La Grande D 3


Erano più o meno le sette di una cupa sera di novembre, ora di Greenwich, quando nel cielo di quella fetta di mondo che stava per inoltrarsi nell’oscurità si disegnò una grande “D”.

L’istante preciso non fu mai dato di saperlo, perché molti alzarono gli occhi al cielo e affermarono di averla vista per primi, ma, stranamente, nessuna telecamera era puntata nel punto giusto e nel momento esatto in cui la lettera si formò e né si poté stabilire se si fosse trattata di un’apparizione improvvisa o di una manifestazione progressiva.

Dapprima si pensò a una trovata pubblicitaria. Poteva trattarsi del simbolo distintivo di una nuova linea di abbigliamento, giovanile, ma anche classica. Oppure il nome di una di quei profumi seducenti, usati da quelle modelle che dopo essersi adornate della fragranza fanno cose strampalate come ricoprire i loro corpi da silfide con grandi manate di fango. La lettera era ben formata, di una luminescenza costante, dai contorni netti e definiti ed era visibile ad ogni latitudine senza distorsione prospettica. Se qualcuno aveva messo dei soldi per creare quell’effetto, ci si era impegnato parecchio.

Eppure, col passare delle ore, non fu possibile capire da dove provenisse quella grande “D” scolpita nel cielo notturno dell’Occidente. Ci fu qualche tentativo di cavalcare il fenomeno da parte di alcune agenzie pubblicitarie, ma fu facile scoprire il bluff. Per cui, lentamente, ma inesorabilmente, si fece strada nel cuore di scienziati, militari e uomini politici, la consapevolezza di essere di fronte ad un fenomeno misterioso sul quale era necessario indagare.

La lettera “D”, a vista grande più o meno dodici diametri di Luna nella sua fase di piena visibilità, non era opaca ai radar e, pur bombardata con ogni forma di microonda, non dava alcun segno strumentale di sé. Dalla stazione spaziale non fu possibile confermare l’avvistamento. Si sarebbe potuto pensare ad un fenomeno di isteria collettiva, se non fosse che la grande “D” fu ripresa da telecamere, macchine fotografiche e da milioni di telefoni cellulari. Prima che la notte procedesse verso la parte giovane del mondo, la sua immagine era già comparsa su tutti i canali televisivi di Terra ed era diventata virale sui social netwok come una grande star del cinema che avesse dichiarato la sua omosessualità.

Mentre quella che fu definita la notte più lunga della storia andava a finire ed il giorno a sorgere sui cieli di Occidente, la grande “D” scomparve sopraffatta dalla luce di Sole, ma, man mano che l’oscurità avvolgeva i meridiani a Ovest, fu possibile dapprima avvistarla su New York, poi ad Anchorage, poi ad Anadyr, Tokyo, Perth, in una progressione di meraviglia, curiosità e, infine, panico perché col ritorno della notte sui cieli di Roma, la grande “D” inesorabilmente riapparve.

Per vedere la grande “D” bastava affacciarsi alla finestra, ma la gente era attaccata alla televisione e a Internet in cerca di una qualsiasi plausibile teoria giacché tutti, alla lunga, si erano abituati a definire i confini del sapere ed a trovare una spiegazione ad ogni cosa. Eppure, nonostante le lunghe indagini, non fu possibile addivenire ad una conclusione. Ad un’ispezione visiva diretta, effettuata con aerei idonei a librarsi fino alla stratosfera, la grande “D” risultava irraggiungibile, in quanto fenomeno puramente ottico, non rilevabile da alcun altro strumento che non fossero gli occhi o una telecamera. per cui era necessario procedere a vista, fino a quando l’aereo non raggiungeva quota di tangenza ed era costretto a scivolare d’ala per ritrovare quella portanza che lo difendeva dalla gravità. Né fu possibile appoggiarsi ai satelliti che non vedevano alcuna “D”, puntando in qualsiasi zona di cielo come se la lettera emettesse fotoni solo verso il suolo e risultasse invisibile ad osservatori posti a quote superiori alla sua. Qualche pignolo non poté fare a meno di notare che la grande “D” era un carattere dell’elegante e sobrio font “Garamond”.

Se un gruppo di scienziati esprimeva un’opinione, subito un altro gruppo la contraddiceva. Americani, cinesi e russi si accusarono a vicenda dell’utilizzo di armi non convenzionali e ci furono diverse ore nelle quali i silos dei missili intercontinentali delle tre superpotenze rimasero aperti in condizione di pre allarme. Gli europei facevano solo cagnara, mentre australiani e neozelandesi si limitarono a ignorare il fenomeno convinti come sono di vivere su un altro pianeta.

Col passare dei giorni e col silenzio della scienza, incominciarono a farsi strada le opinioni della gente che, come si sa, è pronta dire la sua senza peli sulla lingua. Qualcuno ipotizzò che la lettera fosse un segno divino, in quanto “D” è l’iniziale di Deus, sottintendendo, ovviamente, che Dio fosse cristiano e si esprimesse in latino. Ma ebrei, musulmani, buddisti e indù, che, messi insieme, facevano larga maggioranza rispetto ai cristiani, ebbero a manifestare le loro rimostranze per quanto, se nel cielo si sarebbero dovute rappresentare le divinità induiste, sarebbe stato necessario disporre di uno spazio largamente maggiore.

Sul fatto si non mancarono di dare la loro valuable opinion anche sciachimisti, antivaccinisti e, ovviamente, quelli che credevano agli alieni, stimolati dalla testimonianza di un uomo che affermò di essere stato rapito dai marziani durante un’osservazione notturna della grande “D”, portato su di essa, che in realtà era un enorme astronave, e ivi abusato sessualmente per ore prima di essere rilasciato.

Eppure, nessuna teoria, che fosse essa sostenuta da ipotesi scientifiche o semplicemente dal numero di like ricevuti su Facebook, riuscì ad affermarsi, così che dopo qualche tempo, la grande “D” entrò a far parte del consueto panorama notturno ed usata come immagine di sfondo del desktop, avatar sui social network e in campagne pubblicitarie visto che nessuno poteva reclamare i diritti sulla sua immagine. Dopo qualche anno c’erano milioni di bambini che erano nati e cresciuti sotto un cielo che non era mai stato senza la grande “D”, mentre altrettante persone si erano spente senza aver mai ricevuto una spiegazione definitiva.

Eppure, la grande “D”, con la sua silenziosa presenza notturna, cambiò il mondo. Ora, quando qualche gruppo di scienziati dispiegava equazioni per sostenere una sua nuova teoria in qualche “paper” che avrebbe dovuto spopolare sugli high impact scientific journals, in direzione di un premio Nobel più che sicuro, non vigeva più la virile baldanza di una volta perché la grande “D” stava lì a minacciare una nuova fisica dell’universo, indifferente alle architetture cristalline della matematica. E anche quando qualcuno diceva di essere sicuro di qualcosa, non poteva fare a meno di sollevare istintivamente gli occhi al cielo, in direzione della grande “D” che stava lì a incidere nel tessuto serico della notte, la cicatrice di una ferita eterna apertasi nel cuore degli uomini più impetuosi.


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