La Fatica


Nella mia lingua madre la parola “lavoro” e il verbo “lavorare” non esistono. Sono sostituiti rispettivamente da “fatica” e “faticare”. Così che il Gennariello o il Matteo di turno non hanno un lavoro, ma una fatica e la mattina non si alzano per andare a lavorare ma “pe ì’ a faticà“.

Immagino che sia una cosa che faccia sorridere l’Ambrogio o il Mirko che leggono queste modeste righe. Lo capisco e non me ne dolgo. Tutti ragioniamo per mezzo di vasti pregiudizi e il pregiudizio è un crivello a maglia troppo grossa per distinguere le povere vite dei singoli dalla marea montante delle masse.

La verità è che molti di quelli che nascono alle mie latitudini, dietro la facciata lievemente picaresca che impone la nostra tradizione comportamentale, nascono con un animo inconsapevolmente calvinista che attribuisce alla “fatica” un valore sacrale, indipendentemente da quelli che sono poi i risultati di sistema.

E io, ora parlo solo per me, di “fatiche” e di “fatica” ne ho fatta tanta. Non voglio stare qui a elencare le “fatiche” che ho fatto, quando ho iniziato e quanto “la fatica” abbia fiaccato il mio corpo e la mia mente. Non devo dimostrare niente a nessuno. Sono io il giudice più severo di me stesso e se mi sono promosso, vuol dire che di fatica ne ho fatta tanta. Tanta che, mentre scrivo queste parole, gli avambracci mi dolgono e la schiena mi fa male. Perché l’ultimo abuso del mio corpo e della mia mente si è consumato fino a pochi minuti fa. E questo è.

Ora, mentre attendo il giorno che mi farà entrare ufficialmente nella vecchiaia, non posso fare a meno di chiedermi se il mio silenzioso e consapevole calvinismo sia veramente servito a qualcosa. Non ho guadagnato la Salvezza, perché non credo nella Salvezza. Ho perso tutto le persone che amavo e per quella che resta sono poco di più di un elettrodomestico. Non ho ricchezze, ma soprattutto non ho speranze.

L’unica cosa che mi rimane è la combustione di quello che resta di me nella consumazione quotidiana della fatica. A volte penso di aver scelto un modo particolarmente involuto e doloroso di uccidermi. E probabilmente è così. Tutto sommato, non fa nessuna differenza. Di quello che sono stato, delle mie ore di fatica, delle città che ho bruciato, delle donne che ho amato, di quello che ho scritto, ma soprattutto del grande dolore che mi ha devastato e mi devasta ancora non rimarrà nulla. E così è. E così sia.

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