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La Lega Nord ha Vinto Perché Interpreta il Sentimento Popolare. E gli Asini Volano (in Parlamento) – seconda parte

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Questo articolo è la seconda parte di un pezzo pubblicato ieri. Per una maggiore comprensione del punto di vista dell’autore consigliamo, a chi non l’abbia già fatto, di leggere la prima parte prima di proseguire.

Il nuovo simbolo del PD, Partito demoPadano

Il nuovo simbolo del PD – partito demoPaDano


La Lega Nord ha saputo interpretare il sentimento popolare…… anche il Partito Nazista, quello Fascista e (per par condicio) pure i bolscevichi e Fidel Castro hanno saputo interpretare il sentimento popolare. Se i loro oppositori fossero stati arguti quanto i dirigenti del PD probabilmente avrebbero creato una copia speculare degli originali, riuscendo sicuramente nell’intento di raccogliere consensi tra i seguaci di questi partiti; diciamoci la verità, le dittature sono nate perché all’epoca non c’era nessuno in grado di proporre scelte “forti” come un PCAN (Partito Comunista ma Anche Nazista), oppure un PZAC (Partito Zarista ma Anche Comunista).

La Lega Nord ha saputo interpretare il sentimento popolare…… che, come ci ricorda Fully, chiedeva:

un po’ più di sicurezza nelle loro città

Magari si poteva fare una campagna in cui si poneva l’accento sulla certezza della pena? Chi delinque deve finire in carcere ed affinché questo avvenga è importante che i processi diventino più veloci; non si possono aspettare 10 anni per una sentenza. Per fare questo è necessario dotare il Ministero di Giustizia di nuove unità e dei fondi, che ora mancano, nonché snellire e semplificare le leggi raccogliendole in testi unici. Oltre ad una sentenza veloce bisognerebbe accertarsi che il reo sconti la sua pena fino in fondo. Bisognerebbe pensare ad azioni per penalizzare il recidivo, ma anche per favorire un processo di reintegrazione nella società (ma solo dopo che la pena è stata scontata!). In tal senso sarebbe giovato al centro-sinistra ricordare che la ex Cirielli, legge che regola la prescrizione dei reati, è stata introdotta dal Governo Berlusconi ed ha consentito la liberazione di alcuni suoi amici ma anche di molti altri delinquenti di vario stampo, che la legge sul legittimo sospetto, anch’essa prodotto del governo Berlusconiano, è stata invocata dal clan dei Casalesi, che non sono esattamente i “comuni cittadini perseguitati dai giudici” di cui parlavano gli esponenti di Forza Italia quando la legge fu varata. Gioverebbe inoltre ricordare, quando il popolo si scandalizza per provvedimenti come questi, che è proprio la lentezza della giustizia a causare questi disastri e che a qualche imputato del centro-destra, nello specifico anche al “principale esponente della coalizione avversaria”, i tempi di giustizia lenti hanno permesso l’assoluzione per “prescrizione del reato”, e che quindi, a rigor di logica, il centro-destra non è molto credibile quando invoca la “certezza della pena”. Immaginate se il Governo Prodi, invece di fare le stesse cose che faceva e diceva Berlusconi, e di fare le battaglie contro i tassisti, avesse agito diversamente, dimostrando una chiara rottura con il passato, rispettando così il mandato elettorale grazie al quale aveva vinto le elezioni! Immaginate se il Governo di centro-sinistra avesse operato per ridurre drasticamente i tempi dei processi, fornendo ai magistrati ed alle forze dell’ordine gli strumenti per lavorare al meglio, permettendo così alle vittime di essere risarcite velocemente ed impedendo invece ai loro carnefici di uscire dal carcere senza aver scontato tutta la pena. Ora smettete pure di immaginare, tanto tutto questo non è successo e non potrà mai succedere con questa sinistra, anche perché i processi lenti fanno comodo anche a qualche loro esponente.

un maggior rigore nelle politiche di immigrazione: hanno capito benissimo che l’immigrazione è un processo storico ineludibile (anzi, se ne servono) ma pretendono che non debordi in criminalità;

Padanità, il nuovo giornale del Partito DemoPaDano

La nuova testata giornalista del PD (Partito demoPaDano)

Ma qualcuno avrebbe dovuto ricordare che l’attuale legge sull’immigrazione si chiama Bossi-Fini, non Bertinotti-Caruso, che probabilmente è proprio questo tipo di legge ad aver causato un aumento della delinquenza (se poi davvero questo aumento c’è stato, dove sono le statistiche?), perché rende praticamente impossibile l’ingresso a chi vuole immigrare regolarmente per lavorare mentre favorisce la clandestinità ed il traffico di schiavi. Sul tema immigrazione ho già detto la mia, ma anche in questo caso giova ricordare che una giustizia che non funziona, così come non può condannare i politici miliardari, allo stesso modo ha le mani legate quando si tratta di condannare gli extracomunitari per reati di vario genere, né tantomeno può emettere i decreti di espulsione di cui tanto si parla. Bisognerebbe anche ricordare ai cittadini che i giudici applicano le leggi e che queste leggi a loro volta sono scritte dal Parlamento. Prentendere che un Parlamento pieno zeppo di pregiudicati produca leggi che funzionano efficacemente nella lotta al crimine è ridicolo almeno quanto assumere un rapinatore come cassiere di una banca. Il problema dell’integrazione invece è più complesso, nell’articolo che avevo scritto tempo fa, e che ho linkato qualche riga più su, avevo già espresso alcune idee in merito, altre le potrete leggere in un pezzo che sarà pubblicato in seguito; tramite quel “dialogo” forse sarà possibile anche comprendere perché sinistra e destra non possono e non devono dare le stesse risposte al cittadino.

fabrichètte i cui “padroni” sono ex-operai specializzati che si sono messi in proprio; sono piccoli imprenditori che spesso tirano la carretta personalmente insieme a pochi operai ex-colleghi;

Ho provato a raccontare la favola delle “fabbrichette”, in cui operai ed imprenditori lavorano spalla a spalla per l’interesse comune, ai miei tantissimi amici precari, interinali, co.co.pro, lavoratori di call-center, stagisti, ma non hanno voluto sentir ragioni, loro continuano a sentirsi sfruttati, maltrattati ed a vedere davanti a loro un futuro incerto. Il tipo di fabbrichette a cui accenna Fully nel suo articolo, esistono, ma sono solo un piccolo spaccato della realtà. L’altro spaccato della realtà sono i “paron”, che si sentono padreterni solo perché hanno un’attività in proprio, che non investono in ricerca ed innovazione, che cercano di pagare salari sempre più bassi e che vivono d’improvvisazione, rendendo l’Italia un paese lento, arretrato, incapace di adottare strategie di marketing moderne e di realizzare imprese in grado di operare in maniera competitiva nel settore delle nuove tecnologie. L’Italia è ancora un paese in cui prevalentemente operano attività da terziario (arretrato) settore secondario, ovvero industrie manufatturiere, tessili, calzaturiere, ormai diffusissime nei paesi in via di sviluppo e con cui l’industria italiana non può assolutamente competere, manca invece quasi totalmente il terziaro avanzato (che grazie ad un neologismo qualcuno chiama quaternario). Un messaggio politico come questo avrebbe potuto ottenere riscontri su un gran numero di giovani, che non comprendono la parola “proletariato”, che non sono operai, perché spesso sono altro (operatori di call-center, promotori finanziari pagati a cottimo, impiegati co.co.pro), ma che guadagnano addirittura meno degli operai, certo meno di quegli operai che lavorano nella fabrichetta braccio a braccio col “paron”. Noi su Mentecritica l’abbiamo ripetuto molto spesso, il lavoro flessibile deve essere pagato di più rispetto al lavoro a tempo indeterminato. Inoltre dove sono gli ammortizzatori sociali in grado di tutelare i precari dalla perdita del lavoro? In ogni caso se non sarà rilanciata una nuova politica industriale, che faccia investimenti importanti nella ricerca, nell’innovazione, nelle tecnologie, non esisterà governo in grado di tirarci fuori dal pantano. Se il massimo che siamo in grado di fare è competere con i paesi in via di sviluppo diventeremo anche noi un paese sottosviluppato.

Immagine anteprima YouTube

Alcuni operai che lavorano spalla a spalla con il padrone della “fabrichetta”

A proposito di fabbrichette, in una certa sinistra c’è la tendenza a demonizzare qualsiasi forma di iniziativa privata, questo ha prodotto effetti devastanti sull’elettorato. Non si possono mettere sullo stesso piano i grandi industriali e le grandi catene commerciali, con il proprietario di un negozietto che a stento riesce a tirar fuori dalla sua attività i soldi per pagare l’affitto e per vivere. Il salumiere sotto casa per certi versi oggigiorno è più proletario dell’operaio specializzato, che in alcuni casi guadagna cifre più che rispettabili, soprattutto se paragonate a quelle di altri lavoratori specializzati, spesso laureati che ricevono stipendi da bidello. Ma la sinistra, con l’indubbio apporto mediatico della destra, non soltanto è riuscita a far sentire quel salumiere un “imprenditore”, né più né meno di Tronchetti Provera, ma l’ha anche trasformato in un nemico da combattere, facendo si che quest’ultimo si barricasse nelle accoglienti braccia del centro-destra. Volete un esempio? “Il negoziante guadagna un sacco di soldi e sicuramente evade le tasse perché non batte mai lo scontrino!”. L’evasione fiscale in Italia è certamente un problema e va combattuta, a tutti i livelli. Ma nella foga della “battaglia dello scontrino” ci si dimentica che in Italia da qualche anno lo scontrino serve quasi soprattutto per la contabilità dell’IVA, giacché le imposte sui redditi sono calcolate quasi sempre con gli studi di settore. Paradossalmente i piccoli commercianti sono la categoria meno rappresentata e meno tutelata, schiacciati dalle grandi catene commerciali, costretti a pagare affitti spesso altissimi, costretti a lavorare anche il sabato e la domenica per reggere la concorrenza, senza alcun sindacato vero che li tuteli, schiacciati da tasse nazionali, regionali, provinciali e comunali di vario genere, con attività ad altissimo rischio di chiusura. Queste categorie sono abbandonate al loro destino, ma almeno nel centro-destra trovano alcune risposte, anche se sbagliate, come la tolleranza all’evasione, lo snellimento della burocrazia, la promessa di pagare meno tasse. Questo non vuol dire che non esistono commercianti ricchissimi, ma bisogna davvero essere intrisi di ideologia fino al midollo per pensare che lavoratori dipendenti ed operai siano sempre i “buoni” mentre gli imprenditori (includendo in tale categoria un poutpourrì di realtà completamente diverse), sono sempre i cattivi. Considerate l’altissimo numero di persone che apre un’attività come ultima spiaggia alla mancanza di lavoro, considerate gli autonomi che in realtà sono dipendenti costretti ad aprire partita iva, il settore dei “titolari di partita iva” è quantomai variegato e complesso.

La coop sei tu, ignorante

Le Coop Rosse hanno deciso di sostenere la nuova linea del PD (partito demoPaDano). D’ora in poi le loro pubblicità conterranno errori grammaticali per essere più vicine al popolo.

meno tasse………..migliori infrastrutture;

che è una contraddizione in termini. Meno tasse = meno infrastrutture, su questo non ci piove. Quello che in realtà gli italiani vogliono è pagare tasse eque rispetto ai servizi che lo Stato offre loro. Ciò che gli italiani, almeno quelli onesti, vorrebbero è non dover pagare tasse per mantenere persone assunte con raccomandazioni, non dover pagare tasse per consulenti esterni che non si sa su cosa sono consultati, poter essere curati dal medico più bravo e non dal primario insediato grazie alla “segnalazione” del politico di turno, vorrebbero poter avere esami medici immediati, non aspettare 3 mesi per un referto. Se gli italiani iniziassero a non vedere più queste cose sarebbero molto più contenti di pagare le tasse. Ai rimanenti, quelli che vorrebbero tutto per sé, bisognerebbe invece tirare un bel “ceffone” virtuale, giusto per riportarli nella realtà. Ad esempio, un mio amico “imprenditore” qualche tempo fa affermava che lui vorrebbe pagare meno tasse e che non ne può più di farsi mangiare metà dei suoi guadagni dallo stato, io naturalmente gli ho risposto che meno tasse equivarrebbero a meno servizi, che le tasse servono ad esempio per permettere a tutti di curarsi gratuitamente a spese dello Stato e per consentire ai ragazzi di studiare gratuitamente e senza distinzioni di casta e di reddito. Spesso, quando si parla di “servizi”, non di rado l’interlocutore fatica a comprendere di cosa si stia parlando, ed allora in quei casi è necessario essere più chiari e fare esempi basati sulla realtà. Quindi, quando lui mi ha detto che preferirebbe pagare meno tasse, avere una sanità privata e magari farsi un’assicurazione come avviene negli Stati Uniti, io gli ho fatto presente quali conseguenze comporterebbe un sistema siffatto per uno come lui. Questo mio amico infatti ha una malattia le cui cure sono molto, ma molto costose, per fargli cambiare idea mi è bastato ricordargli che quello che paga di tasse non basta nemmeno per ripagare le spese mediche che lo Stato sostiene per lui e che negli Stati Uniti non avrebbe un’attività fiorente, una bella casa ed una bella macchina, perché si sarebbe già bruciato tutto per pagarsi le cure con cui sopravvivere.

Chuck Norris sostituirà Che Guevara

La nuova icona del partito demoPaDano, è già partita le stampa delle magliette

L’esempio pratico e terra terra spesso funziona, purtroppo gli italiani hanno una scarsa percezione delle tasse che pagano. Per moltissimi italiani pagare le tasse equivale a buttare via i soldi, ma d’altronde come biasimarli? Tutti noi sappiamo bene come funzionano le cose nello stivale, questo è il paese dei politici corrotti e dei raccomandati (rivedere la sezione giustizia per comprendere quanto sarebbe importante farla funzionare come si deve). L’italiano quando paga le tasse immagina i suoi soldi che magicamente escono dal suo portafogli per finire direttamente in quelle di qualche politico, che userà i frutti delle sue fatiche per pagare lo stipendio ad un raccomandato fannullone, o per assumere un consulente che sarà pagato a peso d’oro per non fare niente, o per aumentare i suoi già faraonici emolumenti da onorevole. A chi non girerebbero i cosiddetti davanti ad una realtà così schifosa? Gli italiani da tempo sentono che c’è un’enorme sperequazione tra il dare e l’avere, pagano tantissime tasse per avere ospedali che non funzionano, strade divelte, servizi mediocri, burocrazia lentissima, scuole che cadono a pezzi, società di servizi privatizzate che invece di diminuire le tariffe le aumentano e ti rifilano anche piccole e grandi fregature. In fondo se un idraulico si fa pagare un sacco di soldi per lasciare comunque una rubinetto che perde, io mi incazzo come una iena, lo stesso vale per i soldi che il cittadino paga allo Stato. Con la differenza che l’idraulico puoi sempre citarlo per danni, mentre lo Stato no. Per questo motivo il cittadino si lascia affascinare da chi gli promette meno tasse, anche se la gente spesso non comprende che in cambio di meno tasse potrebbe perdere servizi che, anche se non perfetti, sono comunque molto importanti. Vedi ad esempio il mio amico imprenditore. Noi diciamo sempre che gli italiani sono evasori e furbi, lo dico anch’io e probabilmente in parte è vero. Ma lo Stato italiano, a causa di politici magliari, sembra davvero una macchina mangiasoldi che del cittadino se ne fotte.

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Finalmente, messe da parte “Mi Fido di Te” e “L’Inno D’Italia”, il PD (partito demoPaDano), presenta il suo nuovo inno

Federalismo fiscale;

Alle tasse altissime i cittadini del nord Italia hanno pensato di rispondere con il “federalismo fiscale”, il loro ragionamento è che in questo modo almeno le tasse non vanno a Roma per mantenere i “parassiti” ma rimangono sul territorio. Ma questo produrrà davvero i risultati che i cittadini del nord sperano di ottenere?
Molti non lo ricordano, ma in Italia, nel 2001, fu approvata la modifica del titolo V della nostra Carta Costituzionale, con questa modifica l’Italia si è trasformata, almeno formalmente, in una pasticciata Repubblica Federale.
Grazie alla nuova riforma costituzionale, ed anche grazie ad una serie di leggi introdotte a corollario, gli Enti Locali hanno iniziato a godere di una discreta autonomia decisionale e finanziaria. Ricevono in maniera diretta una percentuale delle imposte pagate sul territorio (una ad esempio è l’Addizionale Regionale Irpef), inoltre possono introdurre nuove tasse locali e stabilirne l’importo. Naturalmente in realtà il controllo finanziario di cui possono disporre è veramente poco, ma c’è da chiedersi se questa non sia una fortuna per le tasche dei cittadini.
Raffaele Costa, ex rappresentante del Partito Liberale Italiano ed ora politico nelle file di Forza Italia, nonché attuale Presidente della Provincia di Cuneo, scriveva nel 2002 nel suo libro “L’Italia dei Privilegi” [pag294-295]:

[.........]Uno dei famosi “parametri di Maastricht”, quelli che negli ultimi anni hanno inchiodato i governi nazionali al rigore di bilancio (fatte salve alcune oscillazioni, soprattutto in periodi pre-elettorali), obbliga gli Stati membri a puntare con decisione a un rapporto debito pubblico/prodotto interno lordo del 60%: non esattamente una passeggiata per l’Italia, ferma sostanzialmente al doppio di questa soglia limite stabilita dell’UE. Ma, mentre a Roma i ministri economici tirano la carretta per risalire la china del debito pubblico, nei singoli capoluoghi regionali torna di moda l’indebitamento facile: ammontano ad oltre 24 mila miliardi le entrate regionali del 2000 derivanti da mutui (il 12% delle entrate complessive), una tendenza non nuova nelle finanze regionali che, tuttavia, rischia di ripercuotersi nel medio periodo su quelle “federali”, chiamando in causa il bilancio dello Stato, se una volta ancora la capitale dovrà farsi carico degli eccessi della “spesa pubblica regionale“[..........]

Le regioni, le provincie ed i comuni, già adesso che non dispongono di soldi propri, sono delle vere e proprie “idrovore” per le casse dello Stato. Il vero potere ormai si esercita nelle amministrazioni locali, il clientelismo che spesso denunciamo, e che troviamo insopportabile, in larga parte è gestito nelle amministrazioni locali, di qualsiasi colore politico. In fondo, pensateci bene, vivere nelle nostre città costa tantissimo, e non mi riferisco al costo della vita, parlo delle striscie blu, dei photored, degli autovelox piazzati nei posti più assurdi, delle multe facili, delle TOSAP (tasse di occupazione del suolo pubblico), della TARSU (tassa per la raccolta dei rifiuti solidi urbani), e di tutti gli altri balzelli che “devolviamo” agli enti locali, e che incidono pesantamente sui bilanci familiari.
Con Decreto Legislativo N. 267 del 2000 fu rivista la normativa relativa alla gestione degli Enti Locali, anche per quanto riguarda la gestione e la creazione di società miste. Le società miste sono società a compartecipazione mista, metà del capitale è dato dall’ente locale, l’altra metà da imprenditori privati. Tali tipologie di società sono cresciute in maniera dilagante negli ultimi anni ed ora ogni Ente Locale (Comuni, Regioni, Provincie) dispone di almeno una società mista a cui demanda particolari attività: la gestione dei parcheggi, la gestione del trasporto pubblico, la gestione dei rifiuti, la gestione del verde pubblico. Ogni Ente Locale dispone quasi sempre di una o più Società Miste, anche i vostri Comuni/Province/Regioni godono del supporto di queste particolari aziende. Per i politici queste società a partecipazione sono diventate come l’uovo di colombo, finalmente hanno a loro disposizione società gestite con i soldi pubblici ma controllabili come se fossero aziende private. Aziende in cui è quindi possibile assumere personale, precario o a tempo indeterminato, senza dover passare attraverso le fastidiose forche caudine del concorso pubblico, società in cui è possibile infilare precari da tenere sotto scacco come portafoglio elettorale, ed in cui far svernare alcuni politici trombati. In alcune di queste aziende il numero di adetti ha raggiunto cifre notevolmente superiori alle reali necessità, con ovvie ripercussioni sulle casse degli EE.LL, drammaticamente sempre più vuote. I politici locali, grazie alle nuove autonomie di cui dispongono in seguito alle modifiche del Titolo V della Costituzione, possono anche assumere consulenti esterni che vengono pagati a peso d’oro ed ovviamente a spese del cittadino. Badate bene, queste “distorsioni” esistono in tutta Italia, non c’è distinzione tra nord e sud.
Vista l’attuale esperienza con le autonomie locali è lecito supporre che un ulteriore cessione di potere a favore delle Regioni non farebbe altro che spostare il “magna magna” da Roma ad Abbiate Grasso, però senza che ci sia più lo stato centrale a riparare, come evidenziato da Costa, ai disastri prodotti dai Governi Regionali. Non solo, i politici locali, avendo un forte radicamento sul territorio hanno anche una più radicata tendenza alla gestione del potere e delle clientele. Le casse degli EE.LL sono già ridotte malissimo (il Comune di Taranto è già fallito, quello di Catania non se la passa bene, e così tutti gli altri), un ulteriore scossone potrebbe produrre un disastro di proporzioni inaudite.
Per quanto riguarda il meridione d’Italia il federalismo fiscale potrebbe davvero mettere la parola fine sulle speranze di un risanamento. Per inciso, come hanno dimostrato tutti questi anni, un’Italia ancora più marcatamente a due velocità produrrebbe effetti nefasti anche sull’economia del nord, pensare che i problemi dei meridionali non riguardino il resto dell’Italia è un atteggiamento veramente miope.

Concludo qui questa mia lunga analisi, e lo faccio confermando il mio punto di vista. I cittadini hanno bisogno di risposte, ma di risposte adeguate e non di facile propaganda, tantomeno di una propaganda scimiottata da quella di un partito il cui nocciolo duro dell’elettorato rivendica ragioni assolutamente non sovrapponibili rispetto a quelle che dovrebbero essere le idee di un partito che si definisce di centro-sinistra. A volte le risposte non sono facili da dare, è molto difficile far giungere un messaggio scevro da populismo e demogogia, ma fare politica non vuol dire solo cercare il consenso, fare politica vuol dire soprattutto proporre insistentemente una diversa visione del mondo e della società, invitare al ragionamento ed al pensiero critico, ed attendere che si formi una maggioranza disposta a condividere questa visione con noi.

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Pubblicato in 000, Cazzotti, Il Bello della Politica
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