L’Altra Faccia della Giustizia 8


Da qualche decennio ormai, prima in America e di seguito anche in Europa, si sta diffondendo un nuovo paradigma di giustizia che si propone di superare i precedenti fallimentari modelli (quello retributivo e quello riabilitativo ((Il modello retributivo di giustizia è quell’approccio che prevede la garanzia di una pena certa e proporzionata alla gravità del reato, con conseguente effetto deterrente sul comportamento criminale futuro.

Il modello riabilitativo invece sposta l’attenzione dal reato al reo, affidando alla giustizia il compito di mettere in atto azioni volte ad arginare la recidiva attraverso la riabilitazione e il reinserimento.

Il modello Riparativo si differenzia da questi precedenti approcci perché pone al centro la vittima e i danni ad essa provocati. Lo Stato viene ad assumere un ruolo di vittima secondaria. L’autore del reato non è un soggetto passivo al quale vengono rivolti i trattamenti, ma un soggetto attivo che si adopera per riparare il danno provocato.)) ), diffondendo un approccio giuridico ma soprattutto culturale alternativo.

Questa nuovo approccio ai temi della giustizia viene chiamato riparativo.

La cosiddetta Restorative Justice è un modello che propone interventi di mediazione, comunicazione, confronto, finalizzati alla riparazione delle conseguenze dannose del reato e alla restaurazione di una relazione sociale pacifica tra le parti coinvolte. Questo approccio, che si affianca alla giustizia tradizionale e non la sostituisce,  affronta il reato non solo come una offesa nei confronti dello Stato, ma come un conflitto che ha rotto una relazione sociale tra due o più persone provocando delle conseguenze dannose.

La mediazione penale vittima-autore (VOM) (( La Victim-Offender Mediation è stata definita nella Raccomandazione del Consiglio dei Ministri D’Europa n. 19/1999 come: “any process whereby the victim and the offender are enabled, if they freely consent, to participate actively in the resolution of matters arising from the crime through the help of an impartial third party (mediator).” (un processo in cui la vittima e l’autore di un reato sono messi nelle condizioni, se liberamente acconsentono, di partecipare attivamente alla soluzione delle conseguenze scaturite dal reato, attraverso l’aiuto di una terza parte imparziale, il mediatore.) )), i Family group conferencing e i Circles, costituiscono gli strumenti principali della RJ: la novità che essi introducono sta nel fatto che, mentre nell’aula di tribunale la comunicazione è ostacolata dalla struttura del processo in cui le parti diventano nemici, qui la comunicazione diventa il mezzo che permette alle persone coinvolte di confrontarsi autonomamente e liberamente, alla presenza di esperti, per cercare di comune accordo la riparazione più adeguata. In questo modo si supera la dinamica dello scontro per concentrarsi su un risultato che sia realmente soddisfacente per entrambi: riappropriandosi del proprio conflitto e imparando a gestirlo si gettano le basi per un nuovo tipo di relazione, basata sulla comunicazione piuttosto che sullo scontro, sulla riparazione piuttosto che sulla punizione.

Alla stesso tempo, in senso più allargato, anche la comunità beneficia delle pratiche riparative sia nel senso della prevenzione generale, che contribuisce anche alla sicurezza urbana, sia nel senso della costruzione di spazi di socialità che oggi, piano piano, si stanno perdendo.

Per quanto riguarda l’aspetto della prevenzione, gli studiosi condividono l’idea secondo la quale queste tecniche di RJ sono molto responsabilizzanti nei confronti dell’autore del reato: avendo l’opportunità di confrontarsi con la vittima attraverso i programmi di mediazione, o con la comunità più allargata nei casi di conferencing, l’autore entra in contatto con il dolore che ha provocato, lo sente e lo può comprendere. Il confronto con la vittima reale, e non solo con lo Stato in un tribunale, permette di provare la cosiddetta “vergogna reintegrativa” che, secondo la teoria di Braithwaite, fa scaturire il reale senso di colpa e disvalore rispetto all’azione compiuta. Questo contribuisce ad evitare quella che si può chiamare la “minimizzazione” del reato (( Spesso gli autori del reato per giustificarsi minimizzano il reato commesso e le sue conseguenze spesso fino a definirlo come un non-reato. )) e aiuta il reo a prendere coscienza e ad attivarsi per riparare le conseguenze dannose dell’azione.

La riparazione però assume una valenza ancor più straordinaria per la vittima del reato che invece nel tradizionale modello di giustizia viene lasciata solitamente ai margini.

Alla vittima, in quanto destinataria dell’offesa e persona danneggiata, a vari livelli, dal reato, viene data la possibilità di essere protagonista: di decidere in prima persona la riparazione che ritiene adeguata, di usufruire di uno spazio di ascolto, di poter parlare con chi l’ha offesa per poter capire le motivazioni, per poter spiegare la sua sofferenza. Insomma, la vittima in questo modo viene presa in considerazione!

Questo non nell’ottica del perdono, ma semplicemente nell’ottica della comunicazione: la mediazione non sempre funziona, o non sempre è positiva, ma permette a due persone di comunicare la propria rabbia, la propria delusione o soddisfazione, i propri sentimenti e il proprio punto di vista, e questa comunicazione, comunque si concluda, è da considerare di per sé un fatto positivo.

Oggi in Europa (( L’Unione Europea nel 2000 ha attivato anche un Forum di ricerca sul tema che si trova al seguente link www.euforumrj.org. )) i programmi di Restorative Justice sono sempre più diffusi, in particolare in America dove sono nati, e nel nord Europa, e stanno dando risultati positivi in termini di partecipazione, di coinvolgimento delle comunità sui temi della giustizia e in termini di relazioni sociali.

In Italia i programmi di giustizia riparativa, in particolare nella forma della mediazione tra vittima e autore del reato (( La mediazione è definita come ” un processo attraverso il quale due o più parti si rivolgono liberamente ad un terzo neutrale, il mediatore, per ridurre gli effetti indesiderabili di un grave conflitto. La mediazione mira a ristabilire il dialogo tra le parti per raggiungere un obiettivo concreto: la realizzazione di un progetto di riorganizzazione della relazione che risulti il più possibile soddisfacente per tutti “ Cavallero, G.C. (2002). )), si sono sviluppati a partire dalla seconda metà egli anni novanta, ed esistono oggi circa 20 centri che si occupano di mediazione penale, distribuiti su tutto il territorio nazionale.

Nella maggior parte dei casi i centri di mediazione si occupano della giustizia minorile, cioè di casi in cui l’autore del reato è un minorenne. Ma esistono anche alcuni Centri di mediazione che si occupano di casi di reato di competenza del Giudice di Pace e dunque con autori di reato adulti.

Il lavoro dei centri è caratterizzato da una notevole competenza dei mediatori e da reti sociali e istituzionali di collaborazione che coinvolgono spesso Comuni, Provincie, Regioni, Associazioni, Cooperative.

Nonostante l’attenzione verso queste pratiche sia sempre più alta a livello internazionale, e nonostante l’impegno che alcuni ambienti del Dipartimento di Giustizia Minorile stanno mostrando affinché ci sia uno sviluppo dei programmi di mediazione, uno scambio sempre più positivo tra i vari centri presenti sul territorio, e un confronto sui progetti e le attività, molti centri sono agonizzanti!

Solo la passione e l’impegno che tanti mediatori mettono a disposizione della comunità hanno permesso a questi centri di sopravvivere. Molti mediatori sono diventati ormai dei volontari a causa della mancanza di fondi pubblici e hanno difficoltà nel portare a termine un lavoro che richiede tra le altre cose materiale di cancelleria, francobolli per la spedizione delle lettere, una linea telefonica. Ciò ovviamente ne ostacola il lavoro e la diffusione sul territorio.

Ma non solo il fattore economico è fondamentale. Sebbene molto si sia fatto nel corso degli anni, le pratiche di giustizia riparativa in Italia stentano a decollare. Non tanto per un problema normativo (gli spazi normativi ci sono, anche se potrebbero essere ampliati), quanto piuttosto per un problema culturale e sociale: la fiducia nelle istituzioni e nella giustizia è a livelli molto bassi, il senso di sicurezza viene spesso identificato con la “tolleranza zero” e gli spazi di socializzazione sono sempre più ridotti per cui anche l’abitudine alla comunicazione, quella vera, che permette l’espressione di sé ma anche l’ascolto dell’altro, si sta perdendo.

La giustizia riparativa richiede invece la diffusione di una cultura della comunicazione che renda le persone in grado di esprimersi, di volersi capire e ascoltare, di volersi mettere in gioco per cercare una soluzione al conflitto in atto. Richiede una cultura in cui non è importante chi vince o chi perde, ma l’importante è che tutti siano soddisfatti della soluzione finale che concordano. Una cultura in cui il conflitto non è necessariamente qualcosa di negativo, ma piuttosto un’occasione di crescita e di confronto. Un modo attraverso il quale ricostruire un senso di giustizia condiviso.

Proprio questa solidarietà e questo senso di condivisione e appartenenza, che l’individualismo delle società occidentali sta mettendo in crisi, andrebbero recuperati e valorizzati perché sono elementi che permettono di accrescere il senso di sicurezza dei cittadini e di combattere la paura.

I principi della giustizia ripartiva e le tecniche della mediazione possono aiutare anche a recuperare questa dimensione comunitaria offrendo alle persone gli strumenti per affrontare e gestire i conflitti quotidiani nell’ottica della riconciliazione.

In contemporanea con YastaRadio


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8 commenti su “L’Altra Faccia della Giustizia

  • Alfonso

    Bellissimo articolo! Non ne sapevo assolutamente niente e ringrazio sentitamente l’autore.
    Ancora una volta, purtroppo, c’è comunque bisogno di una “mano istituzionale” in materia, perché le persone non sono mai state educate ad affrontare questo tipo di situazioni senza “la balia”. Mentre, se ho capito bene il meccanismo, potrebbe essere la comunità stessa, non basandosi sui certificati ma su una provata e solida esperienza ed empatia, ad aiutare le parti ad attraversare questi momenti difficili.
    Purtroppo oggi certi concetti (come ad esempio l’onore) sono stati pesantemente compromessi, ma forse a livello di piccola comunità si può ancora sperare di mettere in atto questo tipo di giustizia.
    Potrei immaginare un qualche tipo di integrazione tra questi programmi di giustizia…
    Parto all’inseguimento dei links indicati per saperne di più.

    • Comandante Nebbia

      Sono pienamente d’accordo.
      Nemmeno io ne sapevo nulla e mi sembra un approccio affascinante.

      Nello sconsolante quadro del copia/incolla che caratterizza tristemente il web italiano partendo da repubblica e corriere per finire all’ultimo dei blog più sfigati, trovare un contenuto originale e informativo come questo diventa sempre più raro.

      Negli ultimi tempi sto cercando di tenere MC su questa rotta con molta fatica e l’aiuto di Dani, per generosa intercessione del vecchio Dalse, è risultato prezioso.

      Un bacetto al falco che c’entra di striscio, ma c’entra.

    • Dani

      Si Alfonso, hai capito bene e sei andato oltre. In America e in altri PAesi europei funziona già tutto a livello comunitario: i mediatori sono anche volontari che seguono una specifica formazione e poi offrono questo servizio alla comunità. Inoltre, i programmi a cui ho fatto riferimento prevedono non solo la VOM (Victim offender mediation- che è quella più usata in Italia) ma anche circles e conferencing. Sono due prassi di giustizia riparativa che prevedono l’intervento non solo della vitima e dell’autore del reato ma anche di rappresentanti della comunità coinvolta. Così, per esempio, se avviene una rissa in una scuola, il conferencing non si limita a far incontrare due persone ma coinvolge gli altri studenti, i professori, i rappresentanti dei genitori, il personale ata..insomma tutti coloro che sono vicini alla vicenda e sicuramente hanno qualcosa da dire sulla stessa. In questo modo, partecipando, la comunità può comprendere le relazioni difficili che si vivono al suo interno, e le affronta sentendosi così più sicura.

  • Elena

    Ma dove si trovano queste notizie?? Quando leggo un giornale mi sembra di andare alla ricerca della verità perduta… per non parlare della tv.
    Grazie per l’articolo.

  • Charlie

    anch’io del forum non ne sapevo nulla.
    direi che mi si è aperto uno spiraglio di speranza di poter sfruttare i miei studi.

    sul modello della giustizia riparativa, con le Commissioni di Verità e Riconciliazione, in Argentina da qualche anno si sono riaperti processi riguardanti i terribili eventi della dittatura fascista. Usando la struttura del tribunale ordinario, si svolge un “processo” che pone di fronte vittime e rei, con conseguenze anche sul piano penale per l’autore rei reati.
    E’ in effetti una pratica piuttosto diffusa in tutto il sudamerica, dal Perù al Cile all’Ecuador, e sono molto utili, secondo me, laddove ci siano esperienze tragiche come nel martoriato subcontinente.

    Nello stesso modo, si è cercato si intervenire con successo nel Sudafrica post-apartheid e nel recente conflitto Rwandese, in questo caso con un sistema di corti “tribali” del tutto originale e funzionale: i Gacaca.

    un po’ di link, se possono interessare, in ordine sparso:

    http://www.cverdad.org.pe
    http://viejo.verdadyjusticia.net/textos/enlaces.html
    http://www.codepu.cl/index.php?option=com_content&task=blogsection&id=4&Itemid=42&lang=es
    http://www.verdadpalacio.org.co/quienes.html
    http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=887
    http://www.balcanicaucaso.org/ita/aree/Bosnia-Erzegovina/Verita-e-Riconciliazione-il-progetto-di-una-Commissione-in-Bosnia-Erzegovina
    http://www.derechos.org/nizkor/paraguay/doc/
    http://ejp.icj.org/IMG/BenitezFlorentin.pdf (PDF)
    http://en.wikipedia.org/wiki/Gacaca_court
    http://www.unimondo.org/content/view/full/59696

    ne approfitto per un abbraccio collettivo al Comandante, a MC e a tutta Yastaradio

  • anna m. caputano

    Magari fosse vero! Dopo una causa vinta dove mi si accusava assurdamente, l’altra vinta dopo 7 aqnni al limite della prescrizione e dopo aver vinto anche il ricorso io mi ritrovo senza nemmeno il risarcimento delle spese legali, con la Fly ho perso per non aver fatto ricorso entro i termini e nessuno si è mai degnato di esaminare la documentazione. Sarebbe anche ora che le vittime fossero risarcite ed ascoltate e non parlo solo per me ma di chi ha avuto danni ancora più gravi.

  • Angela

    Questo articolo si apprezza fin dal suo inizio, concordo nel definirlo affascinante. Ma ancor più, arrivati alla fine, si percepisce quanto la qualità della conoscenza (non ne sapevo assolutamente nulla) sia importante per cambiare e quanto coraggio si deve avere per andare oltre al limite di un modello di giustizia che non ci rappresenta più. Grazie di aver condiviso con tutti noi questa speranza.

  • Dani

    Sono contenta che questo articolo sia servito per far conoscere una realtà nuova e una opportunità a molti ancora sconosciuta. Purtroppo la giustizia riparativa è ancora un po’ ingiusta perchè non è fruibile da parte di tutti!
    Bisognerebbe fare di più per diffondere la conoscenza di possibilità che, seppur non distribuite capillarmente sul territorio nazionale, ci sono e funzionano! Affinchè le persone possano scegliere se avvalersene oppure no!
    L’informazione è forse quello che più manca per poter sfruttare al meglio le opportunità che la giustizia riparativa offre!!Come in tutte le cose i Convegni tra “esperti” sono utilissimi, ma poi manca il contatto con le persone, manca la diffusione a livello locale, non ci sono opportunità di incontro per parlare e scambiarsi opinioni sulle esperienze. Per fortuna c’è il web…
    Quindi ringrazio yastaradio, il Dalse (che mi ha dato il “la”) e Mente critica che mi hanno permesso di informare e di condividere questa “novità” (in realtà sono quasi vent’anni che se parla ma ancora nessuno la conosce!).
    Credo che condividere idee, esperienze, opinioni sia fondamentale se si vuole tentare di cambiare o migliorare qualcosa!
    (Un’idea per chi fosse interessato: provate a cercare se nella vostra città o regione c’è un centro di mediazione o giustizia riparativa..Se non ne avete bisogno meglio, ma almeno sapete se esiste!!)

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