La Forma del Cazzo

Chiedo, il più umilmente possibile, scusa a J.L.B. Forse il modo migliore di mostrare il mio pentimento e la coscienza della pochezza di quanto scritto, sarebbe stato non pubblicarlo affatto e anzi distruggerlo, ma, da inane ed eterogeneo emulo degli sforzi del Menard, ho trovato difficile separarmi da questo stralcio faticosamente richiamato da uno degli scaffali della biblioteca di Babele, dove tra l’altro avrebbe continuato in ogni caso ad esistere; ed ho inoltre, dopo lunghe riflessioni, convenuto con me stesso che quanto segue è, comunque, solo il mediocre frutto di un’ispirazione di molto più nobile e ammirevole provenienza, frutto di cui io non ho colpa, se non forse quella di averlo sognato, troppo frettolosamente, e senza alcun metodo, in una sola notte.


Avvenne pochi giorni dopo. Alla morte di Mizar mi ero chiuso in casa; la tristezza l’aveva sostituito come unica compagna nei momenti in cui più debole su me si faceva la presa, tuttavia salda, della multiforme e monotona apatia; ma per qualche ragione, a causa di qualche motivo insondabile, di qualche misterioso o da me incompreso ente che con maliziosa vaghezza s’ingegnava d’interferire con le acquisizioni dei miei sensi e della mia ragione ingenerandomi sensazioni con esse contrastanti, avevo come un latente e tuttavia persistente sentore che nulla fosse cambiato, che lui fosse ancora lì accanto, che stessimo vivendo ancora i giorni che sapevo essere per sempre passati, che tutto nella mia vita, nella nostra, fosse sempre uguale a se stesso, e uguale attorno a noi il mondo e la terra in cui abitavamo. Le notizie, le facce, i rumori che venivano fuori dal medium (da poco c’erano state nuove elezioni, o dovevano esserci a breve) mi consolavano e confermavano nella mia quasi convinzione.

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Da questo stato d’incertezza mi riscossi di colpo: il mercato dei sogni mi vendette quel giorno solo l’amara verità. Camminando lungo Via dell’epifania, all’altezza di quell’anonimo bar dai tavolini laccati che tutti avranno notato, mi accorsi che la pubblicità sul cartellone ai piedi del quale Mizar soleva fare i propri bisogni era cambiata: fu allora che acquisii senza dubbio residuo la nozione che il mondo come lo conosceva lui già non esisteva più, che già veniva dimenticato, che tutto, quasi con crudeltà, continuava incessantemente ad evolversi e cambiare. Unica cosa immutabile era appunto la persistenza del cambiamento, meccanismo che impregnava il mondo intero, a prescindere dalle notizie, dissonanti, che per una settimana mi avevano sommerso, e comunque sentivo in continuazione, di quello che avveniva in parlamento. Lì sembrava regnare l’immobilità. Lì dentro, unico punto sulla terra, un’effimera avrebbe continuato a volteggiare nell’aria per decenni, forse per secoli. Pochi, e io non sono tra quelli, conoscono bene quel luogo, e io ne lessi per la prima volta su di un vecchio volume che riposava negli scaffali di mio nonno. Volume che divenne mio alla sua morte, e da cui riporto un brano:

«Il parlamento (che altri chiama l’Italia), si compone – o sembra comporsi (il significato di questo inciso si comprenderà meglio dopo) -, secondo i riscontri più accreditati, di due ambienti principali, o camere, e da diversi e disparati ambienti accessori funzionali alla vita di coloro che lo abitano. Secondo la maggior parte delle fonti antiche, la struttura del luogo non sarebbe unitaria, trovandosi le due camere principali in due luoghi distinti e separati. Questo dato, che per lungo tempo è sembrato acquisito e immodificabile, viene sottoposto però negli ultimi tempi ad una severa verifica da diverse teorie e scuole di pensiero più o meno innovative. Il dibattito, di cui ci apprestiamo a dare un breve resoconto, scaturisce dalla constatazione di alcuni dati di fatto, della cui totalità non si può dare qui conto, riguardanti le due camere: in entrambe vengono fatte le stesse discussioni sugli stessi argomenti e prese le stesse decisioni, avvengono gli stessi scontri, si usano gli stessi toni. Secondo i teorici del relativismo della cognizione parlamentare su base biologica, scuola di pensiero a dir la verità ormai in disarmo, una sola stanza, l’unica esistente, sarebbe percepita da ognuno in modo diverso in base alla predisposizione personale, con la prevalenza, tra la popolazione, di due pattern percettivi principali.

La difficoltà nello stabilire l’origine genetica dei pattern di percezione, nonché il loro numero preciso, e nel comprendere se i due principali fossero degli schemi singoli ovvero degli insiemi di schemi affini, ha portato in breve, insieme al rapido apparire sulla scena di altre scuole di pensiero, al declino dei relativisti. Per un limitato periodo si è assistito quindi all’egemonia di una nuova teoria, originata dall’intuizione e dal lavoro del prof. A. Mutadotto, secondo la quale la percezione della natura dell’unica camera cambierebbe effettivamente, ma in base, questa volta, alle frequenti fluttuazioni energetiche del medium elettromagnetico attraverso il quale, noi abitanti dello spazio esterno, acquisiamo notizia di ciò che lì dentro avviene e dell’esistenza stessa di tale luogo. Teoria interessante, forse troppo poco approfondita e verificata, postulava tra l’altro che senza l’esistenza del medium quasi tutti ignorerebbero persino l’esistenza stessa del parlamento, e che un’eventuale scomparsa di quello, o del parlamento dalle sue trasmissioni, porterebbe in breve tempo all’oblio quasi completo del luogo in questione da parte della maggior parte degli abitanti dello spazio esterno. I risvolti più interessanti della teoria erano però, forse, altri. Molti studiosi si spinsero ad affermare che in effetti per la maggior parte delle persone non c’era molta differenza tra la verità fattuale e ciò che veniva veicolato dal medium come tale, e che al limite il parlamento, o qualsiasi altra cosa quello veicolasse, avrebbe potuto essere anche solo una bugia, un imbroglio, una creazione aleatoria di qualche software appositamente adibito dai gestori del medium, non essere mai esistito o accaduto; e questo non avrebbe cambiato niente.

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Su un piano più filosofico, di sicuro meno scientifico, quasi magico, si pone la teoria che attualmente riscontra più successo, che più delle altre, quantomeno, fa discutere e infiamma le menti, esposta da S. Avicefalo nel recente Sulla natura della doppia illusione parlamentare. Non rigettando completamente le argomentazioni di Mutadotto, specie sul ruolo deformante della realtà attribuito al medium, egli avanza ipotesi inquietanti, tacciate da molti di essere campate in aria e prive di riscontri scientifici, ma che danno la spiegazione ad oggi più affascinante di alcune peculiarità del fenomeno. Secondo Avicefalo esisterebbe una sola camera, mentre l’altra sarebbe il riflesso di quella stessa attraverso una sorta di specchio aereo ed impercettibile posto sul suo soffitto. La natura e l’origine di tale specchio sono il punto debole di questa teoria, poiché l’autore si limita a bofonchiare che esso è fatto di rabbia e d’incubo, e che si origina da un grumo denso di tali sentimenti che fluttua per l’aria. Se si riesce a tralasciare per un attimo questa questione, fondamentale, si legge sul tomo dell’Avicefalo che il riflesso di tale specchio non è fedele: riflette le stesse persone e gli stessi luoghi, ma traslati nel tempo. L’immagine che espelle è la proiezione futura di quella che fagocita. Questo spiegherebbe la differenza d’età, che molti testimoniano, tra gli occupanti delle due camere e, per sovvenuti e inevitabili decessi, quella di numero. Spiegherebbe altresì la comunanza di costumi e portamenti.

Il fatto che gli argomenti discussi nelle due camere, quella reale e quella apparente, o, meglio, quella presente e quella futura, siano uguali, sarebbe ulteriore prova dell’identità degli occupanti, e indice del fatto che gli argomenti di discussione siano destinati, per qualche motivo ancora oggetto d’indagine, ad essere sempre i medesimi, con l’unica variante di qualche permutazione di parole. Oscuro rimane anche, seppur l’Avicefalo l’ipotizzi collegato alla natura dello specchio, e forse proprio per quello, il processo di percezione di queste immagini (o dovremmo dire di quest’altra dimensione, di quest’altro tempo?) da parte di noi esterni. Si ipotizza qualche forma d’interferenza tra il campo energetico del medium e quello, comunque di natura diversa, dello specchio. Nonostante tutti questi passaggi oscuri, che forse necessitano solo di un po’ più di tempo e di studio per essere illuminati, quest’ultima teoria non risulta tanto incredibile se si considera per un attimo il carattere anch’esso magico, interlocutorio risulterebbe fin troppo eufemistico, di altri fenomeni che riguardano l’oggetto di questa breve e modesta dissertazione. Il fatto, ad esempio, che chi entri in parlamento, si dice, difficilmente riesca ad uscirne, nonostante molti disertino spesso la sala principale – o le sale? Il dubbio s’impone allo stato attuale delle speculazioni in merito – impegnati nell’estenuante ricerca di un pertugio dagli ambienti accessori verso l’esterno…»

«… e non ultimi, nell’elenco delle magie, vengono i leghisti, abitanti del parlamento quasi mitologici, novelli minotauri, poiché in loro risiederebbe la doppia natura di secessionisti e di governanti di uno stato unitario.»

Credo che la citazione basti, non vorrei dilungarmi troppo; e poi il leggere dei leghisti mi ha fatto ritornare in mente una storia che ebbe a raccontarmi, ero ancora giovine, sempre il mio nonnino. Un giorno, parlavamo del grottesco e del paradossale, mi racconto di aver visto, sul medium, un uomo che parlava, uno degli abitanti del parlamento.

Più che quello che diceva l’aveva attirato però la sua faccia, la sua espressione. Non perché fosse sgradevole alla vista o buffa - erano banalità a cui egli non prestava attenzione i capricci che la natura spargeva qua e là sui suoi figli - ma perché gli dava una strana sensazione. Era come se, ad un livello sottostante a quello della pelle, o forse in un’altra dimensione percettiva, quella faccia fosse diversa, nascondesse un segreto, avesse un’altra forma.

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L’uomo criticava la legge elettorale (concetto sul quale risparmio un’altra citazione ancor più noiosa della precedente: vi basti sapere che serve a stabilire il meccanismo col quale si decidono gli abitanti del parlamento) a quel tempo vigente con toni aspri, enumerandone tutti i difetti e le brutture, utilizzando termini dalla valenza espressionistica che avrebbero fatto provare reale vergogna a chiunque ne fosse stato l’autore.

Mio nonno l’ascoltava, invero distrattamente, e continuava a scrutarlo, per carpirne il segreto, svelarne la vera natura, cogliere ciò che quella faccia voleva dirgli. A un certo punto l’oratore s’infervorò, il tono delle definizioni ingiuriose nei confronti della legge crebbe, finché in un infuocato accesso finale l’uomo, ormai quasi paonazzo, pronunciò il giudizio definitivo: “E’ una porcata!”.

Seguirono istanti di attonito silenzio; a chi avesse potuto scrutarli gli occhi del mio predecessore avrebbero mostrato, ammiccante dal fondo, la scintilla dell’intuizione; l’uomo riprese a parlare, lentamente, col sorriso monotono di prima, che acquisiva sfumature ora grottesche “Ho giudicato la legge come se non fossi stato io a scriverla – disse - perché poteste biasimarla meglio. Ma sono io il suo autore. Al fine tutto è svelato. Adesso disprezzatemi!” .

Che avesse detto questo veramente o no, che avesse forse semplicemente salutato i convitati e se ne fosse andato, non aveva invero importanza; mio nonno, aiutato dalla memoria, aveva sentito quelle parole. Le aveva sentite. Inequivocabili. E le aveva viste pronunciare. Come aveva visto la forma vera di quella faccia. L’aveva vista. Inequivocabile. La forma…

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