Informatici Senza Frontiere ed il Divario Digitale
5 novembre, 2007 - 10:30 di doxaliber
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Un luogo comune piuttosto diffuso descrive gli informatici come persone asociali, avulse ai problemi della collettività, più interessate ad ottimizzare i cicli macchina dei loro algoritmi piuttosto che a fare qualcosa di veramente utile e tangibile per le persone che abitano questo pianeta.
Ancora oggi, epoca in cui gli elaboratori elettronici hanno dato ampia dimostrazione di insostituibile utilità, semplificando molte attività umane che una volta richiedevano un lavoro enorme, esiste una larga schiera di individui che guarda all’informatica con diffidenza e con la segreta convinzione che il mondo, senza questi apparati di silicio, sarebbe un posto migliore.
Eppure gli informatici, a dispetto dei luoghi comuni che li riguardano, hanno spesso dimostrato di avere una chiara visione del tipo società in cui vorrebbero vivere, e si impegnano per ottenerla, anche se tale impegno si muove spesso su coordinate che i non addetti ai lavori faticano a comprendere, se non con enorme ritardo.

Come considerare infatti, se non sociali-politico-economiche, a favore del iniziate ormai 22 anni fa da ed oggi portate avanti da tantissimi informatici di tutto il globo? Con quale ottica valutare, se non attraverso quella politica e sociale, la battaglia affinché l’internet che , e di cui esaltiamo le caratteristiche di libertà e diffusione, fosse basata su , ovvero fruibili e sfruttabili da tutti senza dover sottostare a particolari licenze o permessi di qualche azienda? Solo oggi, a distanza di tempo, i non addetti ai lavori esaltano la libertà che internet ha concesso loro, dimenticando però che questa libertà non è il frutto di un caso ma il prodotto di precise scelte tecniche; nel frattempo uno dei creatori di internet combatte con altri .
Possiamo concludere quindi che alcune battaglie portate avanti da persone che ruotano intorno al mondo delle tecnologie, battaglie spesso silenziose ed incomprese, ma soprattutto battaglie basate su principi etico sociali, hanno avuto ripercussioni molto importanti, a volte fondamentali, nella società in cui viviamo.

Un impegno sociale quello degli informatici, a volte grande e molto pubblicizzato, a volte più defilato e silenzioso, ma non per questo meno importante; Incompreso il primo, ma ancora più sconosciuto e poco apprezzato il secondo. Mi riferisco, ad esempio, all’impegno di organizzazioni di volontariato come , un progetto nato in Italia che, senza il privilegio della grancassa mediatica di cui godono altre , ha realizzato, come leggerete in quest’intervista rilasciata ad MC da Claudio Pieri, membro operativo e , importanti progetti atti a ridurre il divario digitale tra i paesi industrializzati e quelli del terzo mondo, ed è impegnata in generale a diffondere l’uso degli strumenti informatici alle fasce deboli della società.
Ancora una volta si parla di impegno politico che ha trovato il suo humus più fertile in quello che molti ritengono “lo sterile” pianeta informatico. Un bell’insegnamento per tutti coloro che associano, sbagliando, la parola “politica” alle dichiarazioni microfonate rilasciate dal parlamentare di turno; fare politica vuol dire ben altra cosa, spesso vuol dire fare cose che di primo acchito sembrano totalmente scevre dalla politica. Il lavoro silenzioso ma efficace di Informatici Senza Frontiere dimostra senza ombra di dubbio questo assunto.
MC: Ci puoi descrivere chi siete e cosa fate e da quanto tempo siete in attività?
ISF: Il tutto è nato verso la fine del 2005 incontrando un medico che da oltre 40 anni segue un Ospedale in Uganda. Ci siamo chiesti se l’informatica avesse potuto far qualcosa per queste popolazioni e ci abbiamo provato. Abbiamo divulgato l’idea e nel 2006 siamo passati, dai sei fondatori, a 33 soci. Ora siamo più di 90 distribuiti su buona parte del territorio nazionale. Va detto che per iscriversi non serve essere informatici, ma condividere che ISF porta avanti. Circa il cosa facciamo, dico sinteticamente che siamo riusciti a mettere insieme insegnanti, studenti di informatica e soci e abbiamo realizzato che è una soluzione Open Source per la gestione dell’Ospedale di Angal in Uganda. I dettagli, per chi avesse ulteriori curiosità, si possono trovare .
Molti altri progetti, anche in Italia, sono stati realizzati anche se esistiamo da poco tempo. Ricordo che la maggior parte dei soci ha un lavoro e deve ritagliarsi del tempo che normalmente riserverebbe per la propria vita privata.

MC: Il software in un’economia del terzo mondo ha una valenza strategica? Se sì, perché?
ISF: Certo che ce l’ha! Oggi, se pensiamo agli ospedali, tanto per citare un caso, certe apparecchiature non sono utilizzabili se non sono corredate da hardware e software. Non solo, ma un personal computer oggi può contenere importanti informazioni che non sono più gestibili a mano, come per esempio l’elenco dei degenti, oppure l’inventario dei medicinali disponibili. Per non parlare dell’isolamento “mediatico”. Internet oggi permette ai paesi industrializzati di sapere in tempo reale cosa succede nel mondo. E’ evidente che un paese che non può disporre di queste tecnologie rimane isolato.
MC: Investendo risorse e tempo in aiuti di alta tecnologia non si rubano risorse ai bisogni primari, quali sanità, alimentazione e scuola?
ISF: Assolutamente No! Non siamo in concorrenza con i bisogni primari. Certo, noi arriviamo dopo che la gente ha potuto mangiare, ma l’informatica oggi li può aiutare per migliorare la condizione sociale, sanitaria, scolastica, l’agricoltura e il commercio.
MC: Claudio, puoi spiegarci brevemente cosa si intende per digital divide?
ISF: Il digital divide è, in sostanza, l’impossibilità da parte di persone disagiate (in particolare del terzo mondo) di avvicinarsi alle tecnologie informatiche anche quelle più semplici e a larga diffusione. Tipicamente il Personal Computer, per esempio.
MC: Anche in Italia si parla spesso di Digital Divide, ed in effetti molte aree geografiche del nostro paese non sono ancora coperte dal segnale ADSL. Inoltre, soprattutto nelle scuole, si registra una perenne carenza di strumenti informatici. Qual’è il tuo punto di vista, ritieni che anche l’Italia necessiti dell’intervento di associazioni come ISF? I due progetti da voi realizzati vanno letti in quest’ottica?
ISF: In Italia c’è una carenza “storica e consolidata” di strumenti. Se poi si ha la possibilità di andare in qualche magazzino di qualche ministero o ente statale si scoprono “strumenti” imballati e mai utilizzati! Noi riteniamo che nella nostra epoca, a forte vocazione consumistica, ma senza avere la pretesa di cambiare il mondo, si possano utilizzare meglio le risorse che possediamo. Se mi passate il termine vorremmo “un’informatica un po’ più verde”! Circa la carenza di infrastrutture, come la citata ADSL, è chiaro che si paga lo scotto di una privatizzazione non proprio trasparente. Le aziende private lavorano solo se guadagnano, il consumatore privato, molto spesso, non offre questa opportunità e quindi viene lasciato da parte. E’ un problema politico sul quale si aprirebbe un dibattito piuttosto lungo e controverso. ISF comunque cercherà di far sentire la sua voce affinché i progetti che porta avanti non debbano bloccarsi per motivi come questi. Sul territorio abbiamo dimostrato che si può fare molto con poco. ISF non può sostituirsi a enti o organizzazioni statali preposte alla diffusione informatica. Noi però possiamo dimostrare che, mentre qualcuno fa strategie, noi realizziamo progetti!

MC: Vi occupate anche del riutilizzo di hardware obsoleto?
ISF: Non è un’attività primaria la raccolta dell’Hw in quanto non abbiamo spazi per stoccare il materiale. Mettiamo però spesso in relazione la domanda con l’offerta. In alcuni dei nostri progetti comunque abbiamo utilizzato hardware scartato dalle aziende.
MC: Qual’è il tuo punto di vista su progetti come ?
ISF: Iniziativa sicuramente interessante e che merita tutta la nostra attenzione.Va sicuramente incontro ai temi del digital divide. Purtroppo alle volte, quando le cose sono fatte con grandi investimenti e un forte spiegamento di forze, si rischia che l’interesse finale venga un po’ meno. Speriamo che non sia il caso anche di questa iniziativa che sulla carta è lodevole.
MC: Ci sono aziende di software e di hardware che vi supportano?
ISF: Sì, finora le aziende del settore sono state le più sensibili.
MC: Godete di finanziamenti internazionali o si tratta di un’attività completamente autofinanziata?
ISF: Finora ci siamo autofinanziati con le iscrizioni ma soprattutto abbiamo avuto contributi da varie aziende di informatica e non, particolarmente attente e sensibili al tema.
MC: C’è qualche progetto o qualche attività di cui siete particolarmente orgogliosi?
ISF: è sicuramente il nostro orgoglio. E’ stato il primo, lo abbiamo portato a termine in poco tempo e soprattutto ci ha motivati il consenso che è nato attorno a questa idea. Il software è stato scritto dai ragazzi dell’Ist. Tecnico Volterra di S.Donà di Piave. Ragazzi che al pomeriggio, anziché pensare allo svago, si sono dedicati con grande impegno alla realizzazione del software. E’ stato l’incontro tra i giovani, le nuove tecnologie, i progetti utili e una nobile finalità a darci la forza di continuare. Oggi, quando il dr. Marsiaj ci dice che il software nell’Ospedale di Angal funziona ed è estremamente utile non possiamo che ringraziare tutti quelli che ci hanno creduto e hanno collaborato al risultato . Ne siamo veramente orgogliosi.

MC: Il software che producete/distribuite è sottoposto ad una licenza d’uso?
ISF: Si, il progetto Open Hospital è ed è rilasciato con licenza , l’unico tipo di licenza che rispetti i principi ispiratori dell’associazione.
MC: Ci sono aziende o organizzazioni che non incoraggiano questa diffusione gratuita di sistemi e know how?
ISF: E’ chiaro che quando si parla di open source e di software free, le aziende storcono un po’ il naso. Ma devo anche dire che non ci sono state rimostranze rilevanti. Tutti alla fine accettano perché si tratta di aiutare degli svantaggiati e non ci si può fermare davanti a prese di posizione che non hanno senso in questo contesto.
MC: OLPC è interamente basato su software rilasciato con licenza . Ritieni che il software e la filosofia open source abbiano un ruolo specifico nella battaglia contro il digital divide, oppure gli stessi progetti potrebbero essere realizzati, con costi e risultati simili, anche attraverso il software proprietario?
ISF: Il software Open Source (da non confondere con il sw gratis) è un’opportunità ma non è la panacea di tutti i mali. Il fatto che, anche da parte delle aziende, abbia ancora una tiepida introduzione sta a significare, a mio parere, che nella pila dei costi il costo del “codice sorgente” è una delle componenti ma non è l’intero costo. Manutenzione e competenze sono gli altri importanti costi che spesso, percentualmente, superano il valore del codice sorgente. L’importante, alla fine, è fornire delle soluzioni solide e utilizzabili ai costi più bassi possibili.
MC: Open Hospital è realizzato in Java, ed utilizza Mysql come db engine. Quali sono le valutazioni che vi hanno spinto ad adottare tali scelte tecniche piuttosto che altre?
ISF: Abbiamo fatto una scelta di mercato. Java e Mysql in quel momento erano un po’ i dominatori, in termine di diffusione, nel mercato Open Source. Non abbiamo fatto tante filosofie ma abbiamo cercato di realizzare l’applicazione in tempi stretti.

MC: Operate anche sul territorio o la vostra attività si svolge solo in Italia?
ISF: Abbiamo operato in Africa, mandando nostri soci volontari. Inoltre siamo attenti anche ai bisogni espressi dal territorio. Abbiamo fatto dei progetti per il , piuttosto che per . Altri nel nostro sito.
Da poco sono nate le sezioni del Piemonte, Lombardia e Lazio. Opereremo anche in questi regioni con progetti destinati ad aiutare i disagi locali
MC: Riuscite a trovare interfacce qualificate quando operate all’estero?
ISF: L’Esperienza in Africa ci ha insegnato a non dare assolutamente nulla per scontato. I problemi sono enormi e serve grande forza di volontà da parte dei nostri soci che poi scendono in “campo”. E’ anche vero che l’arricchimento che portano a casa li ripaga dell’enorme sforzo messo in campo. In ogni caso noi abbiamo preso contatto con piccole società locali di informatica in modo da avviare una qualche forma di commercio/assistenza ai sistemi che abbiamo installato. Devo dire che queste piccole realtà si sono impegnate e ci sono state d’aiuto.
MC: Chi cura la manutenzione delle installazioni fatte sul territorio e come?
ISF: Cerchiamo il più possibile di rendere autonomi gli utilizzatori dando comunque eventuali recapiti a cui rivolgersi in caso di problemi. Stiamo anche vedendo, con alcuni fornitori che hanno sposato la nostra causa, di costituire un servizio di help desk di primo livello.
MC: Quale è il modo per darvi concretamente una mano? Parlo anche di chi dispone di tempo e competenze da mettere a disposizione.
ISF: Dividiamo in due le cose: da una parte ci servono finanziamenti e questi normalmente li chiediamo alle aziende. Se invece ci sono persone che possono mettere a disposizione la loro competenza professionale cerchiamo, nel limite del possibile, di impiegarli su temi specifici. Ne deriva che professioni lontane dall’informatica ci sono comunque molto utili, perché i problemi che affrontiamo non sono solo tecnologici. Alla nostra associazione sono iscritti anche avvocati, commercialisti e semplici…pensionati!
Per ulteriori informazioni ed essere ricontattati inviate una mail a info@informaticisenzafrontiere.org
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