La Nostra Idea dell’Italia non è Multietnica
11 maggio, 2009 di Comandante Nebbia
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La nostra idea dell’Italia non è multietnica. E’ chi se ne frega, verrebbe da dire. E’ un po’ come affermare “la mia idea è che oggi non piove” mentre intorno infuria il temporale.
Quel noi è plurale maiestatis o indica un gruppo, una coalizione, un’associazione dopolavoristica, un partito? No perché vorrei dire a lui o a loro che qualcuno ci ha provato già in passato a cercare di imporre apartheid o eugenetica sociale. Ed era gente che aveva a disposizione milioni di uomini armati e dispostissima a usarli (si è visto). Gente che ha tentato in ogni modo di opporsi a processi che, al massimo, si può tentare di governare, ma che solo i fanatici, gli illusi e, soprattutto gli opportunisti, possono tentare di arrestare, o meglio, dire di cercare di farlo.

La gente vuole vivere. Quando serve si sposta. Lo stiamo vedendo in queste ore. Tutti vogliono che i propri bambini vivano. Io al loro posto farei lo stesso, sperando di averne il coraggio. Perché di coraggio ce ne vuole eccome.
Quanti di noi vivono in zone disagiate del nostro paese, sottopagati e sfruttati, magari in fila per fare una lastra sapendo benissimo che 500 chilometri più a Nord le cose girano diversamente? Quanti hanno il coraggio di abbandonare il paesello natio e ricominciare dove la vita offre più opportunità?
La migrazione è un processo planetario che si deve cercare di far evolvere nel modo più pacifico e proficuo possibile. Chi confonde il respingimento alla frontiera, un’azione di ordine pubblico lecita se applicata secondo le regole, con il contrasto alla società multietnica è stupido o malintenzionato. Forse entrambe le cose.
Il mondo gira e lo fa con decisione. I popoli crescono, migrano, si integrano, a volte si combattono a morte. E’ un processo titanico nel quale bisognerebbe immergersi con orgoglio e speranza.
Qui continuiamo ad andare avanti a botte di “chi è del PD e chi non lo è”, di Noemi Letizia e di divorzi sulle pagine di Repubblica.

Ma chi vogliamo contrastare? A cosa ci vogliamo opporre? Il diritto di opinione si conquista con la capacità di sapere affrontare la vita e le decisioni con determinazione e coraggio.
Il brodo fatto con le ossa dei nostri antenati è finito da tempo. Tra 50 anni esisteranno italiani solo se si saranno conquistati il diritto di esistere dando il loro contributo al Grande Processo. Altrimenti non ce ne saranno più e della loro idea sull’Italia multietnica non rimarrà nessuna traccia.
E chi se ne frega, aggiungerei.
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Condivido in pieno.
Tra 50 anni nulla sarà come oggi.
Io però, nel frattempo, un apartheiduccio lo farei. Una cosa piccola piccola, ripresa a memoria storica da una piccola telecamera amatoriale, come il crollo delle torri gemelle.
Un gommone con dentro Maroni, Borghezio, Giordano e altri pochi intimi dello stesso calibro, a spasso nel Mediterraneo; all’alba, mentre incrociano una ben determinata nave da guerra italiana…
Magari guidata dal Comandante Nebbia (e qui si capisce bene il nick…:-)
Io sono molto d’accordo con il chi se ne frega finale, se ce lo meriteremo continueremo a esistere se no verremo scartati a favore di cittadini “diversi”.
Spero solo che siano migliori.
E’ necessario “…essere scartati..” ? Sommessamente propongo un’alternativa : integrare e integrarsi.
Non è necessario, ma inevitabile se non saremo all’altezza, d’altronde noncredo sarà un processo violento… semplicemente naturale.
Che l’immigrazione sia un fenomeno planetario, impossibile da arrestare per quanto abissali sono i dislivelli del tenore di vita che l’hanno messo in moto, non ci piove. É successo con l’impero romano, succede con gli uragani. Così com’é illusorio pensare di poterne evitare le conseguenze, cioè che la società di ieri si trasformi in una società multietnica. Ho detto di ieri perché quella di oggi già é multietnica.
Tuttavia credo che molti non si rendano conto dei problemi giganteschi che un simile gigantesco evento si tirerà dietro.
Mi posso sbagliare, ma credo che ancora troppi, protetti dallo schermo rassicurante dell’ideologia, pensino che se problemi ci saranno si potranno superare di slancio sulle ali della fratellanza universale.
Per com’é andata nel passato, in occasioni sicuramente meno imponenti e globali, l’unica cosa che si può ragionevolmente prevedere é che non sarà una passeggiata. Che ci saranno mastodontici problemi di integrazione tra culture agli antipodi, relativamente alla lingua, alla religione, all’etica. E ancora problemi circa la sostenibilità degli attuali livelli dei servizi fondamentali, scuola, sanità, previdenza, assistenza, ai quali siamo così abituati da considerarli un dovuto, mentre in realtà sono il risultato di un patto sociale possibile solo tra cittadini in grado di produrre un surplus di reddito da ridistribuire sotto forma di stato sociale. E ancora problemi legati all’incremento demografico, che si tirerà dietro problemi di disponibilità di spazio, di strade, di abitazioni…
Da questo punto di vista, assolutamente estraneo a qualsiasi etica, credo che difficilmente si possa negare che tutto ciò che serve a contenere la portata della piena, al fine di limitarne il danno, sia da considerarsi positivamente.
Un rigore corretto, distaccato, imparziale e, soprattutto, legale è una tutela in primis per gli immigrati regolari e, in secundis, per i residenti che faranno, volenti o nolenti, accoglienza.
E’ per questo che considero speciosa, se non populista e complice, ogni riferimento al fenomeno storico (siamo contrari alla società multietnica) che serve solo per procrastinare decisioni e occultare le inefficienze tecniche che ci sono dietro al sostanziale abbandono delle persone che arrivano in Italia.
I proclami razzisti e le futili posizioni contrarie a fenomeni epocali, sono inutili, anzi dannose.
Bisognerebbe tirasi su le maniche e cercare di fare argine operativamente e umanamente, ma tra lavorare e chiacchierare la posizione italiana è storicamente definita.
capisco lo spirito, e lo condivido, comandante, ma occhio all’aggettivo “legale”; legale è un sacco vuoto nel quale si può mettere dentro di tutto, soprattutto quello che desiderano i gruppi sociali di volta in volta al potere.
Parlerei più che altro di solidarietà e umanità (sì, quella di fantozzi da “come è umano lei”), anche perchè, a differenza delle ottimistiche frasi che ho letto nei post precedenti io non credo che il processo potrà arrivare a compimento in modo morbido.
Siamo troppi: 30 anni fa eravamo 5 miliardi e il pianeta non ce la faceva a sostentarci tutti, oggi siamo 7 miliardi e nei prossimi 30 anni arriveremo a 10-12; è evidente che si dovrà decidere di combattere per le risorse e i processi di immigrazione ed integrazione serviranno solo a distribuire le magliette.
Se tutto va bene, posso fare in tempo a morire prima di dover scegliere, ma temo che ai nostri figli questa fortuna non sarà data.
Scusate il pessimismo cosmico, ma parlare di fermare o anche solo governare processi che coinvolgono miliardi di individui spinti dal bisogno e dalla disperazione con qualche motovedetta e un bel po’ di pelo sullo stomaco, mi fa ridere…
Certo se si iniziasse da subito a porsi il problema della sovrappopolazione, chissà…temo sia comunque troppo tardi, ma le cose non possono che peggiorare quando tutte le grandi religioni predicano di dare figli al dio di turno.
Pace e prosperità (fin che dura).
Una volta che viene meno la Legge quale è il riferimento?
E se le leggi le fanno “gruppi sociali” quale è il valore di una democrazia?
Hitler fu eletto democraticamente in Germania. Per un tedesco di quei tempi rispettare le leggi razziali era un dovere civico o un abominio?
Non so rispondere. Il “legale” utilizzato da me è riferito ad una prassi accettata a livello internazionale. Il respingimento alle frontiere, ad esempio, lo è.
L’invito dell’ONU ad accertare l’eventuale diritto all’asilo politico è un’ipocrisia bella e buona. Come farlo su un barcone il alto mare?
L’alternativa è un’apertura completa ed incondizionata delle frontiere.
Tecnicamente è possibile. A priori non saprei valutarne gli effetti.
Io credo che, a prescindere dai grandi principi, la vita richiede delle regole semplici per sopravvivere.
La Legge è una di quelle.
Prendere posizione è per forza un atto di semplificazione.
Ho postato sotto prima che tu rispondessi qui.
Sono d’accordo.
Le semplificazioni talvolta sono l’unica soluzione reale.
Guarda Comandante,
io svolgo una professione legale, ho studiato (e se vogliamo praticato) il diritto tutta la vita, quindi mi rendo ben conto dei dilemmi che si aprono quando si mette in crisi il concetto di “legge”.
E non ho nessun dubbio che uno dei problemi maggiori dell’Italia e degli italiani sia il totale disprezzo per le regole…tuttavia non posso non irrigidirmi di fronte a posizioni “positivistiche” secondo cui le leggi vanno comunque rispettate; per l’ovvia ragione, da te stesso evidenziata, che poi si creano abomini come la germania nazista ove una quota (resto dell’idea che molti fossero carnefici volenterosi) di cittadini riteneva di avere il dovere di obbedire a leggi (per me) abominevoli.
Ma il busillis secondo me è solo apparente, un consorzio umano ispirato a princìpi democratici funziona se è composto da individui dotati di raziocinio, che obbedisce alle regole perchè ne riconosce l’utilità e la razionalità e sa sottrarvisi se si rende conto che sono regole non giuste, o addirittura malvagie tout court…
Ma se invece di una cittadinanza si ha solo una massa allo stato brado, allora serve qualcuno che dica -come si fa coi bambini poco intelligenti- “si fa così perchè lo dico io”.
Quanto all’immigrazione, per tornare a bomba, c’è poco da aggiungere, secondo me i numeri -pur se alla buona- da me citati parlano da soli, non saranno 3 motovedette a tener fuori un mondo che affoga nella povertà mentre noi pretendiamo di utilizzare le risorse di tutti…prima o poi dovremo fare i conti con questa nostra pretesa.
Se vuoi dire che l’etica (dalla fratellanza universale alla superiorità della razza) è uno strumento inadeguato per affrontare il problema, ove non un pretesto per non affrontarlo, sono d’accordo con te.
Così come sono d’accordo con Francy sul problema della sovrappopolazione e sull’anacronismo dell’incitamento (etico) del crescete e moltiplicatevi.
mi viene solo in mente il titolo di una canzone di gaber:
“io non mi sento italiano, ma per fortuna, purtoppo lo sono”
il plurale maiestatis e’ che il “capo” ha “azzeccato le punte” completamente … ormai e’ andato e parla in terza persona, come paparazzingher
Le migrazioni hanno interessato l’umanità così come le altre specie animali per un solo scopo: sopravvivenza. Che sia ricercata a scapito di altre popolazioni o semplicemente per maggior capacità di sostentamento offerto dai nuovi territori il risultato non cambia: sopravvivere è la parola d’ordine e con l’individuo far sopravvivere la specie (Darwin docet).
La specie umana evoluta, sociale, ha accettato le migrazioni e le integrazioni ogni qual volta avessero portato vantaggi complessivi (vedi la civiltà romana per esempio e le sue elezioni a “cittadini romani” degli abitanti delle provincie) e molto più spesso le ha respinte se minacciavano la sopravvivenza.
Ma migrare fa parte del nostro genoma.
Le moderne società umane hanno stabilito limiti territoriali per se e più spesso per altri (si vedano gli arbitrari e convenzionali confini tracciati per esempio in Africa) ed accettiamo di buon grado le migrazioni purché limitate ed utili (nonostante i ripetuti tentativi referendari ad esempio agli svizzeri degli anni ‘60 non è mai venuto in mente di espellere i lavoratori stranieri, in maggioranza italiani) mentre rifiutano a priori quelle considerate, a torto od a ragione, dannose, quali ad esempio quelle di migliaia di disperati e bisognosi che in cambio non danno apparentemente nulla.
Ma la cosa davvero paradossale è che causa ed effetto allo stesso tempo delle migrazioni massive da quello che ormai non è più neanche terzo ma quarto mondo, dal “sud” al “nord” del mondo come si dice (lo stesso vale per le americhe centrale e meridionale nei confronti di Stati Uniti o Canada) è che è stato lo stesso “nord” a crearne le condizioni; siamo stati “noi” con lo sfruttamento ormai trisecolare dapprima militar-coloniale e successivamente economico-coloniale (il neocolonialismo) delle risorse, dei territori, delle masse, lasciando come unica maledetta eredità le abitudini peggiori quali quelle di veder autoproclamarsi capi di stato, dittatori assoluti in stile “re sole” o tiranni sanguinari personaggi di nessuno spessore socio-politico, semplici zimbelli in mano degli occidentali.
Se da decenni il fenomeno migratorio dal “sud” al “nord” si è acuito è solo perché è peggiorata la capacità di sopravvivenza in loco delle popolazioni derelitte del mondo, quella stessa sopravvivenza che era alla base delle migrazioni che hanno portato gli ominidi a muoversi dalle savane centrali dell’Africa ai tempi di “Lucy” verso ogni parte del pianeta.
E diventa paradossale e tragico sapere che oggi esistono, solo sulla carta per chi per interesse non ne ammette l’utilizzabilità, i mezzi per consentire al “sud” di sopravvivere ottimamente con una semplice ripartizione dei beni che nulla toglierebbe ad ognuno dei ricchi abitanti del “nord”.
La sperequazione assurda della logica del profitto ad ogni costo e fine a se stesso sta danneggiando qualsiasi aspetto delle comunità umane: dai tagli di forza lavoro non appena si sente odore di crisi, quando sappiamo che alternative esistono, ai tagli in termini di vite umane su scala mondiale, che sia affamando direttamente o meno le popolazioni nei loro stessi paesi o respingendo le masse migratorie che premono e spingono contro i bastioni di questa nostra “Bastiglia” che prima o poi cederà sotto i colpi di maglio della “fame”.
Ma se da una parte è vero ci sono i mezzi per rendere la vita (eco)sostenibile ad ognuno dei cittadini del “sud” a casa loro, fornendo loro le condizioni affinché il migrare possa avere quasi gli stessi motivi che spingono ad esempio un italiano a spostarsi in Olanda (lavoro, studio, famiglia ma non certamente fame…la stessa che pativano i nostri migranti del dopoguerra!) è altrettanto vero che la forza lavoro che ogni anno portano i migranti è ormai pari, solo nel nostro paese, a ben il 10% del PIL: un’enormità. Ed ancora di più in altri paesi dell’area comunitaria.
Ma l’equazione socio-economica ha una semplice soluzione: se rendiamo la vita sostenibile a casa loro eviteremo le migrazioni clandestine dei disperati, il traffico di carne umana ad arricchiere contrabbandieri infami e saremo noi stessi ad invitarne quei gruppi di volontari che per scelta (non costrizione da fame) decideranno di andare a lavorare all’estero a fronte, perché no, di un certo grado, dal loro e non dal nostro punto di vista, di elevazione sociale o culturale.