significato di accountability, del render conto delle proprie decisioni). Tutti i tipi di valutazione (ma in particolare quella ex post) hanno – di più o di meno – questo obiettivo: mostrare che si è deciso non con superficialità, per consuetudine o peggio per favorire lobby ma per un bene comune per come si è saputo e potuto leggere e interpretare con una valutazione (e qui la terzietà del valutatore e il suo codice deontologico sono fondamentali). Rendicontare il proprio operato è raro in Italia (vedremo nella prossima puntata) ma ha un alto valore etico, oltre che politico. Una cosa però deve essere chiara: la valutazione favorisce i processi democratici ma non li determina; è una solida e forte democrazia che si nutre, fra l’altro, di valutazione delle sue azioni mentre, in contesti più problematici, il rapporto fra valutazione e democrazia è complicato e gioca a sfavore della prima (cui si chiede spesso un ruolo ancillare, servile o demagogico). E qui vediamo come tutto il mondo occidentale pratichi con continuità una buona  valutazione tranne, guarda caso, l’Italia, dove non tutte le esperienze sono positive, come vedremo.

(Segue – link disponibile dal 21 novembre 2013 alle ore 9.30).

Questo il dibattito sulla Democrazia qui su MenteCritica:

Questo il dibattito sulla razionalità necessaria nella conduzione della politica e del governo:

Altri articoli su MC che hanno a che fare, direttamente o indirettamente, con la valutazione:


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