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La Morte è un Fatto e non un Diritto

30 luglio, 2007 di Chiara Lalli  
Archiviato in Democrazia e Diritti



Lucetta Scaraffia commenta il nuovo libro di Adriano Pessina (Perché non esiste il “diritto di morire”, Corriere della Sera del 23 luglio 2007).
Si comincia così:

Per capire le ragioni dei cattolici nei confronti del testamento biologico e dell’eutanasia — e fare giustizia delle generiche accuse di «paternalismo» o di nostalgia per uno «Stato etico» avanzate da chi sostiene a tutti i costi la necessità di una legge sul testamento biologico — è utile leggere il breve saggio Eutanasia di Adriano Pessina (Cantagalli, pagine 116, euro 12,50), che con lucidità e chiarezza ne spiega le ragioni morali e filosofiche: che non sono, quindi, solo religiose.

L’avvio mi suggerisce un leit motiv della campagna referendaria sulla legge 40: avere un figlio a tutti i costi. E il fatto che venga piegato fino a diventare, il fare qualcosa a tutti i costi, ostinazione o peggio cocciutaggine infantile su una esigenza inutile e dannosa (avere un figlio o una legge sul Testamento Biologico). Ciò che è buffo è che se sostituiamo “avere un figlio” o fare una legge sul Testamento Biologico” con laurearsi o conquistare un obiettivo non è poi tanto evidente il motivo di condanna. Insomma, fare qualcosa “a tutti i costi” non è di per sé negativo, dunque bisognerebbe spiegare le ragioni del disprezzo che trasuda dalle espressioni in oggetto. Vediamo se Lucetta riesce, con l’aiuto di Pessina, a offrirne qualcuna.

Innanzitutto l’autore distingue nettamente fra eutanasia e sospensione dei trattamenti valutata come accanimento terapeutico, e ricorda che invece alcuni sostenitori dell’eutanasia tendono a equiparare queste situazioni, negando che esista una reale differenza, come si è visto nel caso Welby. Con una mossa teorica che radicalizza la centralità dell’autonomia essi pongono infatti le premesse per questa confusione — e oggi molti dei più strenui sostenitori del testamento biologico sono anche a favore dell’eutanasia — mentre, ricorda Pessina, «la legittimità o no di un rifiuto non dipende solo ed esclusivamente dal fatto che sia frutto di una scelta libera, ma dalle ragioni che la sostengono».

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Le ragioni che sostengono una libera scelta? Allora vediamo. Se io sono libero di andare a passeggio, posso andare a passeggio per le ragioni più strambe. Oppure no? Devo forse dimostrare che vado a passeggio per ragioni legittime? Giudicate legittime da chi? O sono libero, oppure non lo sono. È questa libertà (di andare a passeggio o di rifiutare un trattamento) che deve essere sostenuta da ragioni valide, ma una volta affermata non può essere perennemente sottoposta a un tribunale non meglio identificato che ne valuti le declinazioni. Vai a passeggio per incontrare lo zio? Va bene. Vai a passeggio per fumare una sigaretta? Mica tanto. Vai a passeggio per comprare una rivista porno? Assolutamente no, permesso negato. Non funziona. Se io sono libero di rifiutare un trattamento, sono in grado di capirne le conseguenze e decido di avvalermi di questa possibilità, nessuno può venirmi a dire che le mie ragioni a sostegno del mio rifiuto sono inconsistenti.

Ponendo la scelta come fondamento del valore di ciò che viene scelto si arriva infatti a giustificare il discutibilissimo «diritto di morire». E proprio «la scorciatoia formalistica e proceduristica» proposta su questa base sembra allora più facilmente percorribile, perché evita «il confronto tematico, il giudizio morale». Anche se la nostra epoca è affascinata dal primato della volontà, bisogna rendersi conto che «la possibilità di decidere di sé fino al punto di non essere più è, e resta soltanto un fatto, non costituisce né un diritto né un bene».

Se la parola “diritto” anteposta a “di morire” crea tanto fastidio possiamo parlare di libertà. Non è questione di evitare il giudizio morale ma di non trasformarlo in una imposizione moralistica o in una legge, per il bene di qualcun altro o perché “io non lo farei”. Lo slogan che la morte è un fatto e non un diritto è davvero esilarante. Anche la vita è un fatto, anche la libertà o il rispetto. La nostra stessa esistenza. Ciò non significa che non possa esserci un aspetto da preservare, da garantire, da proteggere.
Possiamo sostituire “diritto di morire” con “diritto di scelta”, se la scelta non è imbavagliata e delimitata. E allora nella scelta rientra anche il morire, il come morire e il quando morire. Va bene così?
Quanto al fatto che la possibilità di scegliere di morire non sia (non possa mai essere) un bene c’è da discutere molto. E la discussione verterebbe su principi quali l’indisponibilità della vita o la sua sacralità. E gli antagonisti come la qualità di quella vita e la proprietà, quindi la possibilità di disporne. Qualche volta morire può essere un bene, quando l’esistenza è torturata da una malattia, ad esempio. Chi decide? Il diretto interessato. È soltanto lui che può stabilire se la sua esistenza sia ancora un bene. E come imporgli qualcosa di diverso?

Parole che fanno riflettere sulla necessità di un testamento biologico, di recente negato in Italia anche dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri che ha invece proposto di valorizzare l’importanza di un’alleanza terapeutica fra medico e paziente e l’uso delle cure palliative.

Negato? In che senso negato? Suggerirei, poi, di analizzare le ragioni di questa “negazione” e di non usarla come principio di autorità. Inoltre è ipocrita e scorretto insinuare che chi è a favore delle direttive anticipate sia contrario alle cure palliative o alla alleanza terapeutica. Basta con questi luoghi comuni ingenui e sciocchi.

Il funzionamento problematico di questo strumento giuridico è già stato rilevato nei Paesi dove è da tempo in vigore: qui — in assenza di chiare volontà del paziente, del resto molto difficili da specificare in situazioni in cui le scoperte scientifiche ampliano in modo continuo le possibilità della medicina — si è esteso il ruolo del «fiduciario». Anche se numerosi studi, condotti su pazienti terminali che non hanno ancora perso coscienza, hanno dimostrato che le scelte dei fiduciari, di fronte alle decisioni sulla fine della vita, sono molto discordanti da quelle del paziente.

Le scoperte ampliano le possibilità della medicina senza miracoli, purtroppo. Anche questo argomento, se ci si riflette invece di ripeterlo come una cantilena, è barcollante. Quali studi? Sarebbe interessante leggerli, e non avendo la fonte non posso pronunciarmi. Ricordo solo che finché il paziente è lucido può decidere lui, quando dovesse perdere conoscenza a scoltare il fiduciario è un modo (seppure imperfetto) di eseguire le sue volontà. L’assenza di indicazioni del paziente e di un fiduciario in che modo migliorerebbe la situazione? Abbandonando al caso le decisioni?

Particolarmente grave è stata poi l’estensione di questa «autodeterminazione» ai bambini di meno di un anno — chiaramente privi della possibilità di scegliere — in assenza di reali speranze di sopravvivenza o affetti da gravi anomalie, che nella metà dei casi si traduce nella decisione di sospendere o annullare trattamenti per accelerare la morte del bambino.
Bisogna quindi essere molto prudenti nel legiferare su un tema così pericoloso e delicato, soprattutto quando si propongono leggi non necessarie. Ricordando, come scrive Pessina, che il rifiuto del «diritto di morire» non deriva «da nessuna sacralizzazione della vita astrattamente intesa, ma dal rispetto del senso storico dell’esistere».

Leggi non necessarie. Non mi sembra di avere letto una sola motivazione del fatto che una legge sulle direttive anticipate sarebbe superflua. Confesso la mia confusione rispetto al “senso storico dell’esistere”. Proprio non capisco di cosa si tratti. Forse è roba di filosofi continentali…

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Chiara Lalli
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Comments

3 Risposte a “La Morte è un Fatto e non un Diritto”
  1. spes74 scrive:

    Possiamo sostituire “diritto di morire” con “diritto di scelta”, se la scelta non è imbavagliata e delimitata. E allora nella scelta rientra anche il morire, il come morire e il quando morire. Va bene così?

    Perfetto questo passaggio, oltre che molto bello tutto il resto.
    Ognuno deve poter avere questo “diritto di scelta”: chi è contrario non esercita il suo diritto ma chi vuole deve poterlo fare, sorretto da un regolamento ben preciso.

  2. Francamente scrive:

    La vita è sacra per chi la ritiene tale. Perché questa concezione deve essere imposta a tutti?

  3. bart1 scrive:

    per fondare uno stato di diritto, dove la volontà non sia arbitrio.

    Vai a passeggio per incontrare lo zio? Va bene. Vai a passeggio per fumare una sigaretta? Mica tanto. Vai a passeggio per comprare una rivista porno? Assolutamente no, permesso negato. Non funziona.

    Associazione senza scopo di lucro? Va bene (non paghi le tasse). A scopo di lucro? Va benino (paghi le tasse). Associazione per delinquere? Mica tanto. Permesso negato. Associazione per delinquere di stampo mafioso? Assolutamente no, 41 bis. Funziona eccome. E meno male.

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