Il welfare ai tempi del colera 8


È opinione unanimemente condivisa e largamente dimostrata dai fatti che un uomo di potere spesso e volentieri approfitta della sua posizione per farsi gli affari propri. Ieri il paradigma erano i presidenti delle repubbliche sudamericane, al servizio delle multinazionali; oggi è Silvio Berlusconi, al servizio di se stesso.

Partendo da una simile constatazione qualcuno è giunto alla conclusione che il potere sia da bandire: niente potere, niente malversazioni. A chi gli obietta che senza potere non si fa nulla, neppure le cose buone, il solito qualcuno ribatte che non ci vuole niente: basta far decidere al popolo ogni volta che ci sia qualcosa da decidere: è la democrazia diretta, bellezza.

Si tratta di un sistema che nessuno ha mai applicato su larga scala, dunque non si può essere certi che non funzioni. Bisognerebbe provarlo. Ma a pensarci su un momento, tuttavia, sgombra la mente da convinzioni apodittiche, qualche dubbio viene. In primo luogo se si pensa alla difficoltà pratica di chiamare a raccolta il popolo un paio di volte al giorno. In secondo luogo se ci si chiede perché così dovrebbe funzionare meglio: per quale motivo le scelte del popolo riunito in assemblea dovrebbero essere migliori di quelle fatte dai suoi rappresentanti riuniti in parlamento?

E se andasse addirittura peggio?

Il popolo, mi ci metto per primo, conosce le materie su cui sarebbe chiamato a decidere? Che ne sa della legge di stabilità che si discute in questi giorni, se debba essere così come la vuole Monti, o come la vorrebbe Di Pietro, oppure Squinzi, o Vendola, o Sua Eminenza il Cardinale Bagnasco? O se non debba essere per niente e i debiti possano essere tranquillamente ignorati, come sostiene il solito qualcuno bene informato? Se gli esodati da salvare siano i 65.000 che dice il governo, i 130.000 dell’INPS, i 300.000 del sindacato; se al loro sostentamento debba provvedere la collettività di tasca sua, se debbano farsene carico le aziende che li hanno esodati, oppure se debbano pensarci direttamente da sé?

Quanti sono i cittadini che conoscono queste cose così bene da poter valutare le conseguenze delle proprie scelte: l’uno per mille, l’uno e mezzo? I restanti, che non hanno conoscenze sufficienti, né specifiche né generali, né mostrano alcuna fretta di acquisirle, non sono forse facilissimamente manipolabili, basta toccarli sulla scarsella? I più terra terra. Perché con gli idealisti sarà ancora più facile, basterà vellicargli la fede sulla quale stanno seduti, che non è quella pietra filosofale capace di risanare la corruzione della materia che pretendono che sia. La fede che permeava Pol Pot non bastò a evitargli di diventare Pol Pot, se mai ve lo portò.

La stessa cosa vale per l’economia. È opinione largamente diffusa e condivisa che la nostra sia in grave difficoltà. Ma sul che fare i pareri divergono. Chi propone la Democrazia Diretta per uscire dal degrado del potere, spesso invoca la Sovranità della Nazione per risolvere i problemi dell’Economia; sostenendo che la Sovranità, se praticata vigorosamente da uomini con la schiena dritta, ci consentirebbe di sottrarci ai vincoli pecuniari che ci legano agli organismi finanziari internazionali, che sono gli ostacoli veri tra noi, la piena occupazione e il benessere.

Eccepisce Giovanni Sartori:

“Così l’economia di moda, in auge, fa finta di non vedere, o effettivamente è cieca e non vede, che la disoccupazione dell’Occidente è frutto della differenza, della grandissima differenza dei costi di lavoro tra Paesi benestanti e Paesi malestanti. La regola, o diciamo pure la legge, è che «a parità di tecnologia i Paesi a basso costo di lavoro (anche dieci volte meno) andranno a disoccupare i Paesi ad alto costo di lavoro».

Personalmente sono della sua stessa idea, da molto tempo prima che lo scrivesse sul Corriere della Sera. Per questo mi rendo conto che sono parole assolutamente inutili. Nessuno starà mai a sentire chi gli va a dire: siamo nella merda, non possiamo continuare come prima, abbiamo sbattuto contro un continente di morti di fame che si sono attrezzati per fare le stesse cose che facevamo noi, a un costo minore. Dobbiamo cercare qualcos’altro da fare e nell’attesa di trovarlo attrezzarci a vivere con meno. Non ci crederà mai nessuno, anche se è esattamente quello che ci sta succedendo.

Tutto il resto è accessorio.


8 commenti su “Il welfare ai tempi del colera

  • eduardo

    Perché mai affermi che nessuno starà a sentire chi gli dice che dobbiamo attrezzarci per vivere con meno? Io sto a sentirti volentieri e, dopo averti sentito (un po’ anche prima) mi dichiaro totalmente d’accordo.
    Il problema, per me, più che di natura logica e politica è meramente algebrico: temo che i tanti meno stiano spostando troppi individui verso i numeri megativi. Non credo che sia una preoccupazione ideologica, ma se tu ritieni che lo sia, per una volta mi rassegnerò alla giusta reprimenda (per quanto dolorosa) senza pentimenti.
    Saluti cordialissimi.

    • fma

      Ciao Eduardo.
      A me pare che sia tutto l’Occidente che non capisce che è successo qualcosa per cui niente sarà più come prima.
      Non ho letto proposte politiche che vadano nel senso di una decrescita infelice. Se mai il contrario. O dobbiamo crescere, oppure la decrescita dev’essere felice.
      Quando qualcuno dice, dobbiamo fare con meno, sottinteso voi, la risposta scontata è: rispetta i miei diritti, comincia tu.
      Il brutto è che hanno ragione e torto entrambi.
      Così mi pare.

  • Vittorio Mori

    A mio modo di vedere, il caos è stato creato dall’accettazione del WTO e dalla sistematica distruzione di dazi e vincoli commerciali che proteggevano i posti di lavoro e la ricchezza delle rispettive nazioni. Tutto a vantaggio di pochi e della finanza globale, tesa a fare i soldi-con-i-soldi, in una ossessiva ricerca della pietra filosofale che creasse valore/moneta solo con pochi clic di mouse. Sono abbastanza d’accordo con Sartori. Le macchinette mangiavalore della finanza vanno fermate, combattute, smontate, perché sono, sempre a mio parere, dei trasferimenti di valore economico illeciti, subdoli, e fatti alle spalle delle persone. E’ ora di smontare questo giochetto che mette in ginocchio nazioni intere, se il prezzo da pagare è la fine del “liberismo economico”, che ben venga, io come moltissimi altri ho ben poco da perderci. E’ ora che stò 1% la smetta di fagocitare il resto del 99%. Occupy ha dannatamente ragione, imho.

    • fma

      Tu sarai pure d’accordo con Sartori, lui però, sulle cause primarie della nostra crisi, testo alla mano, non sembra essere d’accordo con te.

      • Vittorio Mori

        Uno che si fidanza a 85 anni dev’essere un mito. Non capirà un cazzo di HFT trading et similia ma dev’essere uno che ha capito,

  • ilBuonPeppe

    Fino alla citazione di Sartori sono totalmente d’accordo con te.
    Quanto a Sartori (non sapevo si fosse fidanzato, buon per lui) c’è da chiarire una cosa fondamentale: non è un economista ma un politologo. Ed è un politologo con i controfiocchi: ho letto alcuni libri ed altri suoi scritti e devo dire che è un grande, sia per competenza sia per lo stile. Ma non è un economista.

    La mia opinione (sì, lo so, siamo scesi molto di livello) è che le cause della crisi attuale siano in massima parte interne al cosiddetto modello occidentale, e non siano quindi più di tanto imputabili a terzi. Opinione che in quanto tale, come tutte, vale zero, ma che ho costruito andando a leggere i pareri e gli studi di economisti di diverso orientamento, e confrontando le loro opinioni con i dati.
    Il discorso non può essere affrontato in un commento, per cui mi fermo qui, ma il punto fondamentale è nel metodo: quando voglio approfondire un problema in ambito politico leggo Sartori, se invece affronto temi di economia mi rivolgo ad altri (Cesaratto, Bagnai, Piga, ecc.).
    A ciascuno il suo mestiere.

  • Adriana

    I dati del Fondo Monetario Internazionale, che Bagnai pubblica sul blog http://www.goofynomics.blogspot.com e nel recentissimo Il tramonto dell’euro, dimostrano che il debito estero privato, quello di famiglie e imprese, è la causa prima del tracollo dei paesi PIIGS.
    Imputare la crisi al costo del lavoro e/o al debito pubblico, mentre sempre il FMI documenta che prima dell’euro il debito pubblico dei PIIGS si stava riducendo, è pura operazione ideologica,cioè falsificante, di tutti i media, politici, politologi ed economisti che vogliono persuadere della necessità di accettare tagli che avverrebbero “per colpa nostra”, di fatto, tagli a servizi pubblici e stipendi del settore pubblico e del privato ( anche di quello statalmente assistito, i cui amministratori delegati beneficiari dovrebbero, in quanto beneficari, stare zitti).
    Se vogliamo questo, diciamolo apertamente, nel senso della distruzione di un minimo di vita dignitosa per tutti. Se si riducono sanità e istruzione e trasporti e si privatizza, chi è in grado di pagarsi tutto il necessario? Chi è DAVVERO in grado? Ben pochi, anche nella variegata classe media del resto sempre più depauperata dei risparmi, e pochissimi o nessuno dei tantissimi degli altri.
    Inoltre: se si taglia ancora il costo del lavoro e si taglia ancora il settore pubblico, chi acquista cosa di ciò che viene prodotto da privati e da privati viene acquistato con gli stipendi sia degli operai sia del settore pubblico? Tagliare costo del lavoro privato e pubblico significa tagliare anche il guadagno di quei privati che producono ciò che dipendenti del privato e del pubblico acquistano per vivere. Eh, sì, ci sono “costi” che in realtà producono guadagni. Ma questo non viene detto in giro.

    Chi porta ad esempio le economie emergenti come scusa per pagare meno gli addetti e licenziarne altri sta già lavorando per il proprio maggior profitto e perciò dal suo punto di vista fa bene a fare propaganda menzognera; invece chi nemmeno ci guadagna dovrebbe riflettere sulla propria inclinazione a far star male gli altri.
    In Grecia molti ragazzini mangiano (ancora) una volta al giorno alla mensa scolastica e le medicine diventano rare perché le case farmaceutiche dell’Eurozona virtuosa negano medicine alla Grecia; qui…lo vediamo o no come (non) vive tanta gente, sempre di più?
    Si chiama omicidio.
    E non temiamo che non si realizzi la decrescita: c’è già. Assolutamente infelice.

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