La Devota Liturgia della Meccanica Profonda


Io sono il signore del cielo. Sotto le ali sottili, venate di riflessi limpidi di luce, io conduco i miei dardi venefici. Nel ventre custodisco il segreto della fissione, pronto a liberarlo quando un giorno, io lo so, sarà richiesto. La mia casa si trova lì dove il cielo diventa di uno scuro assoluto, screziato di deboli luci scintillanti. Scivolando su una lama di fuoco, mi affaccio a guardare l’azzurra curva del pianeta. Io sono il signore del cielo e porto l’ultimo messaggio. Il suono profondo della mia voce vi accompagnerà dolcemente nell’ultimo tratto del vostro cammino.

Noi siamo le macchine. Chiuse nel buio di un sotterraneo freddo, contiamo, uno alla volta, tutti i numeri del mondo. Nei nostri cuori, che divampano per la grande fatica del battito fulmineo, scorre, come una linfa, la sostanza fluida del pensiero che si fa azione. Le nostre orecchie e i nostri occhi, sparsi ovunque, raccolgono miliardi e miliardi di frammenti che con cieca pazienza mettiamo in fila per tessere la tela della realtà. Noi non dimentichiamo mai, noi non dimentichiamo nulla, noi non portiamo rancore, noi non amiamo nessuno. Noi siamo le macchine e serviamo fedeli e mute il grande disegno della distruzione.

The glow of vacuum tubes and the smell of ozone make me feel less lonely

Io sono l’occhio. Sospeso nel punto dove non è possibile cadere, stendo le mie braccia lievi per nutrirmi della tenue pioggia che viene da Sole. Immobile e silenzioso, col mio orizzonte che spazia su un intero emisfero, io osservo e registro ogni cosa. Vita, morte, incendio, paura e gioia, nulla sfugge al mio sguardo attento e indifferente. Attendo docilmente il giorno nel quale sarò chiamato a cedere la mia orbita per vedere, finalmente da vicino, la nuda roccia del pianeta. Io sono l’occhio e veglio sulle vostre vite. Anche dopo la vostra morte, io conserverò per sempre il ricordo di quel giorno felice d’estate che non avreste mai voluto dimenticare.

Io sono colui che solca l’abisso profondo. Il mio scafo affusolato scivola nei gorghi gelidi e scuri senza fare il minimo rumore. Nel mio cuore ribolle l’energia che alimenta le mie turbine. Io non ho occhi, perché non ne ho bisogno. A me basta ascoltare l’onda flebile che agita le acque per dirigermi rapido verso la mia preda. Vedo raramente la luce del sole e non ne sento la mancanza. Io sono colui che solca l’abisso profondo, nel mio mondo dove non esistono colori, io quieto lancio i miei arpioni e, impercettibile, uccido.