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La corazzata Potemkin del ministro Giarda o la Presa per il Culo della Spending review

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Dino Piero Giarda è stato presidente della “commissione tecnica per la spesa pubblica” istituita presso il ministero del tesoro dal 1986 al 1995. Io non so cosa abbia fatto in questi nove anni, quali siano state le sue proposte, che problemi possa aver incontrato. Però so qual è il risultato ottenuto da quella commissione: nulla. Per meglio dire, nulla se lo scopo era, come sembrerebbe logico, la razionalizzazione della spesa pubblica. Se invece l’obiettivo era quello di aumentarla senza controllo, favorendo sprechi e clientele di ogni tipo, allora sono stati bravissimi.
Dino Piero Giarda ha ricoperto dal 1995 al 2001 la carica di sottosegretario al ministero del tesoro, durante i quali ha continuato ad occuparsi di spesa pubblica anche per conto di singole amministrazioni locali. Io non so cosa abbia fatto i questi sei anni, quali proposte, quali problemi… Però so qual è il risultato: nulla.

Dino Piero Giarda è stato per sei anni con Tremonti al ministero dell’economia, dove ha svolto il ruolo di coordinatore di uno dei tavoli sull’analisi della spesa pubblica. Mi sembra ovvio: uno con la sua esperienza non poteva essere lasciato fuori, e i risultati ottenuti nei passati incarichi ne dimostravano le capacità. Io non so cosa abbia fatto in questi sei anni… eccetera. Ma so qual è il risultato: nulla.

di Portos

Ora non vorrei essere polemico, ma ad uno con un simile curriculum che compito gli vuoi assegnare? Vista la totale assenza di risultati in ventuno anni di incarichi governativi specifici, io gli darei uno spazzolone e lo manderei a pulire il pavimento nelle scuole. Oltre, ovviamente, a fargli restituire i lauti stipendi che nel frattempo avrà certamente incassato.
Mario Monti invece, incurante del senso del ridicolo, gli affida la razionalizzazione della spesa pubblica. Per il ventiduesimo anno. Ma per far vedere che loro sono persone di alto livello, gente seria che ha studiato, la chiama “spending review”.
Non ho parole, solo parolacce.

E se invece questa fosse la volta buona? Se veramente decidessero di mettere a tacere tutte le male lingue, e cominciassero a rivedere seriamente la spesa pubblica?
Proviamoci. Cosa serve per fare una vera revisione della spesa?
Per cominciare è necessario individuare le singole spese, classificarle, verificare quali enti o uffici si occupano di gestirne i relativi processi, con quali modalità viene svolto tutto l’iter; poi si va a vedere quali sono i punti deboli di questa struttura, dove sono le inefficienze, cosa si può fare più velocemente e con minor costo, quali passaggi è possibile saltare. Quindi si ridefinisce l’iter e si stabilisce che da quel momento quella specifica operazione si svolge in quel modo.
Bello. Pare facile, ma sono io che l’ho fatta molto semplice.
In realtà la cosa è piuttosto complessa, e bisogna considerare un problema fondamentale: questo richiede che le definizioni, i procedimenti, gli iter e compagnia varia, siano (sempre per usare parole care a quelli che hanno studiato) standardizzati, normalizzati. Cosa che in Italia non solo non esiste, ma tende col tempo a peggiorare. Con la scusa del federalismo, del decentramento, dell’autonomia, ogni comune ha le sue procedure, la sua modulistica, le sue modalità, per fare… tutti le stesse cose.
Per analizzare il rilascio di un’autorizzazione, in un paese noioso come la Germania è sufficiente studiare un procedimento, in Italia bisogna controllarne ottomila. E questo senza pensare alla miriade di enti, spesso inutili, che proliferano ovunque al punto da litigarsi le competenze.
Si dirà che qualcosa negli anni è stato standardizzato. Sì, qualche cosa; certo, da qualche parte bisogna pur cominciare, ma ad oggi rimane comunque una goccia nell’oceano.
Inoltre, dopo che tutto questo è stato standardizzato e reso omogeneo, è necessario raccogliere queste informazioni, farle dialogare tra loro e metterle a confronto. Questo richiede, senza scendere nei dettagli tecnici, sistemi e procedure compatibili e, ovviamente, collegati tra loro. Ma abbiamo realtà in cui esistono sistemi che non dialogano neanche al loro interno; uffici di uno stesso ente che fanno le stesse cose in modo diverso l’uno dall’altro. Come si fa a parlare di standardizzazione?

La verità è che oggi in Italia la revisione della spesa pubblica, al di là di qualche situazione talmente evidente che potrebbe risolverla anche un babbuino, è impossibile. Per chiunque. Lo stesso fatto che Giarda, e non solo lui, ci abbia dedicato ventuno anni con i risultati che tutti vediamo, lo dimostra.
E la pretesa di questo governo di spacciare per revisione della spesa quello che sarà un banalissimo taglio, applicato senza criteri oggettivi, è una lampante presa per il culo. Una cortina fumogena che, una volta dissolta, mostrerà l’unica conseguenza possibile dei tagli indiscriminati che si faranno: la riduzione dei servizi pubblici.
C’era bisogno di un governo di tecnici? C’era bisogno che un governo di tecnici chiamasse altri due tecnici per fare una cosa del genere?

Se si cominciasse subito e in maniera energica ci potranno volere una decina di anni per mettere in piedi tutto il necessario per fare un’analisi della spesa pubblica degna di questo nome. Questi invece promettono di fare in qualche mese quello che non si è fatto in ventuno anni. Ognuno è libero di credere a ciò che vuole, ma io mi aspetto qualcosa di simile a quello che lo stesso Giarda disse il 15/11/2000 in parlamento: “signor presidente, nell’ansia di fare presto ho sbagliato ad esprimere il parere su questo emendamento: il parere del governo è favorevole.
Nell’ansia di fare presto, invece di avviare un percorso virtuoso capace di farci cambiare rotta, ma i cui effetti si vedranno a distanza di anni, otterranno il solito risultato: nulla.

Aveva ragione Fantozzi, anche se lui la chiamava in un altro modo: “La spending review è una cagata pazzesca!”. E come per Fantozzi, la riscossa degli italiani (se mai ci sarà) passa anche attraverso il riconoscimento di questo fatto.

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