La lunga notte della democrazia: incontro con Ferdinando Imposimato 1


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Da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, all’Italicus; dalla strage e sequestro Moro alla Stazione di Bologna, passando per Ustica, su fino alle stragi Falcone e Borsellino. La stessa regia, le stesse forze brutali, lo stesso scopo: conservare il potere. Con ogni mezzo.

29 novembre. Sala conferenze dell’ex convento dei Domenicani. Ruvo di Puglia.

Si parla di Storia. Cioè del Futuro di tutti. Di una consapevolezza che va proposta, compresa, interiorizzata e coltivata. E mantenuta viva. Altrimenti si affolleranno ancor più le tribune anonime del web a chiedere la legge del taglione e tutte le altre simili amenità, quando l’unica cura possibile è la conoscenza delle leggi, e la loro applicazione.

Ferdinando_ImposimatoFerdinando Imposimato è un ragazzo di 76 anni, quasi 77. Arzillo e battagliero. Simpatico, con l’accento napoletano che spunta qua e là nei momenti topici. Ma serio, lucido, sorprendentemente preciso nel ricollegare i fatti. Viene da pensare che la vecchiaia sia solo uno stato mentale. Se lo è, non è certo la condizione di quest’uomo asciutto, cordiale, che tesse abilmente la tela di un discorso complesso che attraversa la Storia d’Italia dal secondo dopoguerra ad oggi. Una storia di stragi che non è finita, dice, se non temporaneamente.

Gli avvenimenti si snodano con verosimile precisione. Il ragazzo settantenne li collega sapientemente in un mosaico la cui costruzione ha richiesto una vita. Ne parla abbondantemente in “La Repubblica delle Stragi Impunite“: un’antologia sorprendentemente chiara dello stragismo italiano e non solo; cause, esecutori e soprattuto mandanti. Eventi che hanno dilaniato l’Italia, che l’hanno ridotta simbolicamente a brandelli, piegata, ma non vinta. Colpi durissimi vissuti nel caos, nella confusione, nei depistaggi continui, nell’apparente irrazionalità bestiale, qui trovano il loro filo e il loro posto, si aggregano, si collegano, trovano logicamente pace. Si spiegano.

Nella visione di Imposimato i fatti sono chiari. E dal vivo è persino più esplicito che nel libro. “Mi sono rifiutato per 32 anni di riconoscere la verità. Di pensare che pezzi dello Stato potessero essere dall’altra parte della barricata. Ma poi, di fronte a prove documentali inoppugnabili, ho dovuto cedere e ho capito che la verità era proprio quella: la peggiore verità possibile.”

E qual è questa verità terribile?

Si parte dalla guerra perduta. L’Italia ridotta a colonia interna, un Paese a sovranità limitata, al cui comando viene posta una composita alleanza di forze unite dai propri interessi e dall’anticomunismo più o meno viscerale. E queste forze, che in teoria e secondo la Costituzione rispondono solo al Parlamento e alla stessa Carta, in realtà rispondono ai padroni/vincitori, sopratutto americani. Ovvero a una struttura semiclandestina mondiale denominata Stay Behind (stare dietro: un nome che è tutto un programma), in Italia nota come Gladio, che si occupa delle operazioni militari nascoste, troppo sbrigativamente liquidate con l’etichetta di terrorismo.

Il lato politico è invece coperto dall’ambasciata americana, il vertice della cupola invisibile alla quale fanno capo in ultima analisi la P2 di Gelli, i Servizi segreti (italiani e americani), la Massoneria, la Mafia, la Banda della Magliana e una miriade di gruppi e gruppuscoli terroristici neri ma anche rossi. Tutti pesantemente infiltrati. Tutti utilizzati o manovrati alla bisogna. Ovvero allo scopo di conservare il potere degli amici italiani più sottomessi, i signorsì a cui siamo abituati da sempre.

Aldo MoroMa nell’Italia del dopoguerra ci sono ancora tantissimi che non danno un prezzo alla propria dignità, o alla Costituzione, o alla democrazia. Gente che non si piega e che ragiona secondo i parametri dell’interesse nazionale; per niente disposta a svendere quell’interesse civile né al blocco atlantico né a quello sovietico contrapposto. I Mattei. I Moro. Destinati a piegarsi o perire. Una storia già scritta.

Così, ogni volta che vi è un’apertura politica verso forme di equilibrio nuove, ecco la voce del padrone. Ecco la strage. Il “di qui non si passa”, anche se a voler passare è la folla dei cittadini e a sbarrare il passo un manipolo di bravi manzoniani, spietati e obbedienti al boss.

Ed è soprattutto uno, l’uomo politico che ha la fissazione di queste cavolo di aperture democratiche. Si chiama Aldo Moro. È stato il principale estensore della nostra Costituzione (“il 90% l’ha scritto lui”), quando aveva appena 34 anni.

Da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, all’Italicus; dalla strage e sequestro Moro alla Stazione di Bologna, passando per Ustica, su fino alle stragi Falcone e Borsellino. La stessa regia, le stesse forze brutali, lo stesso scopo: conservare il potere. Con ogni mezzo. Resistere fino all’ultimo alla logica dell’alternanza, sedimentarsi sulla poltrona di comando per goderne i privilegi e nascondere i propri armadi pieni di scheletri. Stragi fatte prima per il potere, poi per salvarsi la pelle, non solo politicamente.

E sono ancora lì, rincara il giudice. Che non ha proprio paura a fare nomi. Cossiga e Andreotti sono i referenti politici di questo grumo di interessi occulti e inconfessabili, questo tumore internazionale che rischia ancora di uccidere il Paese.

Vien di pensare ancora a Moro, alla sua genialità politica. Ha capito che il coinvolgimento dei comunisti nell’area di governo è inevitabile. Ma sa perfettamente a che gioco sta giocando e fino a che punto sia un gioco pericoloso. Nel suo partito e tra gli “alleati” internazionali non c’è di certo la sua visione lungimirante e il suo amore per la democrazia e la Costituzione. Vi è piuttosto una paura folle di essere travolti dal cambiamento e una rabbia sconfinata, un odio cieco verso l’artefice di questa intollerabile apertura a sinistra. Così reagiscono come sanno fare, brutalmente, bestialmente, vergognosamente. Nell’ombra. Nella fogna bestiale di coperture, depistaggi e complicità.

Uccidono Moro con la stessa “logica” del paziente che per guarire ammazzi il medico che gli ha diagnosticato il male e prescritto la cura.

Doveva essere giustamente fiero di sé, Moro, in quei giorni. Il suo piano aveva spiazzato tutti. Soprattutto il colpo di genio di affidare le due posizioni più importanti e delicate, la Presidenza del Consiglio e il Ministero degli Interni, proprio a loro: Andreotti e Cossiga. Questo – avrà pensato lo statista – tranquillizzerà i loro capi internazionali e farà cessare il rumore di sciabole, l’onnipresente sentore di colpo di Stato.

I comunisti entrano solo nell’area della maggioranza. Un riconoscimento poco più che simbolico, ma politicamente decisivo. La fine del Grande Divieto e l’inizio della logica dell’alternanza, sia pure in prospettiva.

Sappiamo com’è andata. Moro rapito, la scorta massacrata, l’intero Paese in ostaggio per 55 giorni e poi la Renault rossa di Via Caetani. Lo sgomento, il dolore, il profluvio di parole, le migliaia di conferenze, di libri e dibattiti. Oggi riassunto qui con la lucidità dell’investigatore indomito che non si rassegna. Un esempio di grande onestà intellettuale, di umiltà. Ma anche di elasticità: Imposimato è a suo agio su Facebook, non si lascia tenere indietro dal mondo che cambia.

Che cambia, ma non tanto da sospendere le stragi. Anche Falcone e Borsellino sono stati immolati allo stesso idolo della stabilità, non del Paese ma dei gruppi di potere al governo, del fascino magnetico della poltrona. Era il 1992, all’indomani del crollo del Muro di Berlino e delle relative rendite di posizione “anticomuniste”; all’indomani di Maastricht e della nuova Europa, che imponevano altri obblighi.

Per stare alla pari coi tempi, il nostro Paese avrebbe dovuto dotarsi di una classe politica finalmente efficiente, capace di affrontare le profonde trasformazioni necessarie. Sarebbe stata necessaria un’alternanza vera. Al livello sotterraneo, invece, qualcuno scelse la via ben più comoda e abituale della strage. E l’alternanza che si è riusciti ad avere è stata quella tra ex nemici e ormai gruppi di potere sostanzialmente omogenei, distinti quasi soltanto dalle etichette di un tempo che fu.

I risaultati sono a tutti evidenti. Con il Paese che arranca e perde ogni giorno terreno. Una delle nazioni più belle, creative, ricche di storia, cultura, con una natura spettacolare e un’economia ancora notevole, non riesce a stare dietro al cambiamento perché è appesantito dal pesantissimo sistema di gabbie multiple che le classi dirigenti sempre più oligarchiche, quando non mafioso-clientelari, hanno costruito per difendersi, anche a costo di affondare l’Italia.

“Non ha paura?” gli chiede una signora a fine conferenza. Il giudice sorride e le risponde in italiano/napoletano: “Signò, ho 77 anni e prima o poi me ne devo andare. Se mi ammazzano, pazienza: almeno ho detto la verità. Si immagina, se non dicessi la verità e poi morissi lo stesso?”

Alla 5 di mattina il giudice è già sveglio. Passiamo a prenderlo in albergo per portarlo in aeroporto.
Imposimato è un fiume in piena. Basta solo chiedere e parte. Ha conosciuto quasi tutti. Ha un’opinione fondata su tutto. Non solo i fatti storici, ma il presente. Giudizi netti, lapidari, senza appello, per Di Pietro e per Grillo (pur ammettendo inizialmente di aver simpatizzato per entrambi), ma anche per Napolitano, per Bersani e (sorpresa) per Renzi. Anche su Monti, cui riconosce però serietà e qualche merito nel lavoro iniziale.

Non si riconosce più in alcun partito da tempo (“anche se tutti mi indicano come comunista, ma io anche quando ero senatore lo ero come indipendente”) e ha messo su il suo piccolo movimento su Facebook che si chiama Italia Virtuosa: Si presenterà alle elezioni?

Non ci penso neanche“.

Su chi sperare, allora? Solo su cittadini che prendano consapevolezza che il destino del Paese è nelle loro mani.

Cosa farà ora, dottore?

“In primavera esce il mio nuovo libro su Moro”.

Allora la invito a presentarlo qui da noi.

“Volentieri”.

Guardi che ci contiamo.

“Promesso”.

Nell’aeroporto ancora immerso nella notte, alle 6, ci salutiamo a parti inverse: il genitore che parte, i figli che restano. Al ritorno a casa, vedo già i suoi primi commenti su Facebook. Non c’è proprio verso che si addormenti, questo ragazzo che punta agli 80.

Chissà che alla fine di questa lunga notte non si risvegli anche il Paese, affamato di una verità e di una libertà troppo a lungo negate.


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