La Rivolta Di Burgos 4


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Il sole splende sul viale ordinato, pulito e alberato. Gli autobus nuovi di zecca e le macchine scorrono placidamente nelle due corsie prive di buche. I ciclisti pedalano al sicuro in mezzo alla pista ciclabile, mentre i pedoni passeggiano tranquilli sugli ampi marciapiedi. Un perfetto jingle da centro commerciale accompagna il tutto.

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Questo ritratto idilliaco di come dovrebbe essere una moderna città europea è lo spot realizzato del comune di Burgos, città di 180mila abitanti nel nord della Spagna, per pubblicizzare il progetto del nuovo «bulevar» della Calle Vittoria nel quartiere Gamonal. Un progetto che, come esclama con innaturale enfasi la squillante voce pubblicitaria, dovrebbe portare Gamonal nel XXI secolo.

Peccato che in queste giornate d’inizio 2014 il «Gamonal del XXI secolo» abbia visto tutt’altro: barricate, cassonetti in fiamme, scontri furiosi con la polizia e vetrine sfondate.

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La rivolta della popolazione del quartiere inizia il 10 gennaio.  Alcuni comitati locali convocano una manifestazione contro il progetto, che tra le altre cose include la realizzazione di un parcheggio a pagamento incluso nel nuovo viale (attualmente i posti sono gratuiti). All’appuntamento si presentano appena 200 persone; col passare delle ore, però, la partecipazione aumenta considerevolmente.  Verso le dieci di sera – almeno stando alla versione della polizia – gli agenti caricano i manifestanti a seguito di un lancio di pietre, bottiglie e altri oggetti.

La battaglia va avanti per tutta la serata. I manifestanti, racconta Contropiano, passano all’offensiva «rimuovendo le transenne che limitavano l’accesso al cantiere del contestato parcheggio sotterraneo e incendiando alcuni contenitori della spazzatura, cabine telefoniche e addirittura una fermata del bus». Anche le vetrine di alcune banche vengono prese d’assalto. La prima notte di tumulto si chiude con 17 arresti e parecchi feriti.

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Non è finita qui. Nei giorni successivi la protesta dilaga e gli scontri con la polizia aumentano d’intensità, portando all’arresto di più di 40 persone. Il governo del conservatore Mariano Rajoy – lo stesso che vuole far approvare leggi a dir poco liberticide per impedire qualsiasi manifestazione – decide di inviare un contingente di 100 agenti per placare i riot. Nel frattempo, appare sempre più evidente che il bulevar è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso e che a Burgos si stia protestando contro qualcosa di più profondo di un semplice viale.

Per anni, addirittura prima della bolla immobiliare che ha messo in ginocchio il paese iberico, Burgos è stata una delle città spagnole in cui il prezzo delle case era tra i più alti, superata solo da Madrid, Barcelona e San Sebastian. Eppure, Burgos è una città di medie dimensioni, storicamente conservatrice e senza troppe particolarità: non è una città dove c’è stato un miracolo economico; non è una zona esclusiva/di lusso. Ignacio Escolar, giornalista di El Diario e nativo della città, ha individuato le cause di questa anomalia nella corruzione e nella speculazione edilizia. Due fattori che, nel caso di Burgos, s’intrecciano in una sola persona: il costruttore Antonio Miguel Méndez Pozo, detto “el Jefe” e considerato da molti il manovratore (nemmeno troppo occulto) della vita politica del comune.

Nel 1992 Mèndez Pozo venne condannato a sette anni e tre mesi di carcere per una gigantesca frode sugli appalti pubblici. La condanna, tuttavia, non fermò la sua ascesa. Nell’arco di due decenni, “el Jefe” è riuscito a creare un impero economico che include radio, televisioni, giornali (tra cui il Diario de Burgos, il principale quotidiano della città) e aziende edilizie. È sua, infatti, una delle aziende legate al Partido Popular – partito di destra che esprime il sindaco della città, Javier Lacalle – che hanno ideato il piano di “riqualificazione” di Calle Vittoria.

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Per i cittadini, il bulevar non è quindi solo uno spreco di denaro pubblico (otto milioni di euro) per un Comune che ha accumulato oltre 500 milioni di euro di debiti; è l’ennesima aggressione speculativa ai danni di un quartiere fortemente colpito da crisi e disoccupazione che, logicamente, avrebbe ben altre esigenze. Un abitante, riferendosi al progetto, ha dichiarato a El Pais: «è tutto molto estetico, tutto molto carino, ma per noi è inutile». Un giovane, intervistato dal quotidiano La Marea, ha spiegato così le ragioni che stanno dietro alla sommossa: «Quello che sta succedendo non è uno sfogo violento. Si vogliono sperperare milioni di euro subito dopo aver chiuso gli asili nido più importanti per il quartiere, perché si suppone che non ci siano soldi, mentre si rinuncia ad accendere l’illuminazione pubblica e si riducono le ore di apertura dei centri civici».

Non stupisce, dunque, che gli abitanti abbiano supportato la protesta sin da subito e ripudiato la narrazione mainstream degli eventi, che ha cercato di addossare la responsabilità degli scontri a «violenti infiltrati» venuti da fuori. Un residente ottantenne si è speso in difesa delle persone arrestate: «Hanno agito per una giusta causa. È il sindaco a dover essere cacciato da Burgos». Una piccola commerciante ha detto, sempre a La Marea, di «non essere coinvolta in questi disordini» ma di comprenderli appieno: «Le persone hanno protestato pacificamente per due mesi. Li ho visti sfilare più volte ma il comune non le ha mai ascoltate. Ora hanno bruciato qualche cassonetto e, guarda caso, tutta la stampa nazionale è qui».

Il 13 gennaio il Partido Popular, dal momento che la protesta non accennava a spegnersi, ha cercato di convincere il sindaco di Burgos a rinunciare al progetto. In un primo momento Lacalle garantisce che l’opera si farà comunque; la sera del 15 gennaio è però costretto a capitolare e annunciare il blocco dei lavori per «motivi di sicurezza».

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Durante la conferenza stampa, Lacalle non perde l’occasione per lamentarsi della «pessima immagine» che i disordini avrebbero dato alla città, insistendo che non corrispondevano alla normale realtà di Burgos. Una realtà che, come visto in precedenza, è di gran lunga più sordida e compromessa della protesta vista in questi giorni.

Il famoso sociologo americano Robert Park scrisse che la città è

il più riuscito tentativo da parte dell’uomo di plasmare il mondo in cui vive in funzione delle sue più intime aspirazioni. Ma se da una parte la città è il mondo creato dall’uomo, dall’altra è anche il mondo in cui è condannato a vivere. Così, costruendo la città l’uomo ha ricostruito, indirettamente e senza rendersene pienamente conto, se stesso.

Condannati a vivere in un mondo creato dalle cricche locali, gli abitanti del quartiere Gamonal – che già nel 2005 si erano rivoltati per ragioni simili – non hanno fatto altro che rivendicare con forza un diritto che era stato loro progressivamente usurpato dalla speculazione serrata degli ultimi anni: il diritto alla loro città.

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(Tutte le foto sono prese da Flickr)


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