In Terris Inferos 9


Al pippone di Veronesi di ieri, oggi risponde Saviano che avendo una caratura editoriale più alta non può limitarsi ad uno striminzito sermone, ma produce un’enciclica, la “In Terris Inferos” che oggi viene pubblicata da Repubblica che per certi ambienti culturali fa da riferimento come l’Osservatore Romano per altri.

Avventurarsi nella lettura di un’Enciclica di Saviano richiede una invidiabile preparazione fisica e intellettuale. Il percorso è soggetto alla disciplina della marcia nel deserto. Tenersi idratato, ma a piccoli sorsi. Evitare le ore più calde. Tenere rigorosamente coperta la pelle. Assumere stimolanti e sali minerali in varia forma e, se fosse necessario, procedere senza indugio all’abbattimento dei soggetti che, non essendo all’altezza del compito, arrancano rallentando la marcia della carovana.

Per quanto mi riguarda, non avendo più le risorse intellettuali causa decadimento della motivazione e non avendo mai avuto le risorse fisiche, mancanza a cui compensavo con un algido esercizio della crudeltà, nei confronti dell’Enciclica ho adottato la metodologia universalmente nota come “Il Segreto”.

Roberto Saviano photographed in studio for WIRED magazine

Prima di fare voli pindarici e complottisti, il nome della metodologia non evoca oscuri gruppi di potere, incappucciati che da qualche antico castello nei Carpazi governano l’evoluzione del mondo, ma l’interessante telenovela che da anni imperversa sui canali mediaset. Guardare tutte le puntate de “Il Segreto” è superfluo, tanto nella maggior parte del tempo non succede un cazzo. Quindi, se proprio uno ci tiene, basta guardarne una puntata ogni mese o anche due mesi, rimanendo perfettamente allineato all’evoluzione dell’imperdibile storia.

Così, con l’Enciclica, piuttosto che armarmi di borraccia e di pilloloni di anfetamina, ho letto una riga ogni sei o sette, diagonalmente, Certo, ci è voluta comunque una mezz’oretta, ma alla fine posso riassumere il succo in due concetti essenziali:

-Saviano stesso non può più fare a meno, quando si parla di lui, di tirare in mezzo la scorta, l’attico a Manatthan e i 26 anni di vita impossibile che è stato costretto a fare. Mancano i Rolex e poi la filastrocca sarebbe completa. Ormai la pronuncia della parola Saviano induce, anche in lui, un riflesso pavloviano che comporta l’immediata emissione dei suoni “scorta”, “attico a Manhattan”, “camorra”, “Rolex”.

-Chi sta sulle navi deve soccorrere, chi fa lo scrittore deve scrivere. Si va bene, ne possiamo parlare e forse sì, magari un giorno lo possiamo fare, ma il compito di “noi” intellettuali è creare empatia. Cosa che, oggettivamente, negli ultimi tempi agli intellettuali sta riuscendo malissimo.

Il resto dell’Enciclica è un dotto discorso su lavoro, Caserta, fiducia nel prossimo, legge del mare, ecc. che si sostanzia in una nuvola di dorata inconsistenza.

Vorrei concludere con tre osservazioni personali.
La prima è che quando due persone hanno in mente un progetto serio è meglio che si chiamino al telefono e facciano un piano operativo piuttosto che inondare le pagine dei quotidiani con la loro intenzione di iniziare a pensarci e le relative elucubrazioni. La buona volontà salva l’anima ed è sufficiente per il Signore, ma noi siamo uomini di terra che sudano e si feriscono con gli attrezzi di lavoro. Ci serve gente che prenda il piccone e dia qualche colpo piuttosto che lambiccarsi con il concetto di massa accelerata e la fisica dell’interazione di un corpo contundente col terreno.

La seconda è che quando il pensiero diventa fine piuttosto che strumento, finisce che il piccone lo afferra gente come Salvini e inizi a usarlo come piace a loro. E, dopo, lamentarsi è inutile.

La terza è che non capisco perché l’intellighenzia italiana insista sulla valenza e sulla continuità del soccorso in mare. Se, come viene affermato, la migrazione è un fenomeno indotto da guerra, carestia, condizioni di estrema indigenza, la posizione da sostenere dovrebbe essere che queste persone andrebbero prelevate direttamente in loco e trasferite con un ponte aereo navale in Europa in tutta sicurezza. Non capisco perché un migrante, per essere degno della considerazione dei nostri intellettuali, debba sottoporsi al percorso penitenziale che comporta la traversata del deserto, la prigionia, la tortura, l’imbarco e la successiva salvazione.
Quella del ponte umanitario sicuro sarebbe una posizione politica magari non popolare, ma perfettamente lecita. Si abbia il coraggio di assumerla e la si sostenga negli ambienti giusti piuttosto che discettare di corpi, indossare il mantello da samaritano e scrivere articolesse sui quotidiani.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

9 commenti su “In Terris Inferos

  • doxaliber

    Non capisco perché un migrante, per essere degno della considerazione dei nostri intellettuali, debba sottoporsi al percorso penitenziale che comporta la traversata del deserto, la prigionia, la tortura, l’imbarco e la successiva salvazione.

    Ma se non effettui il cammino dell’espiazione, quello che ti trasforma da negro di merda a santo laico, allora non meriti considerazione. Gli Europei hanno il cammino di Santiago, loro hanno la traversata nel deserto, come da tradizione biblica.
    Il problema è che una volta messo piede in occidente, saranno messi dentro strutture, possibilmente al chiuso, possibilmente lontano dagli occhi che sennò il cuore soffre, possibilmente senza rompere le balle, sennò va a finire che vanno a rubare le monetine dai carrelli della spesa o, peggio, degradano i prestigiosi quartieri cittadini del centro per bene. Perché sei santo solo finché le telecamere, i giornali e Saviano si occupano di te, ma una volta toccato il laido territorio occidentale la tua aurea di santità svanirà, e tornerai ad essere, per i più, un negher.

  • fma

    ” Se uno riesce a leggere per intero il pippone di Veronesi… avrà la piena consapevolezza del perché quello che è stato l’ideale che ha fatto uomini molti di noi è poi degenerato nel vezzo decadente di un gruppo elitario di grandi menti a cui, chissà chi, aveva dato il compito di salvare il mondo e ammonire tutti i peccatori con il mignolino sollevato …”
    Mi ci riconosco perfettamente in quel molti di noi.
    Col senno di poi, tuttavia, mi chiedo se Veronesi e Saviano siano i frutti avvelenati di un albero disseccato, o se quello fosse un albero che produceva meraviglie solo per chi, come noi, pensava che senza quelle meraviglie l’esistenza sarebbe stata largamente inutile. Te li ricordi i pipponi terribili sul “Manifesto” a firma Rossanda, Magri, Pintor, Castellina? Quella volta mi parevano degni della massima considerazione, anche se un po’ pesanti da digerire, ma non osavo dirlo. 🙂

    • Dario Ultracrep

      Uno dei ricordi più pregnanti della mia giovinezza fu un editoriale di Gorbaciov su l’Unitá che mi commosse e rafforzò in me il convincimento che, se uomini di
      alta levatura, etica e sincera dedizione all’umanità potevano esistere, venivano dalla formazione , nel senso di formazione culturale, di sinistra. Per dire… come cambiano i tempi…

  • Dario Ultracrepi

    Uno dei ricordi più pregnanti della mia giovinezza fu un editoriale di Gorbaciov su l’Unitá che mi commosse e rafforzò in me il convincimento che, se uomini di
    alta levatura, etica e sincera dedizione all’umanità potevano esistere, venivano dalla formazione , nel senso di formazione culturale, di sinistra. Per dire… come cambiano i tempi…

  • Antonello Puggioni

    Sottoscrivo tutto, e in modo particolare la terza riflessione.
    E’ proprio quello che servirebbe a me e alla mia famiglia in questo momento: un bel ponte umanitario.
    Anche per un altro pianeta, ci accontentiamo.

      • Antonello Puggioni

        Grazie.
        Fortunatamente la situazione è tragica ma non è seria!….
        Come definire altrimenti il fatto che mi sento un migrante nel mio “paese”, con la p (e tutto il resto) minuscoli?