Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "La Politica, l’Economia e la Finanza, per non parlare dell’Etica." è stato scritto da fma
Politica, Economia e Finanza non sono la stessa cosa, ma questo non vuol dire che non stiano bene insieme, o che si possa fare a meno dell’una o dell’altra. Un po’ come per cuore, fegato e polmoni, che fanno ciascuno un lavoro diverso, ma tutti ugualmente necessari al benessere e alla sopravvivenza dell’organismo.
Parlando dell’organismo fisico a nessuno viene in mente di sostenere la primazia di un organo su un altro. Ma non è sempre stato così, una volta si pensava che il cuore fosse la sede dell’anima e il cervello un semplice radiatore per raffreddare il sangue. La metafisica aiuta a dare un senso alla vita, ma può portare fuori strada. Così, trattando delle varie componenti dell’organismo sociale, molti continuano a parlare del primato di questa su quella. Mentre anche qui, forse, si tratta soltanto di una questione di ruoli.

Unanimemente la politica è considerata il cuore dell’organismo sociale. Secondo Aristotele solo gli animali e gli dei possono vivere isolati, cioè farne senza. L’uomo, zoòn politikòn, ha bisogno degli altri, sia per le necessità del vivere quotidiano, sia perché senza leggi ed educazione non potrebbe raggiungere la virtù. Lo Stato, qualsiasi ne sia la forma, è il risultato ultimo della convivenza sociale, pensato al fine di aumentare la felicità degli individui. O quantomeno di ridurne la fatica del vivere.
Non nel senso che gli attribuiva Montale, che resta una faccenda privata.
La massima espressione della politica sono gli stati nazionali, che cominciano a mostrare tutti i loro limiti davanti alle mutate condizioni del mondo. C’è bisogno che la Politica s’inventi qualcosa di nuovo.
L’Economia (oikos nomos) si occupa della produzione, della distribuzione e dell’impiego dei beni e dei servizi, rincorrendo l’equilibrio tra le contrastanti esigenze dei produttori e dei consumatori. Oggi l’Economia precorre la Politica e, sia pure con qualche freno, opera già a livello planetario.
La Finanza, che è nata per ultima, con la fine del baratto e l’avvento della moneta, si occupa dei processi con cui gli individui, le imprese, gli enti, le organizzazioni e gli stati gestiscono i flussi monetari (raccolta, allocazione e usi). Non ha confini e gode di amplissime libertà, troppe se confrontate ai limiti di cui soffrono la Politica e persino l’Economia, e talvolta se ne approfitta. Qualcuno per rimetterla in riga ha pensato di poterle contrapporre un alter ego virtuoso, la Finanza Etica. Come se la Finanza primigenia non ne seguisse alcuna. L’investitore etico nel perseguimento del profitto dovrebbe privilegiare le attività che rispondono a requisiti di responsabilità sociale e di sostenibilità ambientale. Si tratta di un evidente palliativo spinto sulla scena dalla latitanza della Politica. Non conosco nessuno che al momento di investire si faccia guidare dai rating etici e pochissime casalinghe che all’atto di fare la spesa bazzichino il reparto del commercio equo e solidale, sempre assai poco interessante dal punto di vista merceologico.

In un organismo sociale in buona salute la Politica disegna i confini entro i quali Economia e Finanza si possono muovere, badando di lasciare loro la massima libertà compatibile con il bene comune, che è la condizione nella quale riescono a dare il meglio. Non è interesse del corpo sociale una presenza debordante della Politica, che mortifichi inutilmente Economia e Finanza, col risultato di ridurre la disponibilità di beni e di servizi. Che non faranno la felicità, ma aiutano.
Quando la produzione di beni e di servizi si contrae non c’è Politica che possa impedire, a parità di sprechi, una corrispondente perdita di benessere. Includendo nel benessere, che vien meno con il declino economico, anche quei diritti che hanno un costo e sono dunque da considerarsi a pieno titolo elementi differiti della retribuzione, finanziati attingendo alla fiscalità generale.
Per ciò che riguarda la Finanza, se si riducesse per decreto, come alcuni vagheggiano, la libertà dei flussi monetari, ovvero il trasferimento dei capitali da una parte all’altra del pianeta, certamente ne trarrebbe vantaggio la stabilità del sistema economico, ma parallelamente le aree ricche si manterrebbero ricche e quelle povere rimarrebbero povere. Come se in un sistema idraulico si impedisse all’acqua di andare dall’alto al basso e di pareggiare i livelli interponendo delle opere di sbarramento. A parte la difficoltà intrinseca delle opere in sé, che postulano l’esistenza di una Politica in grado di progettare e di operare a livello globale, che non c’è, a parte questo, mi domando: ma una simile stabilità, ove fosse realizzata, sarebbe vantaggiosa, oltre che eticamente corretta nel suo complesso? Oppure la libertà degli investitori di scegliere tra l’Italia e la Cina alla fine garantisce alle risorse impiegate il migliore ritorno, di cui beneficia la maggioranza del genere umano, Italia esclusa?

Milton Friedman ti farebbe un monumento.
Peccato che i fatti dimostrino una realtà diversa.
I fatti sono tanti, ognuno pesca quelli che portano acqua alla propria tesi.
Tu, a quali fatto ti riferisci?
Fma assimilia la finanza ad un fenomeno “naturale” che è impossibile o molto oneroso contrastare.
Facciamo l’esempio di un fiume. Un fiume scorre da monte a valle e si sceglie la strada che gli fa più comodo, non passa vicino alla casa del mugnaio anche se sarebbe più giusto perché così lo aiuterebbe a macinare il grano.
Certo, i fenomeni naturali come i corsi delle acque si possono anche contrastare, ma costa tanta fatica ed è rischioso perché il fiume, se decide, straripa e riprende di nuovo il suo corso.
Chiusa la parentesi idrografica, l’assimilazione tra fenomeno naturale e finanza è, nelle proposizioni di fma, valido anche in termini di “fiducia” nella natura.
I fenomeni naturali si evolvono sempre verso lo stato più bilanciato energeticamente, quello che macroscopicamente viene definito equilibrio. Fma ha fiducia nella finanza come fenomeno naturale che provvederà, involontariamente, a redistribuire la ricchezza ed ad equilibrare, alla lunga, il sistema.
Diciamo che è vero, ma ho due osservazioni.
Mentre il sistema si equilibra, a prenderlo nel sedere siamo noi e, questo, ci rende oggettivamente meno fiduciosi nella trasformazione. Poi, mentre il benessere si distribuisce, aumentano anche le classi dirigenti che pretendono ricchezze per ordini di grandezza superiori. Se prima un funzionario politico cinese si contentava di una macchina con autista, ora un tycoon con gli occhi a mandorla vuole una flottiglia di aerei privati e un palazzo di oro e brillanti.
La ricchezza si redistribuisce, ma aumentano anche quelli che dopo aver versato il miele si leccano le dita.
Questi, paradossalmente, pesano enormemente sul fenomeno perché lo controllano e non ne permettono la “naturale” evoluzione.
Se la globalizzazione la avessero fatta le termiti sarebbe stata una rivoluzione molto utile all’ecosistema, se la fanno gli uomini, condurrà, inevitabilmente, alla guerra.
Il che, per la vita su questo pianeta, potrebbe essere anche non essere il male peggiore.
La Natura, il Sistema, hanno orizzonti temporali più ampi dei nostri e procedono per strade tremendamente tortuose.
Sì, nelle transizioni qualcuno ci guadagna e qualcuno ci rimette.
Oltretutto i guadagni e le perdite non sono distribuiti secondo criteri etici, ma “fisici”: a chi tocca tocca. Nel nostro caso tuttavia le perdite, oltre che inevitabili, sembrano persino giuste, visto come ci stiamo comportando.
Naturalmente non ci farà meno male per questo.
Le classi dirigenti.
E’ vero che tendono a corrompersi e dunque a perdere in efficacia. Il sistema generale ne avrà comunque un vantaggio fintanto che le nuove classi non raggiungeranno il grado di corruzione e inefficienza delle passate. Guardando a quella nostrana mi viene da dire che il sistema generale sarà in attivo per un bel po’.
“I fenomeni naturali si evolvono sempre verso lo stato più bilanciato energeticamente, quello che macroscopicamente viene definito equilibrio. Fma ha fiducia nella finanza come fenomeno naturale che provvederà, involontariamente, a redistribuire la ricchezza ed ad equilibrare, alla lunga, il sistema.”
La finanza (ovviamente parlo del sistema capitalistico che c’è oggi nel nostro mondo) ridistribuisce la ricchezza a senso unico: sempre meno persone sempre più ricche. Che qualcuno mi smentisca se può.
I fenomeni naturali tendono ad un equilibrio, ma la finanza non rientra in questa categoria, infatti tende allo squilibrio.
“Mentre il sistema si equilibra, a prenderlo nel sedere siamo noi e, questo, ci rende oggettivamente meno fiduciosi nella trasformazione.”
L’unica trasformazione in atto da diversi decenni è quella che riguarda il sistema finanziario al suo interno: si trasforma per garantire la sua sopravvivenza e la sua crescita, ma non ammette trasformazioni al di fuori e nei rapporti con lui. Per cui dal nostro punto di vista non sta cambiando niente.
Non mi pare difficile.
Basterebbe chiedere a cinesi, indiani, brasiliani, cosa ne pensano della libertà della finanza di scegliere la parte del mondo che più le aggrada, se il fenomeno abbia migliorato o peggiorato le loro vite.
Poi naturalmente bisognerebbe anche starli a sentire; senza pensare immediatamente, se la risposta non piace, d’avere a che fare con degli sporchi capitalisti.
Il mondo sta cambiando e noi semplicemente, purtroppo per noi, stiamo dalla parte che, essendo la più ricca, ha tutto da perdere e nulla da guadagnare.