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Italia, un Paese che Rifiuta i suoi Giovani: E Tu che Fai, Rimani?

2 marzo, 2008 di redazione  
Archiviato in Border Zone, Il Lavoro degli Italiani



In tema di nuova emigrazione italiana.

La scempio di Napoli e della Campania sommersa dall’immondizia e la difficoltà di farsi una vita indipendente e libera sollecitano riflessioni pesanti. A volte mi chiedo cosa farei se mi trovassi in situazioni del genere. Se ce la farei a resistere così. Mi chiedo perfino se avrei qualche rimorso ad emigrare in un altro Paese. Quando il problema non è più economico ma legato alla tua stessa salute e sopravvivenza la voglia ti viene, eccome…

Image by Joy


Emigrare. Eppure la gente non lo fa. Perché?
Forse quello che ti frena in prima battuta sono le barriere culturali, le barriere linguistiche soprattutto: siamo un popolo di ignorantoni con le lingue. C’è chi bazzica l’inglese, ma per molti la lingua è un limite insormontabile: non per tutti è facile immaginare di impararne un’altra.

E poi è così difficile staccarsi dai propri luoghi e affetti! Vai in luoghi che geograficamente non conosci, con leggi e burocrazie diverse, culture diverse. Sei solo, al più ti porti la moglie e lasci a casa tutti gli altri. Devi rivoluzionare la tua esistenza. In pochi sono propensi a farlo: è come passare da windows a linux: uno lo fa quando proprio non ne può più di windows

Poi bisogna vedere se hai qualche appoggio lì: chi ha parenti, amici o contatti in un altro paese è più propenso ad emigrare perché comunque sa di avere un punto di partenza da cui cominciare, non dovrà fare un vero e proprio salto nel buio. Sono poche le persone che hanno il coraggio di mollare tutto ed andare lontano senza avere già la promessa di un lavoro e di un tetto sotto cui rifugiarsi.
E poi ancora c’è l’età: se uno capisce che è meglio andarsene quando ha 20 anni sarà sicuramente più avvantaggiato rispetto a chi di anni ne ha, ad esempio, 40 e non si è mai spostato da casa.

Una scelta difficile, anche perché un emigrante, anche se di cultura elevata, rimane comunque un emigrante per tutta la vita: può integrarsi fino ad un certo punto, ma i frutti dei suoi sacrifici se li godranno i figli.
Il fatto è che quello che cerchiamo, nella vita, non è solo benessere economico ed ordine… C’è anche il desiderio di amore e di affetto che, come italiani, spesso identifichiamo nella famiglia. So di gente che stava negli USA e si chiedeva: “Sì è vero, posso guadagnare 150.000 dollari l’anno e avere una casa di tre piani, ma che me ne faccio se la mia famiglia è lontana e non può raggiungermi?”
Ci sono anche casi opposti, in cui la famiglia può diventare un peso: quando non sei in grado di ottenere una reale e vera indipendenza economica da essa, vivi situazioni difficili che portano a scarsa serenità e la scarsa serenità porta a problemi che possono diventare anche molto seri.

Image by Joy

Insomma l’emigrazione è una scelta individuale che può essere comprensibile, però purtroppo emigrare vuol anche dire darla vinta a coloro che in questo sistema malato si arricchiscono e ingrassano. L’emigrazione porta al territorio ulteriore povertà ed arretratezza culturale. I migliori se ne vanno, il peggio ed i meno fortunati restano. E’ per questo che lasciare le posizioni e cederle al “nemico” costa molto di più di quanto possa apparire a prima vista.

Solo chi non ha niente da perdere tende a non guardarsi indietro: ogni cosa che troverà nel suo cammino sarà sempre più di ciò che ha già.
Ma in fondo in fondo tutti abbiamo qualcosa da perdere.

Raccolta di opinioni a cura di Fully.

Illustrazioni: Paesaggi della mente e Facing the future di Joy.

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Comments

10 Risposte a “Italia, un Paese che Rifiuta i suoi Giovani: E Tu che Fai, Rimani?”
  1. Francesco Orsenigo scrive:

    Io ormai ci ho fatto l’abitudine a vivere all’estero.
    Si diventa veloci a farsi gli amici, a imparare la lingua, ad adattarsi.
    La vedo un po’ come un’avventura, un po’ come una sfida.

    Faccio un lavoro che mi piace molto, prendo il doppio di quello che prendevo in italia, il triplo di quello che avrei preso a fare un dottorato lí.

    Mi dispiace?
    Si, mi sento come il topo che scappa quando la nave affonda, ma non ho scelto io di essere italiano, e neppure mi sento di esserlo.
    Ho amici sparsi er l’europa, solo i migliori rimangono e quelli rimangono sempre, anche a km di distanza, anche dopo mesi che non ci si vede.

    Internet mi permette di rimanere in contatto con tutte le persone importanti della mia vita, ovunque siano.

    Non é facile, ma ormai é il mio modo di vivere.

  2. Mr.Hoover scrive:

    Io me ne sono andato a 27 anni, quindi dopo aver passato da un pezzo l’età in cui è facile fare nuove amicizie. La lingua locale l’ho imparata sul posto partendo da zero, ed è facile perché, per usare una metafora, quando sei in acqua o nuoti o affoghi.

    Di cose dietro ne ho lasciate parecchie, famiglia compresa. E in Italia avevo una vita piuttosto agiata: vivevo a spese della famiglia mentre ora vivo col mio stipendio.

    Io sono emigrato perché ero stanco di lavorare circondato da incompetenti raccomandati (…da preti che mi dicevano che in quanto scienziato la mia anima è dannata, dallo stato che vuol far pagare il canone RAI a chi ha il videotelefono, etc.)

    Comunque gli emigranti sono molti più di quanto raccontano i giornali italiani. Nel 2007 in Francia il 71% dei posti banditi dal CNRS per fisica teorica sono stati vinti da italiani: 71% ! E’ stata giustamente chiamata l’ “invasione italiana” dai francesi. Fonte:
    http://www.stanza33.it/letteramussi.pdf

  3. Franco scrive:

    “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta,”

    Quando incontro un romano all’estero, mi sento esattamente come quando Virgilio incontra Sordello in purgatorio.

    E l’italia è ancora senza nocchiere. Siamo allo sbando dai tempi di Dante, sette secoli, e l’unica cosa incredibile è che la nave non è ancora affondata.

  4. silvio scrive:

    Ammiro tantissimo chi ha avuto la forza morale di fare i bagagli e voltare le spalle all’italia (l’iniziale minuscola non è una svista) per cercare un posto migliore dove vivere.
    E, in aggiunta, invidio tantissimo chi ha preso questa decisione come scelta di vita e non, invece, per necessità di sopravvivenza.

  5. Adetrax scrive:

    Concordo con le riflessioni dell’articolo, se i migliori se ne vanno non possono che restare i peggiori a dettare legge; e’ un ciclo che si autoalimenta, sarebbe bello fermarlo prima di arrivare a Idiocracy (rif. YouTube).

    P.S. ovviamente il film e’ un’americanata strampalata e priva di basi scientifiche ma qualche sorrisino (stretto) me l’ha strappato :-)

  6. ludo scrive:

    Bella citazione dantesca! Anche io vorrei andare via, non so bene dove e neppure perche’. Comunque, si potrebbe vedere anche cosi’: scappare, per poi tornare con la speranza e la volonta’ di migliorare qualcosa. Difficile, ma l’essenza dei problemi sta nel fatto che devono essere risolti, altrimenti tutto e’ troppo facile…

  7. Francesco Orsenigo scrive:

    @Aderax: il film non e’ un’americanata ed e’ geniale, e le basi scientifiche non sono poi cosi’ campate in aria (anche se le conclusioni che ne vengono fuori sono una farsa eccezionale!), siamo solo noi che abbiamo un’idea sbagliata della direzione in cui l’evoluzione porta.
    In particolare, noi esseri umani crediamo di essere le creature “superiori” e che l’evoluzione, in quanto “miglioramento”, accentui le caratteristiche che ci rendono superiori.
    Questo e’ ragionamento ha talmente tante cose sbagliate che non sto ad elencarle.
    Consiglio a tutti la visione del film!

  8. Franco scrive:

    Anche a me Idiocracy è piaciuto tantissimo. Concordo con Francesco Orsenigo. Dello stesso regista, se non lo avete visto, vi consiglio “Office Space – Impiegati male”. Invece sul tema del progresso-regresso consiglio il racconto “Nove volte sette” di Isaac Asimov.

    Sul fatto che evoluzione (nel senso darwiniano del termine) non sia sinonimo di “miglioramento” sono stati scritti saggi bellissimi. Ad esempio [attenzione, pubblicità occulta!] “La rivoluzione dimenticata” di Lucio Russo.

  9. Aldo scrive:

    Anche se emigrare e’ difficile e comporta adattamenti, per molto di noi e’ piu’ semplice emigrare che restare e cambiare le cose.

    Qualche volta mi vergogno di essere Italiano, poi in fondo penso, si’ vabbe’, il mio Paese e’ allo sfacelo, ma questo fa di me una persona peggiore?

    Non agli occhi degli Inglesi, cosi’ tolleranti da accogliere Pachistanii, Argentini, Americani, Afghani, Iracheni, Svizzeri e Francesi (oh quanti Francesi accolgono!!!)

    Pero’ in fondo mi rendo conto di esser un privilegiato ad avere la possibilta’ di conosecere una nuova parte del mondo, una nuova cultura e distaccarmi dalla decadenza morale, civile ed economica a cui e’ andata incontro l’Italia.

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