La fine della matematica 18


La regina delle scienze europee e oggi, se vogliamo, del mondo intero è indubbiamente la matematica, che in origine includeva la geometria e l’aritmetica.

Pur non essendo nata in Europa, ma in Mesopotamia e in Egitto, non senza significativi apporti da Cina, India e civiltà mesoamericane, essa ha trovato in Europa e quindi nel Nordamerica il suo compimento, obbligando l’intero genere umano ad adeguarvisi.

Grazie alla capacità di fare calcoli complessi, gli europei hanno saputo sviluppare enormemente tre scienze fondamentali per la loro esistenza: fisica, economia e astronomia.

La matematica, più la fisica, ha reso possibili l’ingegneria e l’astronomia, cioè il controllo della natura su questo pianeta e nei cieli.

La matematica, più i mercati e la produzione manifatturiera e industriale, ha creato una serie di scienze economiche e finanziarie su cui si regge l’intera civiltà capitalistica.

Oggi la matematica sembra aver trovato la sua apoteosi unificando, in un’unica scienza – l’informatica – un complesso di scienze, come la logica formale, la fisica, la chimica e la stessa ingegneria. L’informatica siamo soliti distinguerla in due grandi campi: software e hardware. Grazie al fenomeno delle reti digitali, è infine sorta la telematica, che ci fa sembrare il mondo il giardino di casa nostra.

Tutte scienze che l’Occidente ha sempre usato in maniera pacifica e violenta, per costruire rapporti sociali e per distruggerli.

Il motivo di questa schizofrenia sta soprattutto nel tipo di civiltà in cui queste scienze vengono sviluppate. Una civiltà caratterizzata da due contraddizioni fondamentali: l’antagonismo sociale che oppone in maniera irriducibile il possidente al nullatenente; la netta subordinazione della natura agli interessi di uomini abituati alla violenza.

Sulla base della matematica abbiamo sviluppato una civiltà malata, e con la matematica ci illudiamo di poterla sanare. La coscienza è stata messa sotto i piedi della scienza, nella convinzione che, così facendo, sia l’una che l’altra siano davvero oggettive, imparziali, al servizio del benessere e del progresso.

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18 commenti su “La fine della matematica

  • facebook_nic.marango

    Sono d’accordo sulla sostituzione della quantità con la qualità, ma non sono assolutamente d’accordo sul fatto che questo comporti un ripudio della matematica, delle scienze e del concetto di progresso. Il tema della decrescita ha origini puramente scientifiche, vedi secondo principio della termodinamica, limiti dello svipuppo ed ecologia. Al contrario è proprio la mentalità che lei critica, basata sulla crescita infinita e sul predominio della quantità, che origina dalle scienze puramente umane e ascientifiche, ed è stata stimolata soprattutto dalle grandi religioni abrahamiche, che sottomettono tutto quanto, natura, scienza, e pure la matematica, all’uomo e a dio.

    • Enrico Galavotti

      Di fronte allo scempio della natura io non faccio alcuna differenza tra scienze umanistiche ed esatte, e neppure tra una religione e l’altra. E’ il concetto di “civiltà” che va superato, a partire da quelle nate seimila anni fa. Il solo fatto che si parli di “storia” solo a partire da queste civiltà, è ripugnante. Se consideriamo la storia come una progressiva involuzione verso la barbarie, nonostante tutti i tentativi di porre un argine agli antagonismi sociali, dovremmo pensare a riscriverla completamente, non foss’altro che per una semplice ragione: non c’è stata rivoluzione che abbia saputo attribuire alla natura la giusta priorità rispetto al genere umano.

  • ilBuonPeppe

    Al di là del discorso introduttivo, un po’ astratto, condivido il senso e le conclusioni dell’articolo.
    Solo un appunto.
    “Il socialismo riformista chiede di ridistribuire il reddito, senza chiedersi se il tipo di rapporto di lavoro che lo produce abbia un senso.”
    Qualsiasi ideologia o modello di società, senza eccezioni, chiede di ridistribuire il reddito. Cambiano solo la direzione e le modalità della ridistribuzione.
    Da trenta anni il liberismo sta spostando redditi dalla classe lavoratrice verso gli strati più ricchi della popolazione. Con le conseguenze che oggi viviamo sulla nostra pelle.

    • galarico

      La sinistra dovrebbe chiedere di più di una semplice redistribuzione del reddito, che comunque appare oggi una gran cosa rispetto al neoliberismo dominante sin dagli inizi degli anni Ottanta. Dovrebbe porre la questione del rispetto delle esigenze riproduttive della natura come elemento per ripensare totalmente i nostri criteri di produttività. Il capitalismo va superato non solo perché la proprietà dei mezzi produttivi è privata, ma anche perché dal punto di vista dell’ecologia è un sistema contro-natura, e non lo renderà certamente più naturale il socialismo, mantenendo intatta la componente tecnico-scientifica, seppure gestita coi criteri del collettivismo.

  • Dario Genovese

    Avendo un background culturale tecnico e scientifico, mi permetto di dissentire con alcune considerazione fatte nell’articolo. Sono completamente in accordo con l’immagine di una società ormai corrotta, distorta e con poche speranze, ma la colpa non è della regina di tutte le scienza, ma soltanto dell’uso che ne facciamo, quindi la colpa è nostra e della nostra irresponsabilità. La matematica è uno strumento (molto potente) è come tale può essere usato nel bene o nel male. E’ come dire che i coltelli sono ‘cattivi’ perchè permettono di uccidere. In realtà possono anche avere scopi utili.
    Non è vero che la matematica serve solo a fare le somme e vedere se una quantità è positiva. La matematica è quella scienza che ci permette di vedere il simile nel dissimile: il far di conto è solo la più basilare di questa visione, e ci permette di dire che 5 sassi hanno qualcosa in comune ad esempio con 5 foglie, ma questo è solo un primo step.
    Non è neanche vero che la matematica dice che a tutto c’è soluzione, anzi ha dimostrato proprio il contrario ( http://it.wikipedia.org/wiki/Kurt_G%C3%B6del ).
    Le faccio infine presente che se stiamo qui a discutere è solo grazie ad un certo Maxwell che nel XIX secolo ha incominciato a scrivere la prima teoria completa sull’elettromagnetismo.

    • galarico

      L’idea che tutto dipenda dall’uso che facciamo delle cose e non dalle cose stesse non regge, poiché noi abbiamo creato cose all’interno di civiltà profondamente antagonistiche, il cui uso, in definitiva, non può essere che distorto, o che comunque ad un certo punto lo diventa, nonostante le nostre buone intenzioni. Non c’è nessuna cosa prodotta dalla scienza e dalla tecnica che noi non abbiamo usato per compiere guasti irreparabili e oggi continuiamo a illuderci di poter risolvere questi guasti usando sempre la stessa scienza e tecnologia. Noi non abbiamo le capacità di usare le cose in maniera radicalmente diversa, proprio perché le abbiamo fatte nascere con una coscienza deformata dei nostri rapporti con la natura. Anche la migliore intenzione noi si possa avere, finisce sempre coll’essere usata dai poteri forti in maniera opposta. E quando ci accorgiamo di questa strumentalizzazione, è sempre troppo tardi per fermarla, per invertire il processo.

      • Dario Genovese

        Quindi il tutto si può sintetizzare in ‘Siamo irresponsabili e perciò non ci meritiamo alcuno strumento’?. Non la vedo così drastica: è vero che nella società c’è parecchio marcio, ma c’è anche del buono. Dovremmo forse ritornare a vivere come gli animali? La tecnica è nata molti millenni fa, molto prima della scrittura e della specie Sapiens (gli omidi accendevano già il fuoco). Rinunciare alla tecnica e alla scienza (sono tra l’altro due cose diverse) significa rinunciare a gran parte dell’essenza umana. Sicuramente il nostro modo di vivere, purtroppo, non fa perno sulla ‘saggezza’, ma questo non significa che per diventare più saggi dobbiamo trascurare il sapere tecnico e scientifico (quello di natura più analitica, per intenderci).

        • Enrico Galavotti

          “Dovremmo forse tornare a vivere come gli animali?”
          Stai interpretando il passato preistorico come la Storia con la maiuscola vuole che lo si interpreti.
          Quando hai letto l’Odissea, il brano in cui Ulisse uccide Polifemo: da che parte ti sei messo? Di Ulisse, è evidente, perché quello era un mostro!
          Sbagliato! Dovevi metterti dalla parte di Polifemo, perché il mostro era Ulisse.
          Il ciclope era un pastore-agricoltore, abituato a consumare ciò che produceva. Ulisse era un mercante-guerriero, ladro e bugiardo.
          Leggiti i Poemi conviviali di Pascoli e guarda che figura barbina fa fare a questo eroe borghese ante-litteram.

          • Dario Genovese

            Non conosco i Poemi di Pascoli, ma posso immaginare (so che Dante ha mandato Ulisse all’inferno proprio per la sua sete di Canoscenza). Dici che Ulisse era furbo, e che Polifemo era ‘solo’ un pastore-agricoltore. Agricoltura e pastorizia sono due forme di tecnica. La domanda è quindi dobbiamo rinunciare a TUTTA la tecnica? Solo ad una parte? Chi decide il limite? Io penso che non bisogna mettere limite alla conoscenza, bisogna limitarne l’uso in maniera saggia (e qui si che siamo carenti). Ritengo che le due più grandi invenzioni dell’uomo siano il fuoco (uno dei primi esempi di tecnica) e la sedia (per facilitare la meditazione e la conoSc(i)enza). Rinunceresti veramente a queste due cose? La matematica non è nata per ‘dominare’ la natura, ma per conoscerla. Poi è ovvio che se la vuoi dominare, il fatto di conoscerla ti facilita in questo.

            PS: nelle foreste ci sono anche gli elfi e le fate.

          • Enrico Galavotti

            Agricoltura e pastorizia sono due forme di tecnica il cui prodotto non va a incidere sulle esigenze riproduttive della natura. A meno che certamente l’agricoltura non sia intensiva (monocolturale, cioè finalizzata al mercato) e gestita con sostanza chimiche. Noi dobbiamo riprodurci senza far pesare alla natura delle conseguenze che vanno infinitamente oltre la nostra stessa vita. Non possiamo far pagare alle generazioni future lo smaltimento dei nostri rifiuti. L’ILLVA non riuscirà MAI a essere eco-compatibile, perché è quel tipo di produzione in sé a non poterlo essere.
            E’ l’ideologia sottesa alla matematica, cioè la pretesa di un controllo razionale della natura, che si esprime anche in maniera fisica, chimica, informatica ecc. che ci sta portando scientificamente alla desertificazione.

  • fma

    Sulla base della matematica abbiamo sviluppato una civiltà malata, e con la matematica ci illudiamo di poterla sanare.

    Sembra più un dogma, che un ragionamento; una Certezza, più che una Conoscenza.
    E cosa proponi di usare, al posto della matematica, per sviluppare una società “sana”?

    • Enrico Galavotti

      La matematica s’è sviluppata in epoca moderna come pretesa di dominare la natura.
      “Dominare la natura”???
      Ma noi siamo figli della natura. La natura è nostra madre. Gli indiani nordamericani, pur conoscendo l’agricoltura, si rifiutavano di praticarla proprio perché non volevano ferirla con l’aratro.
      Nel Genesi i progenitori erano soltanto “custodi” del giardino, cioè della foresta.
      Noi urbanizzati invece ci abbiamo fatto vivere nelle foreste delle fiabe gli orchi le streghe il lupo cattivo, ogni essere malvagio.
      Dobbiamo metterci dalla parte della baba-jaga.

      • fma

        Anche questo mi pare un dogma.
        Non ho mai visto un solo matematico accampare la pretesa di dominare la natura. Nè cullare l’idea di poterlo fare.
        Non mi hai ancora detto cosa proponi di usare al posto della matematica, nella società di Baba-Yaga

        • Enrico Galavotti

          E’ dai tempi di Galileo che si studia la matematica con la pretesa di “dominare” la natura. Conoscere le leggi della natura, in un sistema di vita basato sull’antagonismo sociale, vuole dire SEMPRE cercare di sfruttare la natura senza ritegno. Persino il socialismo scientifico di Marx ed Engels non ha mai messo in discussione questo presupposto.
          L’alternativa è appunto quella di fare della natura il criterio di vita dell’uomo, così come facevano gli uomini preistorici.
          Ma per poterlo fare bisogna prima eliminare l’antagonismo sociale, frutto della separazione del lavoratore dai suoi mezzi produttivi, e poi, subito dopo, iniziare a praticare l’autoconsumo, quello che nessun comunista arrivò mai a capire, essendo abbacinato dalla rivoluzione industriale della borghesia. Anche socializzando la proprietà degli strumenti produttivi della borghesia, non usciamo dalla pretesa di dominare la natura.
          Il criterio fondamentale della produzione umana è il rispetto delle esigenze riproduttive della natura. La riproduzione naturale è più importante della produzione umana, perché senza garantire quella, non abbiamo futuro.

          • fma

            E’ dai tempi di Galileo che si studia la matematica con la pretesa di “dominare” la natura.

            Siamo sempre lì. Tu proponi una tua convinzione come una certezza. Wittgenstein scrisse un trattato per rispondere alla domanda: come avere la Certezza che le nostre Convinzioni costituiscano effettivamente una Conoscenza? Senza neppure riuscirci.

            Conoscere le leggi della natura, in un sistema di vita basato sull’antagonismo sociale, vuole dire SEMPRE cercare di sfruttare la natura senza ritegno.

            Posto che sia così ci sono perlomeno due strade per rimediare:
            a) smettere di indagare le leggi della natura (la tua proposta)
            b) combattere l’antagonismo sociale ( che parrebbe la più sensata)
            A meno che tu non sostenga che sia la conoscenza che genera l’antogonismo sociale. Ma in questo caso dovresti dimostrarlo.

          • Enrico Galavotti

            I dogmi, anzi le religioni vere e proprie le abbiamo in questo sistema, dove tutto viene considerato “naturale” (sfruttamento umano e naturale, disoccupazione, democrazia parlamentare, debito pubblico…). E i sacerdoti laici sono i politici e gli economisti, che non solo non riescono a risolvere alcun problema, ma non riescono neppure a porre i termini per affrontarlo.
            E pensare che basterebbe chiedersi se ha più senso difendere il valore d’uso o il valore di scambio.
            La matematica, che qui s’è trasformata in economia e finanza, dice con sicurezza sconcertante: il valore di scambio! Senza mercato torniamo all’età della pietra!

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