MenteCritica

La Democrazia è un Fallimento #2

Nelle aristocrazie il principe non si fa eleggere, è lui che elegge il suo popolo. In democrazia il popolo è bastonato su mandato del popolo. È la pratica certosina dell’autoinganno. Si dice che il trenta per cento sia astensionismo. Nego, tutto è astensionismo. Sono comunque voti sprecati.

Carmelo Bene

La democrazia è un fallimento, qualcuno lo ha scritto su queste pagine ed ha provocato un pandemonio. I “parvenus” del pettegolezzo internettiano, mascherato però da impegno civile e democratico, pensando come al solito di poter capire senza leggere o convinti che bastasse leggere le parole in sequenza per capire, hanno avuto reazioni di vario genere: panico, rabbia, frustrazione, smarrimento; che a loro volta si sono tradotti in censure, autocensure, abbandoni, richieste di boicottaggio.

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Niente di nuovo sotto il sole, succede sempre così quando i tabù vengono violati, sperare che le cose andassero diversamente era francamente utopistico.

La catch phrase “non esistono questioni di principio”, che prima campeggiava nel “title” di questo blog, in svariate circostanze è stata utilizzata come un randello da agitare contro quella parte di autori e di lettori le cui opinioni non erano “allineate” a quelle della maggioranza degli astanti. Lo stesso avvenne in seguito al pezzo sul fallimento della democrazia, quella volta la rabbia fu ulteriormente alimentata dai cambiamenti in atto su MC. Quando poi nei giorni seguenti qualcun altro scrisse: “riappropriamoci del diritto di poter liberamente dire: a me di quello che succede a Gaza non me ne fotte niente” l’impressione che ne ricavai fu che molti ormai erano diventati come tori infuriati dal drappo rosso che qualcuno aveva sapientemente sbandierato davanti al loro muso.

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Proprio qualche giorno fa ero a cena da amici, un bambino non voleva mangiare la sua porzione di cibo ed un adulto se ne uscì con la solita frase idiota: “i bambini africani non possono mangiare tutte queste cose”.

“Loro no, ma io si” fu la risposta del piccolo, gli adulti si guardarono in faccia ed i genitori quasi si vergognarono della risposta del bambino, rimproverandolo. Ah, l’arroganza dell’innocenza, magari tra qualche anno quel piccolo aprirà un blog, diverrà una blogstar e parteciperà con i suoi bannerini a tutte le campagne pacifiste del pianeta, si sentirà parte del mondo perché altre blogstar gli diranno quanto è buono, bravo, intelligente ed impegnato e questo “brutto episodio” risalente alla sua infanzia sarà dimenticato.

La maggioranza delle persone necessita di certezze, il treno della loro esistenza deve scorrere su binari equidistanti e dotati di pochissimi interscambi, ogni cambiamento provoca panico. Così anche qui sono bastati dei cambiamenti ed un paio di pezzi fuori dal coro per provocare risentimento, reazioni scomposte, senso di smarrimento.

I pesci rossi vivono in una boccia ed il loro nutrimento dipende da noi, obiettivamente non è il massimo della vita, ma per il pesce rosso quella nella boccia di vetro è l’unica esistenza possibile, fuori dalla sua vasca piena d’acqua non potrebbe sopravvivere: la sua prigione è anche la sua salvezza.

La democrazia è la nostra boccia da pesci rossi.

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I pesci rossi conoscono una solo forma di protesta: rifiutano qualsiasi gesto d’affetto nei confronti di colui che li ha costretti in prigione; allo stesso modo l’uomo, rinchiuso nella sua democrazia, rifiuta la sua miserevole esistenza sbandierando il diritto di voto, i concetti di uguaglianza, solidarietà, meritocrazia. Il cibo è la schiavitù del pesce, il voto la schiavitù dell’uomo.

Per giungere a queste conclusioni basta farsi delle domande e darsi delle risposte:
– Io potrei candidarmi? Ma soprattutto: io potrei essere eletto?
– Quanto costa una campagna elettorale? I candidati dove trovano i soldi per pagarla?
– Chi sono le persone a cui diamo il nostro voto? Ci assomigliano in qualche modo? Fanno la nostra stessa vita?
– Quante volte abbiamo votato convintamente per qualcuno, quante volte abbiamo votato il meno peggio?
– Quante delle persone da noi votate abbiamo conosciuto direttamente? Con quante di queste persone abbiamo avuto uno scambio diretto di opinioni? Abbiamo mai avuto occasione di parlare vis-a-vis con con coloro che abbiamo eletto?
– Se la democrazia è rappresentativa perché nelle nostre istituzioni non esistono precari e disoccupati, gli operai sono quasi assenti mentre abbondano imprenditori, avvocati, ex giudici, liberi professionisti?
– Quante volte infine le nostre scelte elettorali e/o referendarie sono state totalmente disattese senza che ciò provocasse conseguenze alcuna sui politici che avevano tradito il “patto” elettorale?

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Per potersi candidare è necessario trovare un partito disposto a candidarti. Per essere candidato non è sufficiente essere iscritti al partito, magari da decine di anni. Per essere candidati bisogna avere un “peso elettorale”, per avere un peso elettorale bisogna avere voti. Per avere voti è necessario avere soldi per finanziare la propria campagna elettorale (che spesso significa comprare letteralmente i voti) ed è meglio svolgere professioni che favoriscano una buona visibilità. Con i voti della tua famiglia e dei tuoi amici (posto che questi ultimi non se lo siano già “venduto” in cambio di un “favore”) non riusciresti nemmeno ad essere eletto come consigliere di quartiere. Con la nuova legge elettorale nazionale potresti avere la fortuna di essere “nominato” e fare un giro di giostra in parlamento, ma le nomine le fanno coloro che controllano il partito e costoro controllano il partito grazie al peso elettorale, a sua volta ottenuto grazie ai soldi a disposizione, spesso frutto di intrecci economico/finanziari/mafiosi da far accapponare la pelle di qualunque persona dotata di un minimo di coscienza etica.

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Una volta esistevano i nobili, oggi esistono i notabili, le cose non sono cambiate di molto. Le folle sono state pacificate con televisori, cellulari, auto, vestiti alla moda e (l’odore del) sesso. Dai una matita ad un lettore di “Repubblica” ed egli si sentirà realizzato, potente. Prova a dirgli che il voto è un inganno, che egli non controlla nulla e nulla può e ti riterrà un cinico disfattista. Digli che la democrazia è un fallimento e ti riterrà un fascista o, se dotato di buon gusto, che la democrazia è l’unica scelta possibile. Egli ha la sua matita, la pancia piena, la sua auto, il suo cellulare e le tette sul calendario, vive (in)felice nella sua splendida boccia di vetro ed il massimo che riuscirà a fare sarà dimostrare scarso affetto per i suoi padroni. Una manifestazione in piazza, un articolino sul proprio blog, una nuova pulzella su cui sfogare il proprio orgasmo democratico e qualche litigata con gli amici, il pesce rosso non chiede altro, in fondo la sua boccia è accogliente ed i pasti arrivano puntuali ogni giorno, per tre volte al giorno. Non è il massimo, ma per lui è l’unica scelta possibile.

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