La Siria, un paese senza pietà 4


Le prime testimonianze della città di Damasco si trovano nelle tavolette di Mari (2500 a.C.) e negli archivi di Ebla. Tavolette che avevo tradotto dal cuneiforme quando ero studentessa all’Università. La Siria che avevo studiato dalle pagine ingiallite del mio libro di Storia del Vicino Oriente Antico era un’altra, lontana, nel tempo e nello spazio. Una Siria ricca di storia, cultura, arte e fascino che aveva poco a che vedere con le macerie ed i cadaveri che ricoprivano le strade. Questo pensavo mentre con rabbia mi accingevo ad aprire la portiera del fuoristrada.

Era un fottutissimo percorso a ostacoli quello che stavamo per compiere io ed il fotografo Dominic, alle prime luci dell’alba. Un percorso fatto di edifici sventrati, nei quali, nel corso dei mesi, i ribelli avevano aperto dei passaggi, scavato trincee. Lo scopo di oltrepassare quella cortina rossa era la speranza di poter intervistare un rapace, divenuto agnello. Un soldato di Assad catturato e imprigionato a 60 km da Damasco.
Un portavoce dei comitati di coordinamento locale lo aveva riferito alla mia guida, Lemiee. Avremmo dovuto sbrigarci. Le labbra del soldato non avrebbero più emesso suono in capo a poche ore. Presto sarebbe stato giustiziato.
Non fa prigionieri questa guerra, la pietà non è di casa in Siria. Né dall’una né dall’altra parte.

Non appena la porta della prigione si era aperta, il rapace, era scattato in piedi e si era fatto avanti lasciando l’angolo più buio della stanza per sedersi accanto a me, per terra. Mi aspettava. Sapeva che sarei arrivata.

Nella penombra della cella di tre metri per due facevo fatica a respirare. Non avevo ancora aperto il taccuino che subito aveva deciso di prendere la parola e vomitarmi addosso le sue colpe. Impaziente di rivelare la sua natura.
“Sono un soldato alawita ed ho stuprato, torturato ed ucciso donne, uomini e bambini. Che Allah mi perdoni!”
Non riuscivo ad alzare lo sguardo verso quell’uomo, giovane all’apparenza. Alto, snello, un viso solcato da piccole rughe all’altezza delle tempie. I suoi occhi erano gli occhi di un uomo in cerca di perdono.
Avevo capito il significato di quelle parole concitate sebbene non parlasse molto bene in inglese. Come avevo capito, del resto, il suo desiderio, a poche ore dalla morte, di raccontare gli ultimi mesi della sua breve esistenza. Come avrei dovuto comportarmi davanti a uno stupratore, un carnefice, un assassino? Ero lì per ascoltare, non per giudicare. Ma facevo fatica ad accettare le sue nefandezze.

(c) 2012 weast productions

Nei suoi occhi percepivo la sua sofferenza e quella dei civili violati.
“Signora, ho ventotto anni e non vedrò i miei figli nascere, voglio confessarti quello che ho fatto, quello che stiamo facendo…non avere paura di me che sono alawita. Che Allah mi perdoni!”

Gli alawiti sono i combattenti più fedeli a Bashar al Assad. Quelli di cui si può fidare perché sono convinti che il loro futuro sia legato a doppio filo con quello del clan/famiglia Assad. Il padre di Bashar, Hafez al-Assad era un alawita, apparteneva cioè a una setta religiosa, di origine sciita, non ben vista dalla maggioranza sunnita. Gli alawiti erano addetti a lavori umili al servizio dei proprietari sunniti. Negli anni Venti con l’avvento dell’espansione coloniale, i francesi, li battezzarono alawiti, da Ali, genero di Maometto e capostipite degli sciiti. E li arruolarono nelle forze coloniali. Da quando la famiglia Assad è al potere a Damasco, ovvero oltre quarant’anni, gli alawiti sono nella polizia, nell’esercito, persino nel Governo. Essi temono la vendetta dei sunniti e si aggrappano al regime di Assad.

“Ho stuprato prima delle esecuzioni giovani donne condannate a morte…”
Il pensiero è corso alla compagna di Lemiee, la mia guida. L’avevano imprigionata perché lesbica, cattolica e ribelle. Forse era stata “sfregiata” con lo stupro per il suo essere diversa. Non l’avrei mai saputo ma l’idea che fosse successo era come un pungolo e la mia anima sanguinava di dolore. Per lei e per Lemiee.

“Dopo lo stupro le ragazze avevano uno sguardo vuoto, come se fossero pronte per essere giustiziate o volessero morire. Piangevano e gridavano dopo lo stupro…una è riuscita a suicidarsi gettandosi dalle scale del carcere mentre la stavano trasferendo nella sua cella.”

“Signora, ho stuprato e torturato anche uomini e bambini e mi piaceva…Erano i superiori che ci spingevano a non avere regole e scatenare la fantasia per torturare. Non eravamo più esseri umani, ma mostri, Signora, mostri.”

Dopo due ore di intervista, la guardia carceraria dei ribelli ha aperto la porta della cella. Il mio tempo era scaduto. Era terminato anche il suo.

Si è alzato, mi ha dato la mano guardandomi negli occhi. Sembrava sereno, come liberato da un peso più grande di lui. Lo hanno fucilato nel cortile del carcere, il rumore della raffica di kalashnikov mi ha raggiunta mentre salivo sul fuoristrada.


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