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Immanuel Casto: L’Arte della Divaricazione

19 luglio, 2008 di harlot  
Archiviato in Suoni & Musica



Un ritmo perforante. Un artista a tutto tondo. Uno stile ricercatissimo, ineccepibile, curato sino in profondità, che pesca a piene mani nell’immaginario collettivo homo ed erotico. Una sfida a bocca aperta, un guanto gettato sulle paffute e benpensanti guance delle italiche genti. Una filosofia che gradevolmente sconvolge, insinuandosi in ogni orifizio intellettuale. Immanuel Casto potrebbe essere racchiuso in una frase, tratta dal suo pamphlet seminale Divarication: “Feci un’ orgia in cui non mi piaceva nessuno, ma essendo un signore, mi concessi come il galateo imponeva”. Potrebbe, appunto: ma non è sufficiente. In realtà, il Casto Divo è molto di più.

La mano non mi basta, voglio di più

Come ha scritto Matteo Bordone, “la musica del Casto Divo funziona, e ti accorgi se ti piace o ti ributta al primo ascolto. Prima, una roba così non esisteva”. Prima, intendiamo noi, che l’estrema e virulenta ondata oscurantista si abbattesse sul Belpaese, creando un clima di pseudo-inquisizione in cui sono ammesse tette (rigorosamente siliconate) al vento nelle reclamè, ma in cui le tematiche sessuali sono ricondotte alle nozione di peccato. Per non parlare delle conquiste sociali degli anni Settanta, sistematicamente smantellate e messe in discussione da pretofili atei e da bigotti in calore.

Una situazione da cui il Vergineo prende nettamente le distanze con la travolgente hit “Io la dò“, in cui viene esaltata la libertà di concedersi senza remore, spassionatamente, scevri da impalcature moraleggianti e pruderie sofistiche di sorta: “Deborah, la protagonista, è una sorta di martire, di eroina sacrificale. ‘Dalla per noi tu che puoi’ dice la canzone. Tu che sei libera da moralismi, tu che sai ciò che vuoi e lo mangi con gusto. [...] Deborah è lo stereotipo del film porno, la tettona che comincia a urlare di piacere quando qualcuno le viene in faccia e che, quando due uomini la fermano per strada e la costringono ad una doppia penetrazione, reagisce con un sorriso.”

In un certo senso, il Divo è per noi ciò che Deborah è in “Io la dò”. Immanuel porta avanti le istanze sociali che noi, popolino impaurito, abbiamo paura solo a nominare. Significativa in tal senso è la strepitosa “Che bella la cappella“, in cui si narra il trascendente equivoco che può ingenerare l’attrazione tra il fedele ed il messo di Cristo in Terra, ovvero il sacerdote. Un liaison dangereuse nata all’ombra dei rosoni e delle campane di una chiesa, cioè nell’ambiente sacro per eccellenza, in cui noi siamo costipati, soffocati tra peccato, pentimento e redenzione.

Altro versante inquadra la sfolgorante traccia “50 bocca / 100 amore“, in cui il Vate fa assurgere il viados ed il marchettaro ad archetipi con i quali illuminare l’oscura “natura ossimorica dell’individuo nella società postmoderna”. Una denunzia ottimamente figurata nel relativo video musicale, nel quale la dicotomia interno/esterno ben si attaglia al contrasto che genera il volo che gli uccelli spiccano dai tetti delle costruzioni e l’angustezza del sotterranei in cui si muovono, emblematicamente danzando, Immanuel e le sue Beat Girls.

Feel the porn groove

Il Vergineo ha definito il suo stile musicale “porn groove”, ovvero una alchimistica compenetrazione tra colonne sonore dei film porno, del groove anni ‘80 e della house dance anni ‘90, senza disdegnare sortite urban chic e glam-hip-porn. Inutile dire che il suddetto stile si fonde alla perfezione con l’accentuato lirismo delle sue composizioni. Immanuel utilizza una lingua raffinatissima, che schizza fresca rugiada da ogni pertugio, senza ovviamente rinunziare alla sottile ironia che permea tutta la sua Opera.

Prendiamo, ad esempio, l’opus magnum “Anal Beat“. Versi come “entra e mi fa male / è uno shock intestinale / mi abbandono ad un ritmo ancestrale” suggeriscono veementemente il misticismo della penetrazione anale, ma al contempo le sottraggono quell’aurea di indicibilità, rimuovono quella violenta misinterpretazione di cui è sempre stata oggetto. La sofferta “Bukkake”, da parte sua, restituisce appunto alla pratica del bukkake, definita magistralmente “un arte che piove” le sue nobili origini, degradate da anni di calunnie e disinformazione.

Fondamentale è invece l’arrembante “Fist Fucking, ovvero, il sottile e ambiguo fascino del tuo pugno nel mio culo”, in cui l’effetto straniante proprio delle canzoni del Divo raggiunge qui la sua massima intensità. Il crescendo anatomico lamentanto nel brano (“la mano non mi basta / voglio di più” etc.) cristallizza elegantemente un’altra massima immanueliana, ovvero: “Non prendermi sul serio. Preferisco prenderlo sul serio“. Massima ribadita con grande coraggio e, oseremo dire, con somma dignità in un altra traccia, intitolata appositamente “Il coraggio dell’analità”. Ed in molte altre ancora, quali ad esempio “Bondage” e “Coiti nel buio“.

Divaricare l’opinione pubblica

Immanuel Casto non si trova nei negozietti di musica, nè (per ora?) in quelli digitali. Il mainstream è aborrito, tutto si fa alla luce del sole, su Internet. Il Divo è un figlio di Internet, come tutti noi, e forse è questa l’unica cosa che ci accomuna, o che quantomeno ci fa arrivare più vicini a lui. La scelta è lucidissima, coraggiosa, un’inno all’indipendenza: “Non voglio entrare nel music business. Non nella misura in cui esso possa interferire con le mie scelte artistiche, il che equivale a non aver possibilità alcuna o quasi”. Altro che Radiohead e Trent Reznor, per anni commensali delle major discografiche, salvo poi, improvvisamente, rimanere fulminati sulla via del commercio in rete; eh no, troppo facile così, signori miei.

Il rapporto che il Principe del Porn Groove ha con il suo pubblico è qualcosa di raro. Rara avis, direbbero i latini. Fuori dal comune. Le sue apparizione pubbliche, di solito vere e proprie epifanie, sono centellinate al massimo: ma non per snobismo. No, tutt’altro. Come da lui stesso proclamato, infatti, si cerca di evitare tutti quei luoghi in cui non vi sono “le caratteristiche idonee” per potersi esprimere. Nonostante questa rigida ratio, il seguito di cui gode il Vate rasenta il culto; tant’è vero che esistono persino degli adepti, con tutto quello che ne consegue. Fama e gloria, certo. Dipendenza, forse. Tuttavia, non solo questo.

Non è facile, infatti, rimanere trincerati dietro la maschera del Divo, sopportare per intero il gravoso peso della finzione: “Sento che potrei smettere di essere Immanuel in qualsiasi momento. Lo sforzo continuo di non far crollare l’artificio, la voglia di lasciar scorrere le cose, senza sforzo né violenza, per un attimo.”

Purtroppo o perfortuna, ciò non è possibile. L’opera definitiva e necessaria che dev’essere compiuta dall’artista è quella di divaricare l’opinione pubblica e – che ci si creda o meno – è un compito che va preso dannatamente sul serio. O che va preso e basta, quantomeno.

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Comments

12 Risposte a “Immanuel Casto: L’Arte della Divaricazione”
  1. ugasoft scrive:

    Articolo Fantastico!
    E grande Immanuel, io lo ascolto da un anno circa… geniale!

    • Dario scrive:

      Conosco Casto da poco, è sicuramente brillante, ironico, si sa gestire. Ma tutti questi aggettivi altisonanti… se li si usa per lui, di Frank Zappa e della sua opera di liberazione sessuale e satira di costume cosa si può dire? Che è un antesignano di Immanuel Casto? Ci sarebbero gli Elio e le storie tese che cose simili, e non solo, le cantavano 15 anni fa, ma a un livello musicale infinitamente superiore a Casto. Capisco che lui parli in modo molto diretto e che le persone non lo ascoltino solo perchè dice “le parolacce”, ha avuto una bella intuizione col mettere in musica tematiche sessuali sdoganandole, a me personalmente diverte molto, però qua si rasenta davvero l’idolatria. E’ un fenomeno di nicchia anche perchè, seriamente, chi lo pubblica uno così? Gli auguro ogni bene, ma perchè tirare in ballo “Radiohead e Trent Reznor, per anni commensali delle major discografiche, salvo poi, improvvisamente, rimanere fulminati sulla via del commercio in rete; eh no, troppo facile così, signori miei.” Sul serio? Vogliamo paragonare musicisti di questo calibro, che per arrivare alle major hanno comunque sputato sangue, e poi (nel caso di Trent Reznor) sono stati fregati dalle major stesse (non per niente l’ultimo album è stato letteralmente REGALATO), a un musicista comunque pop, per quanto dissacratorio, divertente e apparentemente nuovo a livello di tematiche? Si rischia di far apparire Casto come un eroe del musicbiz che non si vende alle major, e NIN e Radiohead dei venduti. Quindi Harlot, chi predica di non prendersi sul serio non andrebbe preso troppo sul serio, come dici tu, andrebbe preso e basta.

  2. Rhadamanth scrive:

    “Darla via come se non fosse mia” :-D

  3. Carlo Fronteddu scrive:

    Bello, e bell’articolo.

  4. Raziel5000 scrive:

    Ti amo, Divo!

    Continua sempre così…

    Articolo azzeccatissimo…

  5. Arael scrive:

    è una mente superiore… geniale… tra l’altro rientra nel Mensa … cercate un po’ su Wikipedia!

  6. DIEGO scrive:

    Preferisco l’irriverenza punk dei prophilax…se questa e’ poesia o c’e’ anche da dare spiegazioni critiche su quello che scrive sto malato de pippe….veramente non ce sto!
    Comunque un bel passo avanti sapere che le sue tracce le passa radio deejay…e che in qualche modo fara’ drizzare i capelli al popolino bene italiano…su questo lo appoggio in pieno….

    Tanto ci sono quelli di Pop.Porno che hanno fatto gia’ i grandi soldi….

    Comunque la musica e’ liberta’ per chiunque voglia esprimersi….
    Artista per me coraggioso….in quanto prima di leggere l’articolo molto ben fatto credevo fosse un cantante demenziale….invece INCREDIBILE MA VERO….NON CE FA…CE E’ PROPRIO!!!

    AH AH AH

  7. Tatiana scrive:

    All’ormai antica età di anni 20,ovvero ben 12 anni or sono, con una simpatica amica fondammo un gruppo, onde esibici rigorosamente “a cappella”, e lo chiamammo “Le Favolose”. Nonostante qualcuno si dilettasse a chiamarci “Le Favogliose”, accanto a tematiche di liberazione sessuale (Citerò Lovefava “Voglio sentire il tuo cazzo nel mio ventre entrante, uscente, entranteroteante,orticante,veramente entusiasmante”, atto di ribellione classico “su e giu” di clockworkiana memoria), mettevamo tematiche di politica anarchica.A tal proposito cito la riedizione di “God save the queen” di pistolsiana memoria, divenuto “Good save the dick”:”lo stato del cazzo io me lo supazzo”.E cosi Bakunin, il situazionismo padre del punk ci facevano una pippa.
    Maeravamo avanti er l’epoca, e non venimmo capite.
    Speriamo che Immanuel riesca a penetrare i i moralismi bigotti della nostra società onde farli venire a galla ed eliminarli.
    Apriamoci al mondo.

    • Beatrix Kiddo scrive:

      ahahahaha
      Tu si che sei grande Tatiana. “Le favogliose” è poesia ermetica pura!

      Benvenuta su MC e raccontane qualche altra.
      Ciao
      bea

      • Tatiana scrive:

        Grazie del benvenuto…
        a racontarle tutte potrei aprir un blog…
        son una simpatica umorista…Claudio Bisio me fa ‘na pippa!
        Purtroppo le Favolose non hanno sfondato,forse per evidenti impossibilità date dall’anatomia…
        Speriamo dunque nel Casto Divo!

  8. Ebolo scrive:

    Ho scoperto Immanuel da poco ma non mancherò al suo concerto ad Arezzo al Karemaski.

    Ebolo.

  9. Dario scrive:

    Conosco Casto da poco, è sicuramente brillante, ironico, si sa gestire. Ma tutti questi aggettivi altisonanti… se li si usa per lui, di Frank Zappa e della sua opera di liberazione sessuale e satira di costume cosa si può dire? Che è un antesignano di Immanuel Casto? Ci sarebbero gli Elio e le storie tese che cose simili, e non solo, le cantavano 15 anni fa, ma a un livello musicale infinitamente superiore a Casto. Capisco che lui parli in modo molto diretto e che le persone non lo ascoltino solo perchè dice “le parolacce”, ha avuto una bella intuizione col mettere in musica tematiche sessuali sdoganandole, però qua si rasenta davvero l’idolatria. E’ un fenomeno di nicchia anche perchè, seriamente, chi lo pubblica uno così? Gli auguro ogni bene, ma perchè tirare in ballo “Radiohead e Trent Reznor, per anni commensali delle major discografiche, salvo poi, improvvisamente, rimanere fulminati sulla via del commercio in rete; eh no, troppo facile così, signori miei.” Sul serio? Vogliamo paragonare musicisti di questo calibro, che per arrivare alle major hanno comunque sputato sangue, e poi (nel caso di Trent Reznor) sono stati fregati dalle major stesse, a un musicista comunque pop, per quanto dissacratorio e apparentemente nuovo a livello di tematiche? Si rischia di far apparire Casto come un eroe del musicbiz che non si vende alle major, e NIN e Radiohead dei venduti. Quindi Harlot, chi predica di non prendersi sul serio non andrebbe preso troppo sul serio, come dici tu, andrebbe preso e basta.

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