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Una resistenza tutta al femminile, poco illuminata e poco raccontata nei libri di storia, quindi pressoché invisibile e silenziosa. I valori femminili, il carattere, la tenacia, il coraggio, l’amore per gli uomini e per la vita sono la materia di questo ricordo. Donne partigiane. Donne che non solo non hanno avuto paura di assumersi responsabilità storicamente e culturalmente maschili per sostenere i vecchi ed i bambini di famiglia, ma che sono state anche capaci di schierarsi e combattere a favore della libertà, nelle diverse forme possibili.
Occupandosi della stampa clandestina e della propaganda, affiggendo manifesti, facendo volantinaggio, creando collegamenti, raccogliendo documenti, armi, munizioni, esplosivi, approntando rifugi di fortuna e rifocillando chi viveva sui monti. I dati della Associazione Nazionale Partigiani d’Italia parlano: 16 medaglie d’oro, 17 medaglie d’argento per chi si chiamava Giuseppina, Erminia, Ermelinda, Alda, Rossana, Cleonice, Fiorina, Veronica, Maria, Anna, Marialuisa, Teresa e per tante altre. Tra loro, 683 sono state fucilate o sono cadute in combattimento, 1750 ferite, 4633 arrestate, torturate o condannate dai tribunali fascisti, 1890 deportate in Germania. Donne partigiane a fare da staffette, da informatrici, da infermiere, con una funzione di certo meno appariscente ma altrettanto importante di quella degli uomini. Attraverso i sentieri di montagna, guadando i torrenti, percorrendo chilometri in bicicletta, in treno, sotto il sole o la pioggia, contro il vento che taglia la faccia. Col cuore che martella sotto i bombardamenti e tutti i sensi allertati per non cadere nella trappola dei rastrellamenti. Portando viveri, medicinali, indumenti, notizie dal nemico, lettere da casa, un sorriso, uno sguardo, una ciocca scura che esce dal fazzoletto annodato. Donne diverse, di ceti diversi, casalinghe, insegnanti, operaie, studentesse, tutte accomunate dal bisogno collettivo di fare la loro parte, di rispondere alla chiamata della storia, uscendo dall’anonimato di una esistenza domestica fatta di gesti minuti per diventare finalmente soggetti visibili. Conquistando in questo modo il diritto ad una cittadinanza politica.
Per tutte queste donne, il ricordo di una che potrebbe essere loro nipote, una donna che le ammira e le abbraccia una per una, con il solo rimpianto di sapere che molte non sono riuscite ad invecchiare.
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Non doveva esser poi molto diversa, la Niguarda di sessant’anni fa. Perché quelle zone non sono mai cambiate davvero. Via Hermada, via Graziano, via Passerini; il centro è lontano, ancora si odono, lieti e inconsapevoli, gli starnazzi dell’aia, e quei muri cotti dal sole – un sole crudele e di guerra, nudo e spietato – ruvidi, pregni, scabri, sono ancora lì, testimoni scrostati e dolenti di un’Italia schietta e contadina, diuturna, tenace. Una città aperta dove di aperto c’era solo il viso fresco, aulente, rigoglioso di pastosità mantovana, di Gina.
Nome di battaglia Lia, come ricorda oggi una pièce teatrale di Renato Sarti allestita in suo onore. Partigiana, comunista, incinta di otto mesi, venne falciata da mitra tedeschi in fuga, mentre stava portando medicinali e provviste ai compagni. Chissà cosa vide, Lia-Gina, nel momento in cui la vita le scivolava via, sbilanciata e incerta come le ruote della bicicletta che s’avvitava sbilenca, due o tre mesti girotondi, poi il buio, per lei e la creatura che portava in grembo.
Gina-Lia morì il 24 aprile, appena un giorno prima della Liberazione. Non vide, dunque. O forse, mentre veniva avvolta in quell’attimo incandescente che avrebbe dovuto inchiodarla sempre lì, rigida, alla bicicletta nera e alle scarpe ortopediche, le scorse davanti tutto. Troppo. Un bagliore, un respiro potente di campi arati, cirri luminosi, chiome marezzate, capelli fluenti, biondi, liberi, seni rigogliosi, segreti di donne umiliate, riscatto dei deboli e degli sfruttati. Quasi anticipando un sogno psichedelico, essa vide e capì, mentre diventava luce pura, le donne di domani, i cittadini e le cittadine orgogliose di camminare finalmente abbracciati, e il suo passo invisibile a fianco dei cortei femministi, delle immigrate e degli immigrati, dei vecchi e nuovi emarginati che, anche grazie a lei, avrebbero avuto la forza di attuare la ribellione. Vide. Capì. Ci insegnò che occorre andare oltre. Che siamo tutti essenziali, e nessuno indispensabile. Che vale la pena credere, anche trascendendosi. Senza che occhi umani possano giungere ad alzare il velo. Segreto velo.
Per questo è immortalata così, con la sua bicicletta nera, nel vortice di un’opera immanente ed eterna. E noi una come Gina, Gina-Lia, non la dimenticheremo mai.
Ok, ciao, il racconto su Gina mi è venuto così, spontaneo: da milanese mi aveva sempre attratto quella lapide. Io gironzolo molto sui blog (e scrivo, anche: sono insegnante e pubblicista), però non conoscevo MC. Ora ne approfitterò senz'altro. Se, nel frattempo, qualcuno vuol venirmi a trovare, basta cliccare sul mio nome.
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GINA E LA BICICLETTA
Non doveva esser poi molto diversa, la Niguarda di sessant’anni fa. Perché quelle zone non sono mai cambiate davvero. Via Hermada, via Graziano, via Passerini; il centro è lontano, ancora si odono, lieti e inconsapevoli, gli starnazzi dell’aia, e quei muri cotti dal sole – un sole crudele e di guerra, nudo e spietato – ruvidi, pregni, scabri, sono ancora lì, testimoni scrostati e dolenti di un’Italia schietta e contadina, diuturna, tenace. Una città aperta dove di aperto c’era solo il viso fresco, aulente, rigoglioso di pastosità mantovana, di Gina.
Nome di battaglia Lia, come ricorda oggi una pièce teatrale di Renato Sarti allestita in suo onore. Partigiana, comunista, incinta di otto mesi, venne falciata da mitra tedeschi in fuga, mentre stava portando medicinali e provviste ai compagni. Chissà cosa vide, Lia-Gina, nel momento in cui la vita le scivolava via, sbilanciata e incerta come le ruote della bicicletta che s’avvitava sbilenca, due o tre mesti girotondi, poi il buio, per lei e la creatura che portava in grembo.
Gina-Lia morì il 24 aprile, appena un giorno prima della Liberazione. Non vide, dunque. O forse, mentre veniva avvolta in quell’attimo incandescente che avrebbe dovuto inchiodarla sempre lì, rigida, alla bicicletta nera e alle scarpe ortopediche, le scorse davanti tutto. Troppo. Un bagliore, un respiro potente di campi arati, cirri luminosi, chiome marezzate, capelli fluenti, biondi, liberi, seni rigogliosi, segreti di donne umiliate, riscatto dei deboli e degli sfruttati. Quasi anticipando un sogno psichedelico, essa vide e capì, mentre diventava luce pura, le donne di domani, i cittadini e le cittadine orgogliose di camminare finalmente abbracciati, e il suo passo invisibile a fianco dei cortei femministi, delle immigrate e degli immigrati, dei vecchi e nuovi emarginati che, anche grazie a lei, avrebbero avuto la forza di attuare la ribellione. Vide. Capì. Ci insegnò che occorre andare oltre. Che siamo tutti essenziali, e nessuno indispensabile. Che vale la pena credere, anche trascendendosi. Senza che occhi umani possano giungere ad alzare il velo. Segreto velo.
Per questo è immortalata così, con la sua bicicletta nera, nel vortice di un’opera immanente ed eterna. E noi una come Gina, Gina-Lia, non la dimenticheremo mai.
peccato che tu non ci abbia proposto prima questo articolo.
Avrebbe avuto la possibilità di essere pubblicato e di non rimanere seppellito nei commenti.
La prossima volta la strada giusta è questa<a/>.
Bel tributo alle donne della resistenza, sia da parte di miriam che di daniela tuscano…
Hanno dato il loro contributo in tanti modi ma non se ne parla molto; è bello, invece, metterlo in risalto.
Brave
@ daniela: toccante ed intenso…concordo con MenteCritica: degno di essere letto ed apprezzato…complimenti.
@ spes: grazie…so che condividi con me l'orgoglio di essere donna…
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complimenti, hai fatto bene a parlare di un argomento che nessuno cita. L'eroismo è asessuato, hai fatto bene a ribadirlo.
..è proprio vero, il fatto di essere donna, dopo aver letto queste cose, mi riempie di orgoglio!
Complimenti Miriam e Daniela… Grazie.
è indicativo il fatto che a scuola non si parli mai della “partigiane”.
siamo più sessisti di quanto riusciremmo ad ammettere.
grazie miriam, daniela
Ok, ciao, il racconto su Gina mi è venuto così, spontaneo: da milanese mi aveva sempre attratto quella lapide. Io gironzolo molto sui blog (e scrivo, anche: sono insegnante e pubblicista), però non conoscevo MC. Ora ne approfitterò senz'altro. Se, nel frattempo, qualcuno vuol venirmi a trovare, basta cliccare sul mio nome.
Grazie a tutti
Daniela
E' uno sforzo corale. Belli entrambi
Su miriam oramai non ho più parole.
Grazie