Il Socialismo non si fa in un Paese Solo 6


Per curare la nostra malattia qualcuno propone di tornare al socialismo. Ma il socialismo, così com’è, è ancora un progetto politico, o soltanto una bandiera sotto la quale raccogliersi per esorcizzare l’uragano?
Se dovessi puntare un copeco, guardando al numero e alla novità delle proposte, delle iniziative e dei risultati degli ultimi vent’anni, lo punterei sulla seconda. Naturalmente mi sentirei molto più tranquillo, per la mia stessa sorte, se i socialisti mi dimostrassero che ho torto.

L’idea base del socialismo si fonda sull’assunto che tra Giustizia e Libertà, dovendo scegliere, si debba premiare la prima. Che non sia ammissibile che un uomo si appropri del plusvalore generato dal pluslavoro di un altro uomo. Di conseguenza che la proprietà privata dei mezzi di produzione vada abolita.
Su questa dorsale etica sono stati elaborati numerosi progetti di convivenza sociale e sono stati compiuti diversi tentativi di dargli pratica attuazione. Nessun andato a buon fine, per i più svariati motivi.

Per la poca qualità dei progetti, ma soprattutto per la pochezza del materiale umano chiamato a realizzarli, secondo i fautori dell’idea.
Mentre per i contrari le cause non sono negli uomini, ma nell’idea di Giustizia declinata come Uguaglianza; soprattutto nel suo corollario principale secondo cui nessuno deve possedere un capitale con cui organizzare il lavoro di altri uomini, per trarne profitto.

Secondo i favorevoli, l’Uguaglianza dovrebbe portare la pace sulla terra e la felicità tra gli uomini; mentre gli altri l’assimilano all’Entropia nell’accezione termodinamica classica, che è l’indisponibilità dell’energia a produrre lavoro.

L’idea socialista, nella sua lunga vita, oltre che fare da sé, ha provato ad accompagnarsi ad altri lungo la strada che porta al sol dell’avvenir. Due i grandi amori che ne hanno segnato l’esistenza. Il primo verso la borghesia calvinista del Nord, il secondo verso il cattolicesimo ecumenico e pauperista del Sud; le due maggiori elaborazioni etiche dell’Occidente. Dalla prima unione sono venute le socialdemocrazie meritocratiche: Dio premia i meritevoli col successo, ma tutti devono potervi accedere. Dalla seconda il cattocomunismo evangelico e solidale delle nostre latitudini: guai a voi, ricchi perché avete già la vostra consolazione, ma se ci mettete i quattrini sarete perdonati.

In entrambe le unioni il socialismo ha dovuto sacrificare la sua idea base, secondo cui la proprietà dei mezzi di produzione è reato, sperando che l’Uguaglianza, pur se mutilata, bastasse per raggiungere la felicità. Se non proprio l’Uguaglianza piena, che non è di questo mondo, in attesa dell’uomo nuovo, una minore Disuguaglianza.
I risultati, pur tra luci e ombre, non sono stati negativi, anzi, ma il ventre socialista nel frattempo è diventato sterile: perché?

Forse perché neppure il socialismo è eterno, specialmente se nessuno gli fa manutenzione?
Pensato in un contesto industriale in forte sviluppo, in paesi economicamente egemoni rispetto al pianeta, per dare risposte ai bisogni della classe operaia che vi aveva un ruolo fortissimo cui non corrispondeva un’adeguata rappresentanza politica e sociale, non ci si deve meravigliare che ora balbetti, chiamato a dare risposte in un contesto rovesciato.

Perché oggi il quadro economico-produttivo è esattamente rovesciato.

Il lavoro salariato non abita più qui, ma in Cina e in India. Da questa parte del mondo il sistema industriale fordiano ha lasciato il posto a una miriade di iniziative diffuse, cui corrisponde una miriade di interessi di difficile rappresentazione. Per coglierne la portata basta riguardarsi qualche vecchio filmato di uno dei tanti scioperi, a Milano: gli striscioni, rigorosamente rossi, sono in rappresentanza di Alfa Romeo, Innocenti, Ansaldo, Falk, Autobianchi, Montecatini, Breda …  Tutte fabbriche che non esistono più. Che peso possono avere un sindacato, un partito, un progetto politico, che continuano a chiedere le stesse cose non potendo mettere sul piatto della bilancia altro che la voce esangue dei superstiti? In condizioni simili neppure Napoleone, reduce dalla campagna di Russia, poté molto più di nulla. Possono politicamente qualcosa il Leonka, l’Onda, gli Indignados, i black bloc? Gli unici che potrebbero, dato il numero, sono i pensionati, peccato che nel sistema produttivo contino un po’ meno di zero.

Il problema dei nostri giorni, nel nostro paese, non è di come mantenere la pace sociale senza della quale i profitti correrebbero rischi gravissimi, ma di come salvare il barcollante sistema produttivo dall’attacco che gli viene dall’oriente e dai paesi emergenti. Cioè di come salvare il posto di lavoro.
Cosa deve fare un partito che abbia posto a sua stella polare l’Uguaglianza, ove il contesto muti? Deve mutare il suo progetto oppure l’Uguaglianza resta la stessa in qualsiasi contesto? L’Uguaglianza è un valore assoluto, o relativo?

Di solito chiede Uguaglianza chi ha di meno, per avere di più. Che tuttavia non è l’unico modo per essere uguali, ce n’è anche un secondo, che è quello di costringere chi gode di privilegi a rinunciarvi. La prima Uguaglianza impone costi crescenti al sistema, la seconda si realizza a costi calanti. La prima si può praticare in tempi di crescita. Nel tempo della decrescita non si può praticare che la seconda.

La richiesta di Uguaglianza a costi crescenti può avere buon esito in un sistema economico chiuso, ma può fallire in un sistema più ampio.
Sia perché gli ultimi del sistema chiuso possono diventare penultimi, o terzultimi, nel sistema più grande, quindi essere inopinatamente chiamati a dare, anziché a ricevere.

Sia perché nella guerra che segue qualsiasi domanda di ridistribuzione della ricchezza, coloro che dovrebbero dare, i padroni, per dirla con una brutta parola che tuttavia rende bene l’idea, ove un sistema allargato e differenziato gli consenta di scegliere tra una classe operaia remissiva e di bocca buona e una scafata e recalcitrante, a parità di contenuti, sceglieranno naturalmente la prima.

Che si fa in questi casi?

Un progetto politico che voglia puntare sull’Uguaglianza può fare solo due cose: la prima, stimolare gli operai dei paesi in via di sviluppo a chiedere di più; la seconda, salvare i posti di lavoro degli operai dei paesi in decrescita, forzando il sistema a tagliare le spese improduttive e i privilegi che lo penalizzano.

Possibilmente le due cose insieme. Perché se gli operai dei paesi in via di sviluppo non crescono in fretta, i loro omologhi dei paesi in decrescita fanno in tempo a morire di fame. Perché il socialismo non si può fare in un paese solo, come diceva Trotsky.


6 commenti su “Il Socialismo non si fa in un Paese Solo

  • Comandante Nebbia

    Volendo proseguire nella metafora fisica rimanendo nell’ambito della dinamica di fluidi, va osservato che, una volta aperti i boccaporti che separano camere stagne con acqua a livelli differenti, il fluido tende a defluire dalle camere con livelli più alti verso quelle con livello più basso.

    Solo quando tutte le camere avranno lo stesso livello di riempimento, il fluido cesserà di trasferirsi.

    E’ per questo che il benessere dei paesi emergenti comporta inevitabilmente un abbassamento del nostro tenore di vita. Ci si deve rassegnare.

    La cosa non è finita ancora perché al benessere si deve affacciare ancora l’ultimo continente rimasto indietro e le risorse tendono ad assottigliarsi.

    Se fossimo in un romanzo di fantascienza sarebbe il momento nel quale l’autore fa scoprire un nuovo pianeta abitabile.

    • fma

      Se poi ci metti l’andamento demografico la visione d’insieme peggiora ancora, il nuovo pianeta diventa ancora più urgente.
      Nel 1950 la popolazione mondiale contava 2,5 miliardi di persone e nel 2000 ha raggiunto i 6 miliardi. Nel 2025 supererà gli 8 miliardi di individui. Il 98% della crescita avviene nei paesi in via di sviluppo. In Italia una donna fa 1,2 figli, nell’africa sub sahariana 6,5.
      Da qualsiasi parte la si guardi quel che salta all’occhio è la necessità, sempre più urgente, di un governo mondiale

      • ilBuonPeppe

        Un governo mondiale?
        Ma è proprio quello che stanno facendo. E non mi sembra che quello che si prospetta sia desiderabile.
        Sulla questione della ridistribuzione generata dai diversi livelli di benessere, ho molte perplessità, a cominciare dalla sua inevitabilità.

        • fma

          Tanti governi per altrettanti stati, ciascuno con le sue barriere di salvaguardia, dazi, gabelle… è l’altro estremo delle possibilità. Non è impossibile. Nel medioevo funzionava così, magari erano pure più felici. Vai a sapere. 😉

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