In Memoria di Sergio Marchionne 14


Non ho avuto il piacere di conoscere Sergio Marchionne, il primo giugno del 2004 io ero già in pensione. Ma conoscevo bene lo stato dell’azienda e non avrei scommesso un centesimo che sarebbe riuscito a cambiarlo.

Era un’azienda ingessata su valori novecenteschi, dove la disponibilità delle persone faceva largamente aggio sulle loro capacità. Davanti alla proposta d’una nuova soluzione la risposta più frequente era: mah! L’uma semper fait parej!

In piemontese, perché in FIAT si parlava piemontese e chi non lo parlava era guardato con sospetto. Gli operai venuti dal sud lo capirono subito e s’ingegnarono di parlarlo il più in fretta possibile, spesso con esiti esilaranti.

Prima di Marchionne era stato amministratore delegato per poco più di un anno Giuseppe Morchio, prima di lui per qualche mese Paolo Fresco e prima ancora per molti anni Paolo Cantarella, le cui dimissioni nel 2002 furono festeggiate con un più 3% dalla borsa serale, per dire di quale credito godesse.

FIAT chiuse il 2003 con una perdita di 1,5 miliardi, un progresso rispetto alla perdita del 2002 che era stata di 4 miliardi. La posizione finanziaria del gruppo denunciava debiti finanziari a 12 mesi per 8,3 miliardi e oltre 12 mesi per 20,6 miliardi.

Sarebbe stato normale che fallisse come tutti gli altri, ma i fatti furono di diverso avviso e un fatto è una pietra. Un fatto non vale l’altro, al contrario delle opinioni che sono tutti ugualmente rispettabili.

Marchionne ha mostrato con i fatti come un uomo possa mutare l’indirizzo di un processo, anche quando questi sembra già segnato.

È un incoraggiamento concreto, ce n’è bisogno, per chi pensa che si possano cambiare le cose quando vanno male. Non è già tutto scritto nelle stelle.

Si può fare. Serve una persona con cui madre natura sia stata prodiga di intelligenza; che abbia lavorato per dotarsi delle conoscenze indispensabili per poterla esprimere al meglio; che non abbia paura di misurarsi con le ierocrazie del momento e dell’ambiente; che non senta il bisogno d’essere simpatica a tutti, a qualunque costo; che abbia chiaro dove vuole arrivare e che sia disposta a lavorare per molte ore al giorno, per molti giorni l’anno, per arrivarci.

Non ce ne sono molte. Sarebbe conveniente per tutti imparare a riconoscerle mentre sono vive, dopo non serve a niente.


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14 commenti su “In Memoria di Sergio Marchionne

  • emilio

    Leggo con rispetto perché sai quel che dici e lo hai vissuto di persona. Ma se per risolvere la fame nel mondo si uccidono un po’ di commensali… non sembra tutto ‘sto fenomeno. Poi, sono opinioni le mie da poco informato e men che meno da capace… ma questo fa un po’ paura di chi, come te, correggimi se sbaglio, si professo’ marxista… alla fine… dove siete andati a parare… nella scappatoia della disumanità? Ti prego di non adirarti a queste mie parole… un tempo fummo quasi compagni di bevute (virtuali). Dj…

    • fma

      Non è corretto, ai fini della comprensione, prendere un cubo, chiamarlo sfera ed accusarlo d’avere troppi spigoli che se poi ti cade su un piede ti fa pure male, con tutti quegli spigoli.
      Il capitalismo non si prefigge di risolvere il problema della fame nel mondo. Semplicemente, reggendosi sulla competizione, produce beni e servizi ai prezzi più bassi possibili, di cui possono godere tutti quelli che fanno parte del “sistema”.
      Secondo Marx non c’era barba d’Individuo capace di opporsi alla Storia. L’idea mi piaceva e ci ho creduto. Peccato che i fatti abbiano dimostrato che aveva torto e io rispetto i fatti, più di Marx, ma questo non vuol dire che tutto quel che diceva Marx fosse sbagliato.
      La FIAT doveva “storicamente” fallire, ma è arrivato Marchionne e non è fallita. In questo senso Marchionne è il paradigma del capitalismo.
      Se poi mi vuoi dire che il capitalismo non produce solo benefici, ma anche danni mica da ridere, sfondi una porta aperta. I problemi che ci stanno davanti, tipo l’immigrazione, ce li ha portati il capitalismo con la globalizzazione, che è la competizione su scala globale. Onestà intellettuale vuole, tuttavia, che ci si ricordi anche dei benefici. Libero poi ognuno di attribuirgli il valore che crede.

      • emilio

        … io non dicevo del capitalismo, ma di Marchionne. La falcidia di posti di lavoro in Fiat che gli viene attribuita non è invenzione sua ma metodo dei tardi ottanta che, facendo forza sul cedimento di combattività della classe operaia e dei sui difensori, a livello mondiale, ha fatto scoprire l’acqua calda, ovvero che licenziando si facevano salire in valore le azioni di una impresa. E’ diventato metodo diffuso. E la finanziarizzazione dell’economia a scapito del prodotto reale (quindi ricerca e sviluppo sacrificati al gioco finanziario) sempre più viene messa in risalto come peccato grave del capitalismo avanzato e probabilmente verrà citato nei libri di storia economica del futuro. Io ti parlo da lettore, avido ma lettore. Non so niente altro che quello che veniva narrato strada facendo. Manca una visione prospettica al genere umano, ognuno vive la sua vita come una partita che finita quella “viva là e po’ bon”. Ma i danni si sono accumulati e la merda di vacca pian piano veniva metabolizzata, mentre quello che facciamo oggi resterà più a lungo delle piramidi.

        • fma

          Detta così sembra che il mondo sia dov’è, da un lato per il venir meno della combattività della classe operaia, dall’altro per la cattiveria della finanza che licenzia gli operai per far crescere il valore delle azioni sacrificando su quell’altare sviluppo e ricerca, per mancanza di visione prospettica.
          Posto che sulla cattiveria della finanza non si discute, resta da spiegare per quali motivi negli anni ottanta sia venuta meno la combattività della classe operaia e chi abbia fatto ricerca e sviluppo da allora in poi, posto che a quei tempi non esistevano praticamente ancora, è solo un esempio banale, né pc, né telefonini.
          Il capitalismo NON PUO’ sacrificare ricerca e sviluppo, posto che da lì vengono gli strumenti per competere e prevalere.
          Più conoscenza più potere!
          Ricordi?
          Peccato che si sia preteso anche il sei politico.
          🙂

          • emilio

            Guarda che mi offendo! Persino quando giravo in piazza, avevo i capelli lunghi alla J.C. Superstar e suonavo la chitarra il sei politico mi faceva orrore… come ora il reddito di cittadinanza. Guai a pensare che gli altri siano sempre al limite estremo opposto del tuo, non tuo “tuo”, punto di vista. Certo che per il capitalismo la r&d è fondamentale, ma semplicemente si sposta da una altra parte, geografica. Poi comunque il capitalismo può prosperare anche ad un livello base: basta avere gli schiavi e comunque non ha freni ideologici, se può ricreare profittevoli aree di involuzione le ricrea anche a scapito di danni e perdite future. E’ il “qui e ora” del capitalismo che spaventa e che poi “percola” anche nei costumi.

          • fma

            Perché il capitalismo dovrebbe scientemente creare aree di profittevole involuzione, quando il suo obiettivo è quello di creare sempre nuovi mercati, per nuove merci, per nuovi business … ?
            Le aree di involuzione sono effetti collaterali e riguardano quei paesi che, per i più svariati motivi, ideologici, culturali, strutturali, non possiedono, o non possiedono più, le condizione adatte per farlo attecchire, crescere, o semplicemente restare. Il capitalismo si muove, come l’acqua, seguendo una sua logica gravitazionale facilmente prevedibile.

  • doxaliber

    Marchionne ha sicuramente dei meriti a livello industriale. Il suo compito era fare più ricchi i proprietari della FIAT e salvarla dal fallimento e di sicuro c’è riuscito.
    Ma la mia impressione è che a scelte azzardate, azzeccate e magari a volte fortunate (prima il divorzio tra FIAT e GM), poi l’acquisizione di Chrysler, ci sia stata anche una miope visione del futuro.

    La FIAT, ora FCA, comunque non è cresciuta abbastanza e mi pare abbia mancato clamorosamente il treno dell’innovazione.
    FIAT ha prodotto innovazioni che pochi gli riconoscono, ma il motore FIRE, il Multijet, il Common Rail, rimarranno nella storia e ancora oggi sono prodotti.
    Ma il futuro sono le smart car, i motori ibridi o elettrici, l’elettronica integrata in ogni aspetto della macchina, dalla guida all’intrattenimento. E FIAT ha accumulato un ritardo che diifficilmente riuscirà a colmare. La responsabilità, anche di questo, è di Marchionne.

    • fma

      Dipende da come la si guarda.
      Secondo me chi volesse misurare correttamente quel che ha fatto Marchionne sul piano della politica industriale, nei suoi quattordici anni da amministratore delegato, dovrebbe confrontare quel che era FIAT rispetto agli altri costruttori quando l’ha presa, con quel che è FCA ora che l’ha lasciata.
      Cioè dovrebbe misurare qual’era il ritardo di FIAT, sul piano industriale, prima e dopo. Se il ritardo è peggiorato Marchionne ne porta la colpa, se è migliorato gli va dato credito.
      Per quel che riguarda le tecnologie, FIAT ha fatto spesso ciò che si fa normalmente in Italia, ha avuto delle idee ma non è stata in grado di svilupparle, per mancanza di capitali, anche umani, e di organizzazione.
      Faccio un esempio. I primi sistemi “Common rail” a livello prototipale risalgono al 1990, frutto della collaborazione tra Magneti Marelli, Centro Ricerche Fiat ed Elasis. Ma nel ’94, appurata l’impossibilità di sviluppare il progetto industrialmente, viene ceduto a Bosch, che lo sviluppa, lo industrializza e lo vende. Che è come dire che non basta avere delle idee, ma bisogna anche saperle tradurre in cose concrete.
      p.s
      mi fa sempre piacere leggerti, anche quando siamo di diverso parere 🙂

      • doxaliber

        La mia è una semplice opinione personale, non me ne intendo abbastanza, probabilmente hai ragione tu. Però credo che l’acquisizione di Chrysler abbia dato qualcosa a FIAT dal punto di vista industriale e del know-how. Per sopravvivere e continuare a esistere serviva investire anche in ricerca e innovazione. La mia impressione è che FCA sarà assorbita perché non può reggere il mercato. Lo scopriremo con il tempo. Anche per me è un piacere leggerti.

  • emilio

    “Semplicemente, reggendosi sulla competizione, produce beni e servizi ai prezzi più bassi possibili, di cui possono godere tutti quelli che fanno parte del “sistema”.” (cit.)
    Non vorrei azzardare ma se tu hai passato la vita lavorativa in azienda, forse non hai esperienza di cosa sia la “lotta sul campo”, fuori dalle tutele del lavoro dipendente. Io potrei scrivete che il capitalismo cerca di produrre al minor costo possibile e cerca di vendere al prezzo più alto, talvolta persino aldilá del valore reale dell’item…

    • fma

      Si. Hai assolutamente ragione. Costo di produzione il più basso possibile per vendere al prezzo il più alto consentito dalla presenza sul mercato dei competitors
      Un processo che mette a disposizione del consumatore il bene/ servizio al prezzo più basso possibile.

    • fma

      Si. Hai assolutamente ragione. Costo di produzione il più basso possibile per vendere al prezzo il più alto consentito dalla presenza sul mercato dei competitors
      Un processo che mette a disposizione del consumatore il bene/ servizio al prezzo più basso possibile.