La Colpa di Essere Donna 16


Il respiro stava diventando affannoso, era esausta. Correva a perdifiato da qualche minuto ormai, sotto una fitta pioggia che sembrava avviluppare ogni cosa. Le scarpe le aveva perse quasi subito, troppo scomode per correre. Erano quelle che aveva comprato il giorno prima con Claudia: “Devi assolutamente metterle alla festa, ti stanno d’incanto”. Il viso sorridente della sua migliore amica svaniva lentamente mentre si accasciava al suolo, sopraffatta dalla fatica. Nonostante la corsa aveva freddo, il tempo quella sera era cambiato bruscamente e Lei, nel frastuono generale, non se n’era accorta. Per i suoi 18 anni Cla aveva fatto le cose in grande: il padre era riuscito ad affittare all’ultimo minuto un casale poco fuori città, circondato da prati e alberi quasi a perdita d’occhio. E ai piedi di uno di quegli alberi c’era Lei, infreddolita e completamente fradicia.

“Perché?”

art by metaller

Si guardava intorno terrorizzata, non aveva il coraggio di abbassare lo sguardo, perché se l’avesse fatto avrebbe visto che la sua camicetta era aperta, la sua gonna lacerata e un sottilissimo rivolo di sangue le scorreva sulla coscia sinistra. Non voleva abbassarlo, lo sguardo, perché avrebbe voluto dire fare i conti con una realtà agghiacciante che non poteva essere vera. Cosa spinge una persona a commettere un atto del genere verso un suo simile? Come può un uomo lasciarsi sopraffare a tal punto da un mero istinto animale? Non capiva, non accettava, e mentre si poneva questi interrogativi, le lacrime sgorgavano senza sosta, e si univano alla pioggia, confondendosi, mescolandosi. E le invidiava, perché per quanto si sforzasse Lei non riusciva a togliersi dalla testa quelle immagini, che scorrevano come se stesse vedendo un film dalla poltrona di un cinema.

“Motore… azione!”

Eccola, c’era Lei. Stava mangiando una fetta di dolce, era da poco scattata la mezzanotte e tutti gli invitati si erano accalcati intorno al tavolo con la gigantesca torta e le bottiglie di spumante. Aveva approfittato del momento per andare alla toilette, le scappava da mezzora. I bagni si trovavano accanto all’entrata, e passandoci davanti li aveva scorti, senza prestargli troppa attenzione: erano in tre e uno di loro le aveva gridato “Certo che se ti vesti così, te le cerchi eh…”.
Seduta sulla pulitissima tazza, rifletteva su quella frase, su quanto sia assurdo che qualcuno si senta istigato a compiere determinati atti dall’abbigliamento di un’altra persona. Pensava alle notizie e ai commenti che le era capitato di leggere in passato e che sembravano quasi giustificare la violenza per via degli abiti succinti della vittima. Mentre si rivestiva, un brivido di rabbia le percorreva la schiena. Uscita dal bagno il suo incubo aveva inizio.

“Perché?”

Aveva appena fatto in tempo ad aprire il rubinetto quando una morsa possente le ha avvinghiato lo stomaco e il collo. Le mancava il fiato, era impietrita dal terrore. Si sentiva come una bambola inerme in mano a un gruppo di Uomini Neri. Una serie di viscide mani si insinuavano dappertutto, strappando, ferendo, violando. Poi quella sensazione. Qualcosa che aveva sempre sognato di provare nell’intimità di una coperta, tra braccia fidate. La vista le si stava annebbiando, mentre la metà inferiore del corpo perdeva sensibilità, riempita fino a traboccare di inspiegabile, incontinente violenza. I colori avevano perso brillantezza, quella giornata solare si era trasformata in un vecchio film in bianco e nero.

Eccola, c’era Lei. Svenuta, sul pavimento sporco di sangue, piena di graffi e lividi, mentre l’acqua nel lavandino ancora scorreva. Ripresi i sensi l’istinto l’aveva fatta scappare via, il più lontano possibile da quell’incubo chiamato realtà. Aveva voglia di correre talmente forte da staccarsi dal ricordo di quella sera. Voleva lasciarselo indietro, ma quella sensazione non l’avrebbe più mollata.

“Te le cerchi…”

Tornata in sé, si era accorta di essere sdraiata per terra, il viso semi-sommerso nel fango. Si sentiva sporca dentro, qualcosa che non poteva essere lavato via nemmeno da quella pioggia insistente. Era come se qualcuno, improvvisamente, l’avesse svuotata di qualsiasi sentimento e sensazione, e l’avesse riempita solo di disperazione. Continuava a sprofondare in un buio baratro senza fine. Non aveva più la forza di provare emozioni. Non voleva mai più vedere o parlare con nessuno.

Tutto ciò che desiderava in quel momento era rimanere lì, rannicchiata sotto la pioggia sopra alle radici di quell’albero, in attesa di sciogliersi completamente come neve al sole.

C’era una volta una donna…
Ogni riferimento a persone, fatti o luoghi realmente esistenti è puramente casuale.
L’intento di questo breve racconto, qualora non si fosse capito, è quello di dipingere il mio punto di vista (da uomo) di un atto che reputo disumano e inaudito. Un tentativo di avvicinarmi a qualcosa che, quando accade, mi tocca nel profondo. (N.d.A.)


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