Il Trapanatore Sagace 14


Ho avuto il mio primo trapano intorno ai trent’anni. A regalarmelo fu quella che allora era mia moglie, probabilmente per declinare in maniera plastica quello che si attendeva da me in termini di assolvimento dei doveri coniugali in un’accezione più ampia di quella che si sottintende normalmente. A me fece piacere. Ero già avvezzo a strumenti atti a fare buchi in qualcosa ed ero cresciuto all’ombra della buonanima di mio padre, anche lui supponente come me, convinto di essere capace di saper fare ogni cosa.
Era un trapano Bosch. Ce l’ho ancora, anche se adesso l’ho convertito a trapano a colonna. La potenza era al minimo sindacale, ma era reversibile, a percussione, aveva la velocità regolabile in funzione della pressione sul grilletto ed il mandrino a chiavetta che quelli auto serranti sono roba da femminielli. Insieme portava un set di punte da muro. Io comprai subito anche un set di punte da metallo e uno da legno. Mai usate.

E con quel trapano ho fatto migliaia di buchi. Tutti regolarmente riempiti da tasselli Fischer, che allora quelli cinesi non erano ancora arrivati. Tasselli a espansione per mura piene, tasselli a divaricazione per mattoni, tasselli chimici per il cemento pieno, tasselli in metallo per mura perimetrali sulle quali agganciare mensole e carichi rilevanti.
All’inizio della mia carriera da trapanatore non pensavo molto. Prendevo qualche misura, se proprio ero di genio mettevo in campo una livella a bolla e poi via, come se nulla fosse, abusando largamente della percussione la cui vibrazione sull’avambraccio mi ricordava quella di un fucile in full auto. Se poi si sbagliava, perché il concetto di dima mi appariva estraneo, allora si andava di stucco e di nuovi buchi, come se non ci fosse un domani.

Col tempo e con la saggezza, ora uso il trapano con sagace parsimonia. A volte sto per minuti, in silenzio, ad osservare la liscia compattezza di una parete bianca, col mio potente tassellatore sds plus in mano e il dito lontano dal grilletto, riflettendo a lungo sull’effettiva necessità di fare un buco, sull’alterare un equilibrio geometrico di sottile armonia, sulla esatta posizione della violazione. E se proprio non riesco a farne a meno, solo allora procedo. Studiando la prima perforazione come se fosse la chiave di volta di una complessa costruzione. Poi vado, prima con una punta più sottile, senza percussione, per tracciare la via a chi verrà dopo. Poi con quella giusta, provando ad avanzare perpendicolare alla parete e senza cedere alla potenza devastante che il mio costoso strumento può scatenare a mio comando.

Oggi ho capito che non esiste stucco che possa riempire veramente un buco. La consistenza compatta di una superficie. La sua estensione senza asperità o mancanze è una straordinaria ricchezza che si tende a sottovalutare. Il buco è un concetto che si caratterizza per l’assenza di qualcosa, un’assenza che non può essere sostituita da una materia che tende a ingiallire e se verniciata ha l’aspetto ipocrita di una pezza messa per nascondere un peccato, una decisione improvvisa, una morte.

Ogni buco, ogni mancanza, modifica la compattezza serica del tessuto dell’universo. E’ uno strappo che lacera la mente, il cuore e piega il futuro lungo una piega inaspettata.
Per questo, il mio tassellatore lascia raramente la sua custodia verde. Ed io faccio meno buchi che posso. Però qualcun altro continua a farli e io, che non sono nessuno, non posso fare altro che stare a guardare e ripulire la calcina sottile che si deposita tutto intorno cercando di non arrossare gli occhi e cedere, di nascosto, alla lacrima.

Grazie a P.T. per avermi indotto questa riflessione.


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14 commenti su “Il Trapanatore Sagace

  • Antonello Puggioni

    Per quasi dieci anni, in un altro universo, fare buchi mi ha permesso di mandare avanti la mia famiglia. Buchi di ogni tipo, su ogni tipo di muratura e dei diametri più disparati.
    Nel settore, senza falsa modestia, mi considero un esperto e il tuo racconto ha accarezzato corde seppellite molto profonde dentro di me.
    Ora non ne faccio più e ogni tanto mi capita di pensare distrattamente che anche la nostra assenza, prima o poi, lascerà un “buco” nel tessuto dello spazio-tempo.
    Fortunati coloro che lasceranno qualcosa ai bordi.

  • doxaliber

    Non amo fare buchi, anche se mi sono mai preoccupato tanto dell’equilibrio dell’universo, più che altro penso che dietro ci sia qualche tubo dell’acqua o qualche tubo elettrico, oppure temo di fare un buco sbagliato e dover sistemare tutto con lo stucco. L’universo si fotta. Ma ho comprato una casa vecchia e che i vecchi proprietari hanno devastato a colpi di trapani e tasselli. È stata dura ricoprire tutto con stucco e vernice e dove non è stato possibile, ovvero sulle piastrelle del bagno, i segni della devastazione sono tristemente evidenti. In ogni caso, con l’acquisto della nuova casa, mio padre (tasellatore ossessivo come lo eri tu) mi ha regalato un trapano (Bosch), che uso con estrema parsimonia e vari stati di ansia. L’ultima volta ieri, quando mia moglie insisteva per avere una mensolina in quel bagno che ha già tanto subito e io, ligio al dovere, ho trapanato e ho montato la mensolina con maniacale precisione. Con gioia ho visto che mio figlio non ha più paura del trapano, ma voleva altresì collaborare. Un giorno, chissà, gli donerò anch’io un trapano. 😀

    • Comandante Nebbia L'autore dell'articolo

      per i tubi o fili, quando sussista il sospetto, si utilizza un rilevatore elettromagnetico che costa pochi euro. nel dubbio si desiste e si pensa a un piano B.
      Sulle piastrelle è un incubo. si può usare l’approccio professionale: ventosa per mantenere l’allineamento e punta diamantata per forare, ma si rischia di spaccare la piastrella o di fare buchi in posti improbabili.
      Io in genere uso l’approccio del maresciallo, la buonanima di papà. Cerco di bucare nelle fughe tra una piastrella e l’altra aprendomi prima la strada con un chiodino di acciaio e con il martellino per sbordare leggermente la piastrella ed evitare derive laterali del trapano e poi andando di punta da muro rigorosamente senza percussione.

      • doxaliber

        Il rilevatore l’ho comprato, ma non mi avrà troppo affidabile, visto che suona ovunque, probabilmente sbaglio qualcosa.
        Anch’io uso l’approccio del maresciallo (il maresciallo nel mio caso è sempre il papà trapanatore), per tenere più ferma la punta uso il nastro da pittore. Ma in un’occasione ho dovuto bucare la piastrella e lì sono stati cazzi. Per fortuna la piastrella crepata è nascosta da un armadietto da bagno. 😉

        • Comandante Nebbia L'autore dell'articolo

          Il rivelatore dovrebbe avere un trimmer. Puoi settarlo facendolo suonare dove passano di sicuro cavi o tubi al minimo della sensibilità necessaria altrimenti suona anche per i ferri di sostegno della muratura (nel caso di perimetrali)
          Per la foratura in “mediana piastrellae”, la punta diamantata è salvifica. Per tenerla ferma ci sono delle ventose che presentano un accesso passante nel quale la punta entra a misura esatta. Ogni tanto le mettono in esposizione al Lidl. Certo, è un attrezzo che usi due volte nella vita e basta, ma fa il suo sporco lavoro.

  • Emilio

    In parte (in parte) i danni dovuti al trapano dipendono dalla mano. Ancora una volta la pistola deve essere “usata” per essere pericolosa, altrimenti è solo un ausilio potenziale ma privo di volontà. Lo stesso è per il trapano. Il cercametalli è di aiuto ma più di tutto serve l’esperienza e la praticaccia per ipotizzare il percorso di ciò che è sotto traccia e di cosa possa essere. La modernità ha complicato tutto. Un tempo sotto traccia i tubi acqua/gas erano solo di acciaio e dovevi proprio essere un pirla per non porti la domanda “come mai ci metto così tanto per forare”. Adesso i tubi sono di plastica o di rame… basta un attimo. Le piastrelle di un tempo avevano il biscotto rosso e friabile da vaso di fiori e lo smalto timido e forabile, si pensi che lo si forava a mano, mettendo sotto la piastrella la mazzetta (il martello da scalpello) e picchiettando con una punta widia lo smalto, per poi sbocconcellare via via il foro con la tenaglia da ferraiolo, o meglio da piastrellista a morso interrotto, tra lo stupore delle donne e degli impiegati di concetto. Poi venne la monocottura… come forare il vetro… ed oggi il gres porcellanato, la vecchia lotta tra cannoni e corazze. Della monocottura ebbe ragione la flex col disco diamantato, anche se il taglio a linee incrociate era spesso troppo ingordo. Con il gres porcellanato o cambi l’arma o non c’è storia: puoi bruciare widia a go gò e non passi oltre. Serve mettere mano al portafoglio, punte a granella di diamante, acqua e bassi giri.
    La faccio breve: se posso faccio il tassello (micro) come all’anguria e controllo i primi centimetri… più sotto di solito non c’è niente, le tracce costano fatica… sulla piastrella tradizionale BULINARE, SEMPRE sul segno di riferimento! Basta una widia da quattro soldi e scalfire lo smalto. Altrimenti effetto scivolata sul ghiaccio. Sul cemento pieno o pietra dura, foro un pelin maggiore del tassello, sennò si genera un atale sforzo o una tale pressione che puoi spaccare il muro e ruotare parte della vite su se stessa con effetto stanchezza del metallo a metà vite dentro e metà in mano… e lì son cazzi se non puoi spostare il foro. Per muri deboli foro, magari inferiore di diametro, senza battente e tassello tipo F.U.
    Il chimico lasciatelo ai gasatori (battutina macabra): devi saperlo usare sennò ti vien via un pezzo di muro indurito circondato da … mollica.

  • Dani

    Questo tuo scritto a me fa pensare alle filosofie orientali, Yin e Yang – vuoto e pieno.
    Non sono una seguace ma a volte alcuni concetti li ho trovati affascinanti. Non sempre il vuoto è negativo se tutto si tiene in equilibrio.