La Cia è una Piscina Calda e Accogliente

Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "La Cia è una Piscina Calda e Accogliente" è stato scritto da GG

Tuffati in Facebook!
Seppure non proprio in termini così raccapriccianti, è sostanzialmente questo il messaggio con cui da mesi vengo bombardato da amici e conoscenti. Ognuno cerca di circuirmi a modo suo: c’è quello intimista (“dai, ti aggiungo a Facebook”), quello settario (“iscriviti pure tu a Facebook”), quello trasgressivo (“fatti Facebook pure tu”), l’utente esperto (“Facebook è pieno di sticchio”). Tutti stretti in un affiatato e segreto sodalizio atto alla sistematica distruzione della mia pace interiore.

Parte 1. Dentro Facebook: la “buona ragione”, e la morte del nickname

Ma perché non mi iscrivo anche io? Che cazzo mi costerà mai? Ogni tanto mi piazzo davanti allo specchio e me lo chiedo ripetutamente. “Non è possibile”, concludo urlandomi in faccia, “sto diventando nevrotico a causa di una scelta fatta proprio per non diventarlo!”
Seguono ruggiti provenienti da oscuri abissi gutturali, e ruvidi miagolii di violini feriti.
Facebook esiste ormai da un bel po’; raggiunge la notorietà nel 2008, gradualmente, posizionandosi spavaldamente sul ring in cui, con MySpace, si contenderà la leadership del social-networking; da tre mesi conosce una rapida e ripida ascesa, in gran parte grazie all’affettuoso apporto del popolo italiano (sempre in prima linea in ogni pandemia culturale che si rispetti). E in tutto ciò, io mi ostino a non provare alcun serio impulso ad iscrivermi. Intorno a me, il mondo degli affetti e degli interessi si muove su un binario parallelo, ruotando vorticosamente su un perno fatto di ammiccamenti da cui sono irrimediabilmente tagliato fuori. “Hai visto l’applicazione di Tizio?”, “Hai aderito al gruppo di Caio?”, “Ma poi gliel’hai fatto il poke a quella?”.
Un linguaggio magnificamente allusivo. A mia insaputa, si vivono vite altre. Mi eccito, ma non mi piego.

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Eppure devo ammettere che l’idea è geniale: una gigantesca rete di conoscenze, o pseudo tali. E non c’è bisogno di alcuna buona ragione: esiste e basta. Ti aspetta. “E’ gratis e tutti possono iscriversi”, ecco qual’è la ragione. Fantastico.
Facebook è il principio legittimante se stesso: esiste perché è, e non potrebbe essere altrimenti. Se ti vuoi iscrivere, la domanda giusta non è: perché?, bensì, perché no? E’ gratis e tutti prima o poi si iscriveranno: cos’altro pretendi? Sedate le due principali perplessità del contemporaneo vivere (i soldi, la solitudine), tutte le altre questioni sono logicamente eclissate in un remoto secondo piano. Non ti iscrivi a Facebook perchè hai qualcosa da fare: il da fare te lo trovi dentro Facebook. E’ Facebook, ciò che hai da fare. Il mezzo, qui più che mai, è l’ultimo splendido fine di se stesso. Forse è anche per questo che trovo qualche difficoltà a vedermici dentro.
Che il voyeurismo sia ormai il sesto senso dell’essere umano, una nuova ghiandola di avanguardistica evoluzione, è impossibile negarlo: furbo chi l’ha capito per primo (una mattina, tastandosi lo scroto). La funzione è così radicata, ad oggi, che si fa quasi fatica a stigmatizzarla. (Evidentemente ce l’ho anche io, e me la tengo). Strumenti come Facebook fondano la propria fortuna sugli istinti più naturali degli utenti: l’ “autoevidenza” di cui si parlava sopra nasce da questo, non da altro. Una delle pretese di Facebook, dopotutto, è proprio quella di essere una naturale prosecuzione virtuale della vita reale: si rompe, con Facebook, la decennale e sacra consuetudine del nickname, della doppia vita, della rete come “appendice” occasionale della realtà. Grazie a Zuckerberg, il voyeurismo assume un connotato assolutamente nuovo, perché la rete diventa, da “guanto” che era, una vera e propria “nuova mano”: un nuovo codice di lettura di una medesima cosa.
E questo è un altro aspetto che tende a non piacermi. Mi fa effetto il fatto che, anche da non iscritto a Facebook, io possa trovare una persona (iscritta) semplicemente effettuando una canonica ricerca su Google. Facebook mi apre le porte della comunicazione anche nei confronti di coloro con cui non ho (magari non a caso) altri canali di contatto. Invece io amo il nickname perché mi permette di utilizzare la rete dal buio, rispettando me e voi: la mia faccia non vi serve, la mia voce non cambierebbe ciò che vi dico, il mio blog è tutto quello che voglio che voi sappiate di me. Io sono un orango, come tutti voi.
“Che senso ha la rete, senza un nick?”. Facebook ha invertito la domanda.
Facebook pretende di simulare il sociale. Gli utenti sono chiamati, affinché questo funzioni al meglio, a riappropriarsi del nome reale accantonando il nickname; a cercarsi; a intessere rapporti strutturalmente nuovi; a annullare le distanze spaziali, ma soprattutto, temporali. E qui si cela un’altra debolezza strutturale del mezzo, che in realtà, più che al social network in sé, afferisce forse alla filosofia che pretende esservi dietro. “Facebook ti aiuta a mantenere e condividere i contatti della tua vita”. Sciagura. La vita, purtroppo o per fortuna, è fatta di un passato, di un presente e di un futuro. Intorno a questi concetti (e intorno a quello stesso di “vita”) ruotano dinamiche delicate e inafferrabili, che il cervello sintetico del sistema del social-networking è incolpevolmente inadatto a gestire. Facebook ti aiuta a riprendere i contatti con il tuo compagno di banco delle medie, sì, ma non è detto che tu lo voglia: perchè dovresti essere messo davanti alla scelta tra rifiutare scortesemente un’ “amicizia” richiesta, o accettarla, subendo in compenso un’inondazione di stronzate più o meno informative su una persona di cui non ti frega un cazzo? “Facebook ti aiuta a mantenere e condividere i contatti della tua vita”, sì, ma può darsi che tu rompa malamente con la tua ragazza o con qualche altra persona importante, e che non ti vada di essere costantemente informato sulle cazzate che struscia quotidianamente sulle “bacheche” degli “amici” che avete in comune.
L’unica tua tutela, a quel punto, si fonda sul “blocco” dell’altrui identità virtuale. L’altro per te cessa di esistere: non vi vedrete più, né condividerete più “amici”. Ossia: restare nel social network a condizione che muoia il social-networking. Una inevitabile e paradossale sconfitta del mezzo.

facebook

Parte 2: La Cia è una piscina calda e accogliente

Vedete, in questi mesi ho seguito con grande curiosità il fenomeno Facebook. In silenzio. Chi mi legge sa che non ne ho mai parlato, eccezion fatta per un post informativo sul mio tumblr. Da cinque mesi a questa parte non ho fatto altro che raccogliere informazioni, opinioni, risposte, spesso e volentieri proprio durante il dribbling quotidiano ai diabolici amici che ormai da secoli mi implorano di iscrivermi. Alcuni di questi denigrano il mio ritardo facendomi notare come l’unica condizione necessaria per poter criticare legittimamente una cosa come Facebook sia l’averla vissuta. Essi sono perfidi, perchè conoscono la mia curiosità: e devo dire che sotto sotto hanno ragione, e che semmai deciderò di iscrivermi sarà soprattutto sulla base delle loro notazioni.
Ciò che più mi ha divertito, comunque, del fenomeno Facebook è stato l’incredibile flusso di materiale giornalistico prodotto in materia. Si è spaziato da semplici ricognizioni di grottesche proiezioni di sottorealtà (i fan di Riina e Provenzano) ad analisi più o meno acute sul mezzo in sé e per sé.
Volete la mia sulla questione dei fan di Riina e Provenzano? Io credo che non ci sia niente di alieno. Se è vero che Facebook pretende di essere non una realtà alternativa, ma un’alternativa lettura della realtà medesima (una lettura più “bassa”, più semplicistica), allora ne è logica conseguenza anche l’alternativa versione degli stronzi medesimi. E’ necessario, “è un bug inevitabile del sistema”.
Quella sulla responsabilità di Facebook in fenomeni di apologia e istigazione di reati da parte degli utenti è una questione aperta che non tarderà a farsi sentire in giurisprudenza, e con cui, nonostante i tentativi di auto-esenzione emergenti dalle condizioni d’uso, lo stesso social network dovrà fare i conti.
Quanto alle seconde, ci sono elementi che a mio avviso non si possono non considerare nella scelta di un’eventuale iscrizione. Alcuni li ho trovati molto divertenti. Pochi giorni fa un mio amico tesseva con pacatezza le lodi di Facebook: “C’è un sacco di fica! E dietro non c’è nemmeno Microsoft!”. Forse anche tra di voi c’è chi saluta con favore l’indipendenza di questo nuovo mastodontico social network. Ma quo usque tandem, cari amici? Per quanto ancora questa indipendenza? Un recente articolo di Alessandro Longo ha posto il quesito. La crisi mondiale pone i social network (che si reggono fondamentalmente sulla pubblicità) di fronte ad un’alternativa secca: far pagare qualcosina agli utenti (ops, addio “gratuità”) o vendersi alle grandi corporations. Se un domani postare un video sul vostro profilo varrà quanto un caffè, saprete perché.
Pure molto divertenti ho trovato gli articoli sulle ciclopiche class action che Facebook sta subendo a causa della sua “creativa” visione della tutela dei dati personali e della protezione degli stessi da abusi pubblicitari, o quelli sulle granitiche condizioni d’uso del servizio, o quelli sull’incredibile “impossibilità” di cancellare definitivamente il proprio account con tutti i dati ad esso correlati (( trovate tutto linkato nel mio tumblr )). Cose divertentissime, temperate nella loro assurdità soltanto dalla constatazione che in fin dei conti in rete, anche solo con una ricerca su Google, la quantità di informazioni personali che lasciamo come segno indelebile del nostro passaggio è effettivamente già incalcolabile.
Ma la vicenda più divertente in assoluto è indubbiamente quella riguardante la partecipazione indiretta della Cia al capitale ed alla gestione di Facebook.
Sorpresa! Siete tutti potenzialmente spiati. Certo, la Cia non ha bisogno di un social network per sapere chi vi scopate al momento, né probabilmente vi ritiene dei soggetti particolarmente interessanti: ma non è “ironico” che tra le sue grinfie vi ci siate buttate voi, coscientemente, accettando peraltro delle condizioni d’uso degne di Guantanamo?
“Caro, la Cia spia le tue abitudini e i tuoi dati personalissimi!”
“Oh no! Vaffanculo! Eppure era gratis, e potevano iscriversi tutti! Sembrava così onesto!”
Il legame con la Cia è indiretto, ed è così strutturato: nella somma del capitale sociale di Facebook, 27 milioni di dollari risultano essere stati investiti dalla Greylock Venture Capital; uno degli amministratori della Greylock, Howard Cox (già funzionario presso il Ministero della Difesa Usa), è anche partner della In-Q-Tel, cioè una società

“launched by the CIA in 1999 as a private, independent, not-for-profit organization, [...] created to bridge the gap between the technology needs of the Intelligence Community and new advances in commercial technology”.

Una delle solite matrioske societarie in cui è tipicamente strutturato il potere economico e politico mondiale (fonte: quest’articolo).
Fateci un post nel vostro profilo: ops, le condizioni d’uso che avete accettato permettono a Facebook di giudicare insindacabilmente i contenuti della vostra pagina e di sospendervi il servizio, e il vostro profilo viene cancellato. E, ops, i dati se li tengono loro.

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E allora, eccomi di nuovo davanti allo specchio. Ma perchè cazzo non mi iscrivo a Facebook? Che mi costa? E’ gratis, e possono farlo tutti. E chissà, forse un giorno lo farò davvero, Cia permettendo. Il web è un mondo strano, per certi versi ancora molto vergine, e per altri versi semplicemente destinato a rimanerlo, per sua natura intrinseca. Come tutte le tecnologie, non è suscettibile di essere oggetto di patenti assolute di moralità o genuinità. Non esiste una tecnologia buona ed una cattiva: chi lo pensa è iscritto al Pdl, anche se ancora non lo sa. La tecnologia si governa con la tecnologia, e con una buona dose di sempreverde intelligenza. E’ vero però che la natura di Facebook tende a forzare e ad annichilire una funzione che fine ad oggi era rimasta abbastanza indenne ai mutamenti: la separazione tra realtà virtuale e realtà reale.
Facebook è un gioco. Facebook è e deve rimanere un gioco. Uno strumento comunicativo statico da affiancare a mail e chat. Un divertissement che va usato, non che usa. Queste sono le vere condizioni d’uso, e per una volta le poniamo noi.

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