La Memoria che Sanguina 8


Tu guardi l’opera di Tarantino, premuto su uno sfondo borghese di politicamente corretto e pensi “questo pugliese è un genio”.

Come se lacrime e sangue l’avesse inventato lui. Come se non fossero mai esistiti i ditirambi cari a Dionisio, poi l’Atene del teatro messo in scena tra filosofia, morti ammazzati, sesso rubato, promiscuo e voluttuoso (come se pulp e transgender definissero cose nuove con il pretesto di essere parole nuove).

Passando per il Bardo di Stratford upon Avon (infelice modo per semplificare la computazione di Shakespeare) e giù giù fino a Mario Merola, a cui mai riuscì di terminare un pranzo, una comunione o un matrimonio, senza essere sparato.
Gli italiani sono lacrime e sangue. Da sempre. Sicuramente da prima di Tarantino. Lacrime e sangue vendono, appassionano e spesso danno un tono senza bisogno di darsi troppo da fare.
Il sangue è fruibile, accessibile. È una risorsa inesauribile: è l’oro rosso. Se si riuscisse a immagazzinare tutto il plasma che sgorga da televisioni e giornali, l’AVIS noleggerebbe macchine. E se per caso si esaurisse quello fresco, si può sempre accedere a quello del passato, perché il sangue non scade mai. Eparina storica, emotrasfusione coatta: siamo tutti dopati senza essere ciclisti.

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È pronta per noi una flebo di qualità. Un filmato inedito degli istanti immediatamente successivi all’esplosione della bomba alla stazione di Bologna, 27 anni fa. Ottantacinque morti, duecento feriti. Tarantino ha avuto una crisi mistica. Sangue lacrime e commemorazioni. Frattanto gli esecutori sono liberi, i mandanti non sono mai stati trovati e le collusioni con servizi segreti deviati e massoneria si sono perse in un florilegio di giochi di prestigio. Ma tutto questo interessa poco, perché non è pulp. È passata sotto silenzio la riorganizzazione dei Servizi perché non adornata da scazzottate parlamentari e soprattutto perché non ha coinvolto trans, peripatetiche o fotografi con obiettivi discutibili. Comunque qualche cosa che non sembri proprio una schifezza, questa riforma ce l’ha, ma siccome non si parla di sangue la faccio breve. La vera notizia è che sarà più facile revocare il segreto di stato, flebile appiglio che ha tenuto a galla un numero sbalorditivo di personaggi che avrebbero meritato di finire a fondo. Per fortuna l’italiano è distratto e non si dovrà spiegare perché nessuno metta mano in certe carte. È un segreto distratto.

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Trattato con la medesima distrazione l’appello di Salvatore Borsellino che recitava proprio “basta lacrime, vendichiamo Paolo”. Il fratello del giudice ucciso dalla mafia ha parlato di chi ha voluto la morte di Paolo Borsellino (anche questo omicidio è rimasto senza mandanti), ma soprattutto di chi ha lasciato che accadesse. È la storia infame che si ripete. Dove sono ora quelli che hanno abbandonato quei pochi Uomini che hanno combattuto per la giustizia? Quelli che stavano attorno a loro, nei palazzi di giustizia, nelle camere del potere. Che non si sono sporcati le mani di sangue e nemmeno l’anima, essendone privi.

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Luglio porta la memoria di altri Uomini lasciati ammazzare. Il giudice Vittorio Occorsio, sentendosi isolato e braccato, rinunciò alla scorta per evitare altri morti e fu ucciso, due volte. Il giudice Mario Amato fu invece trucidato mentre aspettava l’autobus per andare a lavorare. Lo riscrivo: aspettava l’autobus. L’ultimo avamposto della giustizia, lasciato solo ad una fermata di autobus. Gode di maggiore considerazione Costantino e non parlo dell’imperatore. Chi ha voluto e permesso la morte di questi Uomini è rimasto impunito e nella possibilità di godersi i frutti della propria infamia. Mentre noi creiamo giornate della memoria che servono ad evidenziare come tutto sia dimenticato durante il resto dell’anno, mascheriamo morbosità con interesse storico, per dettagli truculenti, versiamo lacrime se serve, riabilitiamo assassini e ci dimentichiamo di tutto il resto. In occasione dell’anniversario della strage di via D’Amelio ho rivisto il film “Paolo Borsellino”. Un film su un Uomo. Poco sangue, pochi particolari sulle indagini e sui fatti criminosi. Un Uomo, la sua famiglia e suoi valori. La vita di una persona vera, che continua a combattere sapendo di non avere un futuro, ma sperando di costruirlo per i suoi cari e per tutti gli altri. Lo stesso intreccio che accomuna altri Uomini vittime dell’indifferenza e della brama di potere di non uomini, piccoli napoleoni da strapazzo, troppo bassi per non aver bisogno di imporsi.
Salvatore Borsellino ripete “è ora di smettere di piangere per Paolo, è ora di finirla con le commemorazioni, fatte spesso da chi ha contribuito a farlo morire”. E non è solo vendetta, parola ingoiata a forza dai parenti delle vittime perché troppo impegnati a difendersi da soli dalla paura e dalla follia. Parola cancellata dalle pagine politicamente corrette e umanamente no. Dagli intellettuali del perdono che fanno del perdono un anello da portare al dito che dà lustro e nobiltà. Da quelli che si sostituiscono alla memoria, fingendo di essere interessati e interessanti. Non è solo questo.

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Allora scopriamo un’altra targa che servirà a un branco di pecore sanguinarie per infangare memorie che nessuno ha. Colmo dell’indifferenza: la memoria è riportata a galla solo da chi la infanga. Come se servisse più a loro, perché l’oblio sulle vittime danneggia anche gli assassini che non uccidono mai per ideali, ma per imporsi, per lasciare qualcosa che qualche altro pazzo possa usare per essere ancora più pazzo.
Entriamo invece nelle scuole, insegniamo ai ragazzi la vita di questi Uomini, anche solo mostrando un film come quello su Paolo Borsellino (invece della solita pellicola sconsigliata ai più piccoli che io, in quanto più piccolo di mio zio, mi rifiuto di guardare), che non sarà la panacea di tutti i mali, ma ti fa sentire un po’ idiota quando gridi all’ingiustizia perché sabato piove. Parliamo di questi Uomini quando sono vivi. Lasciamo i Woodcock a Corona e tutta la corte dei giullari, proviamo anche noi a fare piccole battaglie, anche solo interessandoci ad una cosa, davvero.
Un’amica mi ha ricordato che non si può piangere per tutti, che è al di là delle capacità umane. Peccato che sia invece così semplice fregarsene di tutto.


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