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Italia: Dinamica dell’Immobilismo

8 febbraio, 2008 di harlot  
Archiviato in Cronache Italiane, Genericità



Leonardo Sciascia, ne L’affaire Moro, ricollegò idealmente ad un racconto di Borges (Pierre Menard, l’autore del Chisciotte) la tragedia del sequestro Moro, traendone “l’invincibile impressione che l’affaire Moro fosse già stato scritto, che fosse già compiuta opera letteraria, che vivesse ormai in una sua intoccabile perfezione”.

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Partendo dalla condivisibile convinzione di Sciascia, si può tranquillamente parlare, ovviamente rimodulandone il registro (verso il basso, sprofondando dunque nell’abisso più infimo), del recente dramma politico come di un’opera già scritta altrove, di una serie di fatti collegati tra loro che non aspettavano altro che la forza della realtà a metterli inesorabilmente in moto. Diversamente dal registro tragico su cui si è sviluppato il caso Moro, la caduta del governo non è altro che bassa letteratura, che non fa né piangere né ridere, nemmeno amaramente. È una fotocopia del ribaltone del 1998, annerita inutilmente nei punti che dovevano rimanere bianchi e sbiadita nelle lettere, nel nero, ovvero nei punti che dovevano rimanere chiari per essere leggibili, interpretabili.

I 22 mesi di vita del governo Prodi sono stati solcati da scandali, contraddizioni, incoerenze, indulti, cilici e Mastella. Solo un fedele, del resto, poteva credere che il centrosinistra (si fa per dire), una volta giunto al potere, avrebbe davvero impresso la necessaria svolta, l’indispensabile sterzata alla società e alla politica italiana. Le facce erano sempre le stesse; la smania inciucista immutata; la volontà di rimanere al palo sgradita conferma. Ed infatti, tutto ciò che si è visto è stato conformismo dilagante, continuità costante con i precedenti governi, collusione persistente con i poteri criminali. Tutto già scritto. Tutto già rappresentato altrove, forse anche più degnamente.

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L’impressione che se ne ricava, ad ogni modo, è che la classe politica si stia definitivamente imputridendo non tanto per l’incapacità dei suoi rappresentati, quanto piuttosto per il logoramento a cui lorsignori sono costantemente sottoposti. Si, sfilacciamento da ricatto. Ambientale, onnicomprensivo, strisciante, pandemico. Ricatti incrociati sedimentati nelle fondamenta del palazzo, incrostazioni inossidabili che si depositano nel retroscena della vita pubblica e là rimangono a prosperare. Manleve oscure che obnubilano le priorità, corrompendo ulteriormente la già micragnosa scala di valori e di riferimenti. È così che la giustizia diviene un potere dello stato da smantellare perché perennemente in conflitto con l’opacità della pratica politica; così i diritti civili un’inutile impalcatura formale da far crollare non appena entrino in collisione con i propri interessi; così le questioni sociali un affare da appaltare alla presunta autorità morale di Santa Romana Chiesa.

Non c’è da stupirsi che su questi temi, naturalmente trasversali ai due opposti schieramenti, ci sia effettivamente una convergenza assoluta; l’infrastruttura sottostante, infatti, è comune, è logora, è obsoleta ma evidentemente non ancora superata. Aveva parzialmente ragione l’ex giudice Colombo, quando nel 1997 parlò di bicamerale del ricatto. Parzialmente, appunto: più che di una bicamerale, si trattava di sdoganamento dell’estorsione e della minaccia, di una vera e propria cristallizzazione del nuovo corso politico che ha in queste fasi, si spera, i suoi ultimi rantoli, gli estremi spasmi, la sua fase terminale.

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La prossima campagna elettorale sarà una grottesca corsa tra le macerie di un paese incurante del suo destino, dove persino il motto “tutto cambia affinché nulla cambi veramente” è entrato in prescrizione. Ormai, infatti, non si pone nemmeno più il problema del cambiamento (formale). Berlusconi è sempre là. Veltroni pure. Per non parlare degli altri. Tutti i maggiori attori politici si muovono nell’intoccabile sfera della letteratura più meschina, sospinti a malapena da un pubblico-elettorato atrofizzato, smarrito e sempre più spaesato da inafferrabili dibattiti sulla necessità del cambiamento della legge elettorale (patetico il tentativo di un governicchio Marini, a proposito), spacciata fraudolentemente come panacea di ogni male. Intanto, come volevasi dimostrare, si torna a votare col porcellum. A questo punto, che vinca il peggiore.

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Comments

9 Risposte a “Italia: Dinamica dell’Immobilismo”
  1. Peppe Dantini scrive:

    Una fotografia drammaticamente nitida.
    Come ho già detto… vado a vomitare.

  2. stefano lamorgese scrive:

    Condivido l’analisi relativa al “logoramento”, che si fonda su dati di fatto inconfutabili e opportunamente messi a fuoco. Il resto, però, non si discosta granché dal (corrente e pur legittimo) pensiero – ahimé – qualunquista.
    Nonostante condivida la delusione, tuttavia a me basta pensare al protocollo sul welfare, tanto per fare un esempio; o all’attenzione (poco di più sostanziale, è vero) concessa al tema della sicurezza sul lavoro per esprimere un giudizio meno aspro di quello di JP sull’esperienza triste e confusa del governo Prodi2. Un governo che ha ripetuto la strategia suicida del ‘96-’98, riuscendo a portare a compimento un “risanamento” impopolare, senza riuscire a farsi qualche amico allargando i cordoni della borsa, così come ogni governo fa nella seconda parte della legislatura… Ma qui siamo ancora a calcoletti strategici di poco interesse.

    Ora, piuttosto che strapparsi i capelli come isterici, deprimersi come pensionati soli in periferia o, peggio, star qui a “chiagnere” come prefiche lungo il corteo funebre della democrazia, dovremmo ammettere che qualcosina c’è sfuggito di mano, e che forse sarebbe ora di riconoscerlo. Anche nell’analisi.

    Confrontiamo la classe politica, gli uomini e le donne che oggi “ci rappresentano”, con la prima generazione repubblicana. A parte l’aspetto e il bianco e nero, ben altri tratti distinguono i due versanti della storia, l’oggi da ieri.
    Innanzitutto la sobrietà. Vorrei fare un esempio circostanziato: nel 1959 un gruppo di parlamentari dette vita a una cooperativa edilizia per l’edificazione di un condominio. Ne facevano parte alcuni esponenti di spicco della politica di allora, non solo “peones”, come li chiamiamo oggi. C’erano persino “mostri sacri” come Giancarlo Pajetta e Carlo Donat-Cattin, tra loro. Ci pensate? Un condominio! Come tutti gli altri cittadini. Si dirà: “Con quello che guadagnavano lo pagarono in cinque anni, sì e no”. Certo, la condizione materiale era diversa. Ma l’immaginazione no: il modo, intendo, nel quale quegli uomini ponevano se stessi nel mondo, in prospettiva. Non agognavano attici in centro, né – questo è certo – li pretendevano cercando di aggiudicarsi aste pubbliche per immobili prestigiosi!

    Quindi – questo dovremmo chiederci – cosa è cambiato? E’ proprio vero che i politici di oggi non rappresentano l’Italia di oggi? Non sarà che – contariamente a quanto le prefiche dicono tra le lacrime – Mastelal ci somiglia molto di più di quanto saremmo disposti ad ammettere?

    Ecco. Potrei continuare per un pezzo, ma non voglio allungare troppo il brodo. Penso, spero, di essere stato sufficientemente chiaro: dobbiamo partire dai dati di fatto, dalle nostre scelte e non dalla letteratura, certo non dalle amene oscurità siciliane di Sciascia.

    SL

  3. stefano lamorgese scrive:

    @administrator
    buttatene uno! Ho avuto un problema di connessione… scusate

  4. E così anche Sciascia si è beccato la sua bacchettata. :mrgreen:

  5. stefano lamorgese scrive:

    @administrator: grazie

  6. JP scrive:

    > Ecco. Potrei continuare per un pezzo, ma non voglio allungare troppo il brodo. Penso, spero, di essere stato sufficientemente chiaro: dobbiamo partire dai dati di fatto, dalle nostre scelte e non dalla letteratura, certo non dalle amene oscurità siciliane di Sciascia.

    Io ho un approccio diverso. Per parlare di esempi nobili: De Gasperi (non ricordo l’anno, credo che l’episodio sia citato ne “La Casta”) dovendo andare negli Stati Uniti, si fece imprestare un cappotto – il suo, evidentemente, non era abbastanza dignitoso – da un suo amico. Poteva comprarselo, certo, ma ha ritenuto che non fosse decoroso spendere il denaro pubblico per comprarsi un cappotto. Figurarsi adesso, con Mastella che sfila sulla Fifth Avenue con la striscia tricolore, atteggiandosi a capetto locale (qual’è, del resto). Altri tempi, altri uomini.

    Per cambiare argomento. Secondo me, ma fortunatamente non solo il solo, il punto di svolta della nostra storia recente (nel senso che si ripercuote ancora adesso) è costituita dalla bomba di Piazza Fontana e con l’inizio della strategia della tensione. Dico questo perchè da quel momento in poi, guardando a ritroso, la nostra storia politica è stata scritta a tavolino. Ha vissuto nella sua “intoccabile perfezione letteraria”. Se, come è stato scritto, il caso Moro è stato il punto più alto della tragedia “letteraria” di questo paese, ebbene, quella carica ora si è andata esaurendosi progressivamente, fino ad arrivare ad ora, in cui si paventa davvero una convergenza tra FI-AN e PD che, lo dico senza mezzi termini, metterebbe il paese sul lastrico definitivo ed irrevocabile.

    Per quanto riguarda il giudizio sul governo Prodi: io ho visto un accenno di liberalizzazione con annesso repentino abbassamento di braghe; ho visto un accenno di lotta all’evasione fiscale; ho visto un accenno di risanamento dei conti. Non ho toccato nulla con mano, ed anzi, nei settori che mi interessano, ho visto solo sfaceli, con l’aggravante maxima di quell’indulto orripilante (a proposito di ricatti) che resterà una macchia indelebile negli anni a venire.

  7. F.Maria Arouet scrive:

    Condivido in larga parte le conclusioni di questo post, tuttavia confesso che ho provato un vago senso di ripulsa nel leggerlo, quanto agli strumenti adoperati.
    Amo Borges, meno Sciascia, dubito comunque che siano “strumenti” utili a capire la politica. Ritengo, a costo d’essere banale, che politica e letteratura abbiano poco o nulla da spartire.
    “I 22 mesi di vita del governo Prodi sono stati solcati da scandali, contraddizioni, incoerenze, indulti, cilici e Mastella.”
    Come no, ma anche da altro, che non é lecito ignorare come puro accidente, che potrebbe sporcare la nitidezza dell’assunto senza modificarne la sostanza.
    “Manleve oscure che obnubilano le priorità, corrompendo ulteriormente la già micragnosa scala di valori e di riferimenti.”
    Splendida frase, che, come certe bellissime donne, mette perfino un po’ in soggezione il povero cafone. Ma é la politica vista attraverso la letteratura, per la quale la giustizia (valore alto) non potrà che essere “perennemente in conflitto con l’opacità della pratica politica”.
    Qualsiasi politica, anche la migliore (non é il nostro caso), é necessariamente, per sua natura, calata nella realtà d’ogni giorno, che é sangue e pus, e dunque non può essere interpretata e rivisitata con gli strumenti della letteratura. Per chi la voglia capire.

  8. JP scrive:

    Questo è il taglio che ho voluto dare al post. Può piacere o non piacere: mi rendo conto che sia ostico – proverò a rendermi più comprensibile in futuro. So che la politica è lacrime e sangue, ma per capire i meccanismi del potere bisogna per forza, a mio avviso, utilizzare strumenti più “alti” della semplice analisi politica (peraltro molto facile da capire, almeno in superficie).

    Borges può essere benissimo utilizzato per spiegare, o quantomeno evidenziare alcuni aspetti della polica: basti pensare a “Il giardino dei sentieri che si biforcano” e “la lotteria di Babilonia”. Sciascia poi, non ne parliamo: ritengo che l’affaire Moro ma anche, e soprattutto, “Todo Modo” siano strumenti, non solo letterari, assolutamente fondamentali per capire a fondo la politica italiana. Credo però che i tempi in cui siamo non permettano una discussione ad un livello non dico superiore, ma almeno medio.

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