La rivoluzione 36


Marco sentiva che la rivoluzione era nell’aria.
Lo vedeva nelle facce degli abitanti del suo paese. C’era rabbia, tantissima rabbia. Ogni giorno, durante il tragitto in treno che lo portava al lavoro, sentiva gente che si lamentava, che diceva di odiare i politici.
Tutti, proprio tutti, sentenziavano che era giunto il momento di cambiare.
“Non se ne può più”, era il refrain di ogni conversazione che riusciva a captare.
Non se ne può più dicevano, e lui non poteva non annuire.
Quello non era più lo sfogo momentaneo di un popolo arrabbiato, che poi però tornava a occuparsi dei fatti suoi, era una rabbia molto più profonda e radicata.
Il clima era cambiato e anche i giornalisti, generalmente molto asserviti al potere, avevano iniziato a mutare atteggiamento. Nel senso che, invece di mettere il microfono davanti al politico e lasciargli dire ogni cazzata che gli passasse per la testa, avevano iniziato a lanciare appelli ala governabilità del paese, al cambiamento. Si sprecavano editoriali e servizi su quanto fosse necessario un premier in grado di tirarci fuori dalla crisi.
Il tutto era condito da attacchi al movimento, definito: irresponsabile, incapace, spacca tutto, colpevole dello stallo politico-economico e istituzionale che aveva colpito la nazione.
L’ennesima “grande-coalizione” era durata meno di un anno, senza riuscire a cambiare nemmeno la legge elettorale. Si tornava a votare senza che nulla fosse cambiato rispetto a un anno prima. Nulla, tranne la disoccupazione, le tasse e il debito pubblico, che invece erano cresciuti ulteriormente.

«Non mi fare brogli eh?» disse scherzosamente Giulio. «Dobbiamo liberarci una volta per tutte da questi parassiti. Ora o mai più!» sentenziò scherzosamente.
“Meno uno alla rivoluzione”, pensò intanto Marco, poi rispose: «non preoccuparti Giulio, io controllerò che i brogli non li facciano gli altri, altroché!»
«Ma va là, scommetto dieci euro che quando al tuo seggio arriverà a votare “Quello” tu gli farai pure il baciamano!» urlò ilare Giacomo, per farsi sentire da tutto il locale.
“Quello” era il politico che aveva governato la nazione per oltre vent’anni, ormai nessuno lo nominava più, forse per la vergogna di averlo votato, forse per altri motivi. “Quello” aveva usato la grande coalizione per salvarsi ancora una volta dai tanti processi.
Marco non aveva mai capito perché tutti avessero smesso di chiamarlo per nome, ma si era adattato, in fondo non era importante. Si alzò dalla sedia e disse: «state a sentire tutti, accetto la scommessa di Giacomo!»
«Bene! » sentenziò l’altro «facciamo che chi perde laverà i piatti al bar per una settimana, che ne dici?» Poi, rivolgendosi al barista concluse: «Caffeina, ci stai? Dai, che una mano ti serve!»
«Me ne faccio un cazzo del lavapiatti, ho la lavastoviglie io! Offrite da bere a tutti, così sì che mi fate un favore!» disse Riccardo, il proprietario del bar. Caffeina per gli amici. Perché, come si diceva nel paese, oltre a caffè e cappuccino sapeva fare ben poco.
«Sempre a lamentarti eh?» rispose Marco a Caffeina. «D’accordo, allora caffè per tutti, che se chiedete a Caffeina un cocktail quello vi intossica!» urlò poi.
«Ma va a cagare» rispose il Caffeina, solo che i suoi improperi furono sommersi dalle fragorose risate degli avventori.
Risero tutti, tranne il Caffeina e Andrea.
Quest’ultimo da quando aveva perso il lavoro se ne stava in disparte, a bere birra e a mugugnare contro il mondo.
E infatti, contro il mondo urlò: «che cazzo ridete! Non vi rendete conto che siamo nella merda? Sono mesi che non ho un lavoro e non so come pagare il mutuo di casa. Non c’è un cazzo da ridere!»
«Ma dai, si scherzava, suvvia» provò sommessamente a dire uno degli avventori, colpito da un improvviso senso di colpa.

Marco invece sensi di colpa non ne aveva, e rispose per le rime ad Andrea, che nel frattempo aveva ripreso a trangugiare birra.
«Fanculo Andrea» gli disse. «Tu almeno un lavoro ce l’avevi. Io non l’ho mai avuto! Cosa vuoi da me? Hai votato per vent’anni questa gente, ora pagane le conseguenze e non rompere il cazzo!»
Nel bar calò un silenzio imbarazzante.
Fu di nuovo Andrea a ridare vita al locale. Con voce ferma disse: «questa volta voterò bene, puoi starne certo!»
«Bravo!» gli rispose Giulio.
Marco invece rimase in silenzio. “Meno uno” pensava “meno uno…”.
E mentre Marco contava quell’unico giorno che lo separava dal cambiamento gli altri avevano ripreso a ciarlare: «sì, giusto, domani gli facciamo un culo così! Questi parassiti devono scomparire!» urlò un tizio ciccione di cui Marco non ricordava nemmeno il nome.
«Ora nessuno ha più scuse. Nessuno potrà più dire che non era a conoscenza della situazione! Ora sappiamo e la conoscenza ci rende liberi! Votiamo bene cazzo!» concluse Giacomo.

Il giorno delle elezioni arrivò, e Marco vinse la scommessa con Giacomo.
Quando “Quello” arrivò, circondato da guardie del corpo e giornalisti, lui si rifiutò di stringergli la mano e aggiunse, per evitare equivoci di sorta: “non stringo la mano a un ladro”.
“Quello” abbozzò un sorriso. Poi, tra gli astanti, si sollevò un coro di “buuu”.
Marco fu preso dal dubbio che quelle urla fossero rivolte a lui e non a “Quello”, che continuava a sorridere imperterrito.
Uscito dall’urna “Quello” si avvicinò di nuovo a Marco e gli sussurrò nell’orecchio: “hai sbagliato ragazzo. E gli errori, purtroppo per te, si pagano”.

I giornali online riportarono immediatamente la notizia del mancato saluto. Scoppiò il putiferio, qualche editorialista scrisse articoli piccati sul rispetto dovuto alle istituzioni, a prescindere dal proprio credo politico, qualcun altro dibattè sul ruolo super partes che deve avere un Presidente di Seggio. Su Facebook nacquero gruppi in difesa di Marco, mentre su Twitter l’hashtag “#nondolamanoaunladro” divenne uno dei top trend.

Marco fu comunque allontanato dalla Presidenza del Seggio. Il tempo di votare, poi andò via soddisfatto, ma anche un po’ preoccupato.  Le minacce di “Quello” si erano insinuate nel suo cervello, rovinandogli la giornata.

Giulio andò a votare subito dopo pranzo, per evitare code. Era sicuro della scelta che avrebbe fatto, ma una volta entrato nel chiuso della cabina le sue solide certezze vacillarono. La parola “governabilità” cominciò a tormentarlo. L’ultimo anno di governicchio era stato sfiancante per lui, pensò che in qualche modo bisognava fare qualcosa.

Caffeina aspettò che la moglie lo sostituisse al bar e poi si recò in cabina. E lì, nascosto agli sguardi altrui, come dentro un confessionale, pensò all’IMU che aveva pagato sul locale. L’odiata tassa era  aumentata ulteriormente in seguito alla revisione delle rendite catastali. Quel locale gli era costato anni di sacrifici e un mutuo, ma la crisi se lo stava portando via pezzo per pezzo. Doveva salvarlo, a tutti i costi.

Giacomo invece fu invitato a passare il fine settimana in Montagna. C’era Federica, la tipa a cui stava dietro da tempo, non poteva rinunciare. Promise a sé stesso che sarebbe andato a votare il lunedì di buonora, prima di andare a lavorare, ma si svegliò tardi.

Andrea alla cabina non ci arrivò mai. Era in una cella dell’obitorio, vicino al cadavere di sua moglie, a cui aveva tagliato la gola con una bottiglia di birra, l’ultima bevuta della sua vita.

La notte tra domenica e lunedì’ Marco fece un terribile incubo.
Le buste con i voti venivano consegnate ai messi comunali. Per qualche oscura ragione lui era l’addetto del Comune che si occupava di ritirare le buste e di inserire i dati degli spogli nel computer.
Man mano che i Presidenti di Seggio arrivavano con le buste lui le apriva, riportando poi il dato sull’elaboratore centrale.
Ma dai seggi arrivavano dati sconfortati: “Quello” era vantaggio in tutti i seggi, anche se di pochissimo. Quel poco però bastava per avere ancora una volta la maggioranza assoluta in Parlamento.
Il Movimento invece era indietro, anche rispetto all’altro grande partito.
Mentre leggeva sconfortato i dati, che lui stesso era costretto a ufficializzare, entrò in Comune “Quello” in persona. Portava con sé una busta. Era la busta del seggio in cui Marco aveva fatto il Presidente prima di essere cacciato.
«Lei non è autorizzato a portare le buste degli spogli!» gli urlò Marco.
Ma lui abbozzò soltanto l’ennesimo sorriso inquietante. Marco allora si alzò per strappare il plico giallo a “Quello”, che né approfittò per avvicinarlo con forza a sé e sussurrargli ancora una volta: «gli errori si pagano, ragazzo».
Marco allora provò a minacciarlo a sua volta: «lei è finito, domani il movimento vincerà e finalmente lei marcirà in galera!»
«Non capisci? Loro hanno bisogno di me. Io ci sono sempre stato e sempre ci sarò. Cambierò nome, cambierò faccia, potranno ammazzarmi, torturarmi, appendermi per la forca, lanciarmi monetine, ma poi torneranno sempre ad amarmi, perché loro hanno bisogno della mia guida. E anche tu hai bisogno di me».

In quel momento Marco si svegliò di soprassalto. Per fortuna il suo era solo un incubo.

Il giorno dopo lui e i suoi amici si ritrovarono di nuovo al bar per seguire i risultati degli exit poll. Tutti fecero i salti di gioia quando lo speaker del telegiornale lesse i risultati. A Marco sembrò di assistere a una finale del mondiale di calcio, Italia campione del mondo!
Il movimento, secondo gli exit pol, vinceva con una maggioranza larga in entrambe le camere.
Poi iniziò lo spoglio, e fu tutta un’altra storia.


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