L’Anticonformismo di Joseph Ratzinger

Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "L’Anticonformismo di Joseph Ratzinger" è stato scritto da Liborio Butera

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Colui che ricopre il posto che fu di un antico pescatore mediorientale ha l’aria di voler trascinare l’uomo moderno nel mezzo della battaglia del “non conformatevi” paolino, correndo l’ovvio rischio di suscitare contro di sé ira e odio. Nemmeno i suoi estimatori potevano immaginare si lanciasse in una controffensiva così tenace, sistematica e, ciò che più conta, razionale all’omologazione mondiale del duplice nichilismo: il nichilismo orientale imbottito di esplosivo, e il nichilismo occidentale imbottito di tecnoscienza e di deriva relativistica.
Benedetto XVI entra di schianto nell’esperienza umana, parla di eros, di cuore di carne, giudicando funesta la condiscendenza a legittimazioni anche giuridiche del relativismo erotico, della fluidità e del rinsecchimento dei legami affettivi. In prima linea, nella battaglia apparentemente disperata di… di cosa? Della difesa del catechismo? Della difesa di un Dio lontano? Del moralismo dalla cintola in giù? Del valore pacificante della chiesa romana? Niente di tutto questo. E invece, ecco cosa c’è – o almeno così a me pare che sia- al cuore di tali interventi: la convinzione che la peculiarità del primato papale è di essere trascinato a dire anzitutto la verità sull’uomo, la realtà, cioè a dare il nome alle cose. Le cose, sono e non possono non essere: la natura umana e la struttura del reale – i filosofi direbbero costituzione e ordine dell’essere – sono date, normative, immutabili. E’ una sorta di riandare al principio della creazione. Nelle prime pagine della Genesi Dio da all’uomo la facoltà di nominare le cose. Cioè il potere di conoscerle e, dunque, possederle nella maniera giusta. Poichè non si può godere di una cosa se non si usa una cosa secondo l’adeguamento dell’intelletto alla cosa stessa. Non il “parlare di dio”, ma il parlare del reale che quel dio pone in forma di evidenze elementari e ab origine dentro la ragione. Ecco dunque Pietro ergersi in difesa della realtà, laicamente, iperlaicamente, nominando le cose, dicendo pane al pane, vino al vino. Va bene. Non siamo più capaci di amare. Per questo la frenesia del correre ai diritti. E’ diventato troppo difficile volersi bene nella buona e nella cattiva sorte. Per questo i pacs sono necessari, non sappiamo più stare con gli altri, meglio contratti brevi, poco impegnativi e senza doveri.Va bene. La ragione non ci sostiene più. Siamo perennemente ebbri di relativismo e quando ci svegliamo la mattina, nel letto, accanto a noi, vorremmo essere sicuri di avere almeno una pensione di reversibilità. Non siamo più neanche nè madri nè padri. Responsabilità, condivisione, sacrificio, sono pesi insopportabili per le identità leggere, volubili, create e ricreate, plasmate e riplasmate, “atomi nello spazio e attimi nel tempo”, dalle mode, dai capricci, dalla velocità di internet, dei telefonini e delle nuove flessibilità. Sono qui, sono là… Sono con te, ma anche con quell’altra…leggero come il vento… Perciò è giusto, che almeno l’uomo e la donna che adesso sentono la disperazione di vivere e di morire così, e di vedere i propri figli così, nell’incomunicabilità, nella liquidità del mondo moderno piangano sul cuore di queste parole petrine e sul cuore di questo papa crocifisso dall’ira. Ma dove senti in giro qualcuno che ti dica ancora “Non è piuttosto il nostro dovere alzare la voce per difendere l’uomo?”

di Liborio Butera

 

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