La Sete di Giustizia


In un mondo realmente laico la parola “giustizia” ha una connotazione disdicevole. Le persone educate dovrebbero evitare di pronunciarla e chiunque se la lasciasse scappare subirebbe degli sguardi di riprovazione. Di conseguenza, andrebbe assolutamente esclusa da ogni documento o nomenclatura ufficiale.
La ragione risiede nel fatto che essa è implicitamente inoculata di uno sgradevole ed inaccettabile contenuto morale. “Fare giustizia” presuppone un’operazione di riequilibro degli eventi in modo che tutto torni ad una condizione ideale di ordine precedente l’alterazione della stessa. E’ proprio l’accettazione dell’esistenza di una condizione ideale di ordine a introdurre implicitamente un contenuto di fede in un concetto che dovrebbe avere natura assolutamente terrena essendo la difesa della morale di riferimento competenza di un’amministrazione avversaria.

La “giustizia”, nell’accezione umana che è poi quella che ci compete, è solo la complessa articolazione di un patto tra competitori, regolato tramite le leggi, dove sono precisati i limiti operativi e le azioni di rivalsa messe in opera dalla comunità dei contraenti nei confronti di chi questi limiti operativi travalica. Il patto ha una sua finalità pratica perché rappresenta un efficace compromesso che concilia adeguatamente l’indispensabile esercizio della sopraffazione con l’efficienza della produttività. In società ben regolate gli uomini si sfruttano e si sopprimono reciprocamente, ma i servizi sottoposti alla produttività ed il prodotto interno lordo non soffrono danni eccessivi.

Auspicabilmente, il Ministero della Giustizia non dovrebbe esistere. E’ adeguatamente sostituito da un dipartimento minore del Ministero della Difesa (il dipartimento della difesa interna) in quanto non è l’affermazione di un principio ideale che deve essere tutelata, ma solo l’efficiente prevenzione del crimine e la sua rapida e feroce repressione.

In un contesto così configurato, il concetto di “rieducazione di un criminale” è offensivo per chi ha un approccio laico alla vita. La domanda da porsi è: rieducare a quale modello? Chi è il sacerdote titolato a definire uno schema comportamentale al quale si deve essere ricondotti? La convivenza sociale presume la totale libertà individuale con l’unico contenimento dettato dai limiti operativi posti a difesa del prodotto interno lordo. Chi passa questi limiti operativi la prima volta ha diritto all’applicazione di una rivalsa ridotta. Viviamo nell’universo entropico, sbagliare fa parte del gioco. La reiterazione, invece, pone il soggetto attuatore su un piano diverso per cui il suo contenimento fisico o, nei casi stabiliti, la soppressione, risultano misure non offensive nei confronti del reo. Contenerlo o sopprimerlo sono azioni militari di difesa, tentare di rieducarlo è un inaccettabile attacco al diritto primigenio di declinare la vita secondo i propri desideri e inclinazioni. Questo diritto è riconosciuto universalmente ad ogni essere vivente dalla nascita. Insetti, mammiferi e invertebrati sono liberi di fare quello che gli pare affrontando le relative conseguenze. Non esiste motivo perché un uomo debba essere sottratto di tale opportunità.

Questa breve nota sarebbe incompleta se non considerasse l’esigenza di vendetta per chi si sente profondamente leso nei legami e nelle proprietà. Va tenuto presente che in un mondo intellettualmente libero la vendetta è un concetto neutro. Si tratta di un’esigenza organica naturale per esseri come noi dove la componente emotiva è declinata su schemi intellettuali estremamente complessi. Sarebbe come condannare la fame e, non a caso, si parla di “sete di giustizia” o “sete di vendetta” rappresentando nella definizione un criterio biochimico di esigenza primaria ed impellente. In un mondo ideale la vendetta è perseguita solo ed esclusivamente perché l’esercizio indiscriminato della stessa è lesivo per la produttività. Alla vendetta si sostituisce l’efficacia e la ferocia dell’azione collettiva che deve saper essere più rapida e definitiva dell’azione scoordinata del singolo.


Informazioni su Comandante Nebbia

Sono stato un uomo mediocre. Ho avuto mille paure segrete e le ho tenute nascoste sotto una coltre di ruvida violenza. Ho camminato a caso e qualche volta mi sono fermato quando non dovevo. Ho muti rimpianti, una rabbiosa rassegnazione e vivo di severi silenzi. Ho amato i pigri pomeriggi d’estate, le stanze ombrose con gli scuri abbassati e i giorni cupi dell’inverno più freddo, quando il cielo grigio minacciava pioggia e i primi lampi squarciavano l’orizzonte.