La dichiarazione d’indipendenza più loffia della storia


Ieri sera, verso le sei, memore della rappresentazione iconica che la storia ci ha lasciato di certi eventi, ho atteso con ansia il discorso di Puigdemont. Ho addirittura spinto mia figlia di nove anni a smettere di giocare ed ad unirsi a me per assistere ad un passaggio che ritenevo importante per la sua maturazione.
Non dico che mi aspettassi petti nudi esposti alle baionette, bandiere al vento e capipopolo sulle barricate col braccio alzato a sfidare le truppe lealiste, ma avevo una certa ansia emozionale accresciuta anche dal lungo ritardo sull’ora annunciata.
Le aspettative si sono ancora accresciute quando ho visto Puigdemont seduto a rivedere il suo discorso ed ad apportare piccoli cambiamenti dell’ultimo minuto. Per cui, quando ha iniziato a parlare, ho ascoltato con grande attenzione.
E l’ho ascoltato con attenzione per gli oltre quaranta minuti di noiosissime premesse nelle quali ha diluito l’elementare concetto “le abbiamo provate tutte col governo centrale, ma non ci ha lasciato alternative” alternate a scontati richiami al valore della democrazia. Quando, intorno al cinquantesimo minuto, credo, si è addirittura passati al ringraziamento per i medici e gli infermieri che hanno soccorso quelli che hanno beccato le legnate dalla Guardia Civil ho lucidamente realizzato che stavo ascoltando la dichiarazione d’indipendenza più loffia della storia.
E’ negli ultimi cinque minuti che si è condensato il succo, dove si è proclamata unilateralmente la separazione per sospenderla 3 secondi dopo per cercare un accordo con Madrid. Nel frattempo, impietosamente, la telecamera riprendeva una piazza semivuota dove pochi “patrioti” agitavano bandierine.
Ho svegliato mia figlia e quando mi ha chiesto se poteva vedere Enrico Papi che conduce “Guess my age” su canale 8 non ho avuto il coraggio di dirle di no. A dire il vero, me lo sono visto pure io e, dopo Puigdemont, mi è sembrato una boccata di aria fresca.
Non so se sia stato sempre così o se sia la generale mollezza delle nostre nuove generazioni che portano al potere mezze cartucce il cui solo dono è quello di essere fotogenici o di avere mogli di cui si può sparlare sui social. E’ così anche col cibo, per esempio, che nella pubblicità ha quell’aspetto strepitoso e che poi quando lo mangi non sa di niente.
Io in un mondo di mezze cartucce con la frangetta o con la giacchetta da agente immobiliare mi sento fuori luogo. E’ un disagio fisico che deriva dalla mancanza di consistenza che trovo in qualsiasi cosa, nella assoluta banalità delle idee, nella totale incapacità di dare forma al pensiero e nella sua elucubrazione onanistica ed inconcludente.
Vi lascio con qualche riga di un discorso vero, di quelli che infiammano l’animo nei momenti cruciali della storia e che portano un popolo sconfitto a sovvertire un destino che sembrava segnato. E l’uomo che l’ha pronunciato era un vecchio ubriacone che puzzava di alcol e sigaro che in TV sarebbe venuto malissimo.
“Even though large tracts of Europe and many old and famous States have fallen or may fall into the grip of the Gestapo and all the odious apparatus of Nazi rule, we shall not flag or fail.
We shall go on to the end, we shall fight in France, we shall fight on the seas and oceans, we shall fight with growing confidence and growing strength in the air, we shall defend our Island, whatever the cost may be, we shall fight on the beaches, we shall fight on the landing grounds, we shall fight in the fields and in the streets, we shall fight in the hills; we shall never surrender, and even if, which I do not for a moment believe, this Island or a large part of it were subjugated and starving, then our Empire beyond the seas, armed and guarded by the British Fleet, would carry on the struggle, until, in God’s good time, the New World, with all its power and might, steps forth to the rescue and the liberation of the old.”


Informazioni su Comandante Nebbia

Sono stato un uomo mediocre. Ho avuto mille paure segrete e le ho tenute nascoste sotto una coltre di ruvida violenza. Ho camminato a caso e qualche volta mi sono fermato quando non dovevo. Ho muti rimpianti, una rabbiosa rassegnazione e vivo di severi silenzi.
Ho amato i pigri pomeriggi d’estate, le stanze ombrose con gli scuri abbassati e i giorni cupi dell’inverno più freddo, quando il cielo grigio minacciava pioggia e i primi lampi squarciavano l’orizzonte.