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Infocrazia

14 aprile, 2008 di harlot  
Archiviato in Leggere



Quando ho iniziato, qualche anno fa, ero in assoluta buona fede. Mi ero impresso in mente, delicatamente ma con un certo piglio decisorio, le parole che Nabokov ha scritto nel romanzo “L’occhio”: “Ho capito che l’unica felicità a questo mondo sta nell’osservare, spiare, sorvegliare, esaminare se stessi e gli altri, nel non essere che un grande occhio fisso, un po’ vitreo, leggermente iniettato di sangue”. Pensavo fosse così. Con una precisazione: il mio occhio non è fisso; è dinamico, al plasma, iniettato di bit, di pixel, di font, di tipografia. E’ il portato dei tempi: l’occhio di Nabokov è anteguerra, del 1930. Il mio è calato nell’era digitale. Più che un occhio – cornea, retine, iride, cristallino, etc – è una telecamera, un registratore mobile, un browser biologico liquido, scorrevole ed implacabile.

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Partendo da quella frase, si diceva, ho iniziato la mia discesa nell’infosfera, nell’underwelt dell’informazione. Imperativo categorico profondamente sentito, noblesse oblige, operazione socialmente appetibile. Volevo depurarmi dall’ignoranza, dalla deficienza di massa; sentivo ad un tratto l’impellente necessità di colmare e sopire quello strano senso di horror vacui che, non so né il come né il perché, mi creava l’assenza di notizie – assenza volontaria fino ad allora, nel senso che ero io a non volerle ricercare. Non le inseguivo, per nulla; men che meno i notiziari. Le opinioni mi scivolavano addosso, preso com’ero a cercare di condurre la mia esistenza, effimera e cortigiana, senza curarmi di ciò che accadeva nel resto del mondo.

Poi ho capito. Non mi ci è voluto molto. Ma ho capito che tutto è collegato. Ho compreso che non ci sono né spazio, ne tempo, ne luoghi, né meandri reconditi in Laos, in Birmania, oppure in Brasile, o in Argentina, o nella stessa Italia, che possano sfuggirmi, se la potenza del mio atto è sorretta dalla volontà. Il mondo, dopotutto, è fatto di collegamenti. E divoravo quotidiani, saggi, mi annegavo nelle televisioni, mi soffocavo con approfondimenti politici (talk show inclusi), incameravo settimanali su settimanali, mi abbonavo a mensili d’oltreoceano, leggevo il Time, l’Economist, Newsweek, – bibbie dello stardom capitalistico-informativo.

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Non esistevano eventi al di fuori della mia sfera personale. Uno scandalo finanziario negli Stati Uniti; la corruzione in Brasile; il memoriale di un faccendiere rimasto imbrigliato nel crac Ambrosiano; la disgregazione dell’impero Sovietico, il golpe dell’11 settembre in Cile, la Cia, il Mossad, tutto, tutti. Eventi del villaggio globale che mi riguardano, che entravano, una volta digeriti, nel mio apparato interiore, sedimentandosi nella coscienza. Solo io, a patto di volerlo, ero in grado di espellerli, di rimuoverli.
Per farvi capire: una volta chiuso un libro i personaggi ivi presenti scompaiono, abbandonati nel dimenticatoio. Muoiono. Il lettore, infatti, ha il potere di decretarne la vita e la morte, le parole e le omissioni. Ecco, io facevo più o meno così: decretavo la vita o la morte delle notizie, e quindi dei loro protagonisti, filtrando ed epurando i cascami dell’informazione che ritenevo sfrondabili.

Diciamolo chiaro e tondo: ancora adesso non ne sono del tutto immune. Ero sommerso da pagine e pagine di dati, di atti, di documenti; scrollavo compulsivamente siti su siti, your information at our care, aggiornavo le migliaia e migliaia di bookmark del mio navigatore. Mi creavo vite parallele, ma non condividevo con nessuno la mia insaziabile bramosia, la mia tutto sommato sana devianza. O almeno non lo facevo veramente: fingevo, a volte spudoratamente, altre volte sommessamente, talora rabbiosamente, senza celare il disgusto per l’arretratezza dell’interlocutore virtuale di turno.

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Internet, il web, ovvero il “sapere umano raccolto e collegato, ipercollegato, questo sito porta a un altro, questo fatto rimanda a un altro, un tasto, una cliccata di mouse, una parola di identificazione – mondo senza fine, amen” come scrive Don DeLillo in Underworld. Un sistema in crescita progressiva, abnorme, inarrestabile, com’è – passatemi la metafora – non fermabile il ciclo dei rifiuti; al massimo guastabile, modificabile, dirottabile. Immaginate piramidi di rifiuti, Babele di spazzatura di ogni genere, montati uno sopra l’altro, impressionante grattacielo: poi sostituitelo con le pagine dei siti, con il www, con il sapere umano raccolto e collegato e rilegato tutto insieme, un pastiche inestricabile. Questa, e scusate se è poco, era la mia personalissima ed amarissima Weltanschauung.

È proprio qui, però, che sono incominciati i problemi, quelli veri. Il flusso costante mi invadeva, pervadeva le mie giornate. Avevo rimosso la mia vita con quella degli altri, la schiena piegata dal peso della Storia e delle storie che masticavo ed immagazzinavo con certosina precisione – un archivio sterminato, gigabyte su gigabyte, cartelle su cartelle dentro cartelle. Ormai mi ero fatto altro, atto sempre meno all’osservazione di me stesso. Attaccavo. Facevo combaciare. Mi nutrivo di hyperlink. Ero sull’orlo del precipizio della realtà, curiosamente sospinto dalle dosi massiccie di realtà stessa, o presunta tale, che mi iniettavo su base quotidiana – che dico, base oraria.
L’intreccio perenne mi svuotava, mi rendeva docile, inane, vacuo; mi rendeva preda di facili raggiri, mi attraeva irrimediabile nel risucchio del complottismo, il mio surrogato ai fatti mancanti, ai buchi neri del mondo, alla geografia umana ancora inesplorata o inesplorabile. Sembravo uscito dal Pendolo di Foucault di Eco: mancavano solo i templari. Applicavo concetti tayloristi/fordisti/industriali al mio modo d’informarmi: degradavo le notizie a bulloni, ad ingranaggi di una macchinario monumentale, immenso e spaventoso. Prima mattina: rassegna stampa, cartacea e online; tarda mattinata: stampa estera, web e carta; pranzo: settimanale del giorno; pomeriggio: libri, e-book o brossura, rilegatura, in una parola carta. E così via, per tutto il giorno, fino a notte fonda.

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Il crollo, ad un certo punto: inevitabile. Non subito, intendiamoci. Avevo deciso di interrompere il mio oliato meccanismo. Dopo quattro giorni, crisi d’astinenza paurose, con ripercussioni somatiche impressionanti, quasi da eroinomane privato dell’amata e riverita siringa. Allucinazioni, deliri d’onnipotenza, megalomania, mitopoiesi drogata e schizoide di mondi inesistenti, di eroi erranti e di errate elaborazioni. Ho pensato di andare dallo psichiatra: troppo degradante, però; non avevo mica una malattia, non facevo uso di droghe, insomma, amavo informarmi e non uccidevo nessuno.

Corretta valutazione. Da lì la risalita, dall’abisso in cui ero sprofondato. Ora ho ristretto il mondo. Non mi curo del genocidio in Darfur. La Somalia può scoppiare, ed il Kosovo può anche essere nuclearizzato. Certo, seguo ancora la politica interna italiana, senza digerire alcunché di concettuale (ammesso che vi sia) a riguardo. Sporadicamente compro il New York Times, ma non lo leggo mai: lo sfoglio mentre sono in bagno, appollaiato sulla tazza. Che si sparino pure, gli americani.
Ho ripreso la mia vita, finalmente, e sono felice. Veramente felice, mi sento sano. Osservo piccole cose, inezie: le tapparelle di una scuola sospese a metà, una finestra socchiusa, il parco cittadino ammorbato dalle cartacce. Di certo non mi lascio più impalmare dalla geopolitica. O dalla finanza off-shore, dai paradisi fiscali e dai falsi in bilancio.
Sono uscito, finalmente, dalla tossicodipendenza dell’informazione.

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Io, grande occhio fisso, vitreo, spento e asciutto; impietoso esaminatore del mio nulla interiore e di quello circostante. Uomo del mio tempo, dopotutto pur sempre apocalittico ed emarginato.

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Comments

5 Risposte a “Infocrazia”
  1. Vortexmind scrive:

    Lo scenario descritto non è certo dei più estemporanei, tant’è che persino a livello medico ormai si sta definendo come una vera “patologia” la dipendenza da internet che si può sviluppare, sia cercando informazioni di attualità, sia cercando qualsiasi altra cosa che la rete di fatto offre.

    A mandarti in sovraccarico sembrerebbe però essere principalmente l’apparente “solitudine” che traspare dalla tua attività. Anche io sono avido di libri e informazioni, ma in genere ciò che apprendo lo uso sempre come spunto per discutere con altri, sia in internet, sia con quei pochi amici fidati (che ho la fortuna di avere) che si interessano ancora a discutere anche di queste cose.

    L’informazione ha un valore solo quando viene usata.

  2. Doxaliber scrive:

    L’informazione ha un valore solo quando viene usata.

    Un quotone carpiato Vortex. :mrgreen:

  3. JP scrive:

    Oh, non sono mica così io, è un ipotetico personaggio inventato

  4. Vortexmind scrive:

    Beh dai … il senso del commento non cambia comunque grazie per la precisazione :D

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