L’utilità marginale del bene 27


Quanti lavorano nel campo dei sondaggi sono concordi nell’affermare che il governo Monti può contare ancora su un vastissimo credito popolare, malgrado l’estrema severità della manovra presentata alle Camere per la necessaria approvazione. Da cosa nasce questo consenso apparentemente incomprensibile?
In primo luogo, sotto un profilo che definiremmo sociologico, sembra che giochi a favore del professore bocconiano una sorta di stanchezza democratica, che è un precipitato della cosiddetta seconda repubblica, connotata da un progressivo disancoraggio da solide ed articolate idealità politiche, che travalicavano in molti casi gli stessi interessi di parte per delineare persino paradigmi di vita sociale e personale.

Idealità sostituite per un verso dall’emergere di nuovi valori radicati intorno a figure carismatiche di leader, nei quali identificarsi ingenuamente fino a sentire come propri persino i loro specifici interessi; per altro, nel campo alternativo del bipolarismo si andava destrutturando una visione altra della società con la conseguenza di avviare sostanzialmente una confusa e faticosa rincorsa ai modelli affermatisi nello schieramento opposto. A questo sfilacciamento delle identità dei corpi sociali hanno contribuito la deroga servile ed opportunistica dei media alla funzione di libera informazione e vigile coscienza sociale e, per ultimo, l’adozione di una legge elettorale che ha sancito il definitivo scollamento fra cittadini e loro rappresentanti.

Certo, i comportamenti privati e pubblici di Berlusconi e della sua corte dei miracoli, sui quali non vale neppure la pena di soffermarsi, hanno alimentato poderosamente il distacco dei cittadini comuni dalle cose della politica, ma sarebbe un errore considerare questa circostanza come decisiva per quella che abbiamo definito stanchezza democratica. In realtà, oltre a tutti gli elementi sopra descritti, è necessario tener presente le loro devastanti conseguenze: progressivo impoverimento dei ceti medi con scivolamento delle fasce più basse verso la povertà; concentrazione della ricchezza in poche e sempre più avide mani; diffusa corruzione, ben proporzionata ai vari livelli di potere, compresi quelli minimi; disattivazione pressoché totale del cosiddetto ascensore sociale, che condanna i cittadini ad essere incardinati per sempre al ceto in cui sono nati; frustrazione del merito a tutto vantaggio della raccomandazione; totale disinteresse per una visione prospettica della società e delle generazioni più giovani. E’ chiaro che si potrebbe continuare a lungo, ma ciò che qui interessa è cercare di capire come questo quadro di degenerazione della democrazia abbia finito col procurare in molti, forse anche inconsapevolmente, un certo disinteresse o fastidio per la dialettica democratica ed al tempo stesso una favorevole predisposizione verso un governo forte, qualunque esso fosse.

Esaminiamo ora, sotto il profilo più squisitamente politico, la natura del grande consenso popolare verso il governo Monti, i cui primi provvedimenti, se mai ce ne fosse stato bisogno, confermano una limpida impostazione liberale e liberista o, per dirla più semplicemente, di destra. Più che giustificata, quindi, l’adesione convinta di forze e singoli cittadini orientati idealmente in quella direzione, ai quali non sembra vero di poter finalmente far riferimento ad un governo amico non impacciato dal fumoso e becero populismo berlusconiano, ma incentrato su un personaggio molto stimato a livello internazionale come un conservatore illuminato e con una solida e specifica cultura economica. Altrettanto giustificato appare anche il favore dei maggiori organi d’informazione (Corriere, Repubblica e Stampa, per limitarci ai più diffusi) perché non va dimenticato che, al di là del sostegno a questo o quel partito, essi sono in campo nella quasi totalità per difendere gli interessi consolidati di poteri economici, la cui missione originaria non è certo quella editoriale. Più complesso, invece, appare invece comprendere la natura del consenso proveniente da sinistra (in realtà, esclusivamente elettori del PD) che sul piano sociale dovrebbero essere i più fieri oppositori di questo governo.

A questo proposito va tenuta presente la disaffezione all’analisi critica, mutuata in gran parte di quel partito dalla originaria appartenenza al PCI, nel quale vigeva, com’è noto, la regola del centralismo democratico, che alimentava una severissima disciplina, con la conseguenza che il sostegno del PD al governo si trasferisce in larghissima parte ai suoi elettori. Del resto, ancora oggi molti di quegli elettori ritengono sinceramente, a causa anche di una evidente manipolazione mediatica, di votare per un partito di sinistra, non curandosi di sottoporre questa convinzione ad una pur semplice verifica. Analizzata la natura dell’incredibile consenso popolare al governo Monti (in fondo, poco più di una curiosità intellettuale) ben più rilevante appare soffermarci sullo specifico della sua azione politica, almeno con riferimento alle prime misure poste in essere.

Lo slogan del governo ripetuto ossessivamente per diciassette giorni e poi alle Camere col rischio di autoconvincersi anche senza volerlo è stato: rigore, equità, crescita. Bene, cancelliamo subito la crescita, perché, per stessa ammissione del governo, se ne riparlerà successivamente, data e modalità ignote, così come le risorse indispensabili per ogni serio progetto in materia, che vada appena al di là di una mera affermazione propagandistica. Restano in campo rigore ed equità, bisogna contentarsi di questi tempi. Il rigore c’è (30 miliardi di euro, di cui 20 netti da aspirare dalle tasche degli Italiani), oltre ad una riforma del sistema pensionistico, che lo rende, tanto per rimanere alla stessa radice verbale, il più rigoroso d’Europa. Ci sarebbero anche le lacrime di sofferenza della ministro Fornero, ma quelle, sembra, siano a gratis e allora ce le siamo prese senza batter ciglio, perché “a caval donato non si guarda in bocca”.

Di equità, neppure l’ombra, sempre che per equità di una manovra intendiamo la puntigliosa determinazione di chiamare a contribuire al fabbisogno economico tutti secondo le proprie possibilità. Da dove partire? L’unico criterio logico è ovviamente quello di partire dall’alto e cioè da chi ha di più e quindi dalla patrimoniale o (meglio ancora, nel senso di più efficace) da un innalzamento della tassazione per coloro che detengono patrimoni più cospicui. Non c’è nella richiesta di questa misura alcun intento punitivo o vendicativo da parte dei meno abbienti, né alcun cascame bolscevico, tant’è che essa è legge dello Stato in Paesi civilissimi come la Francia (dove non è stata mai messa in discussione da governi di destra, come del resto quello attuale). Si tratta piuttosto della concreta applicazione normativa di principi fondamentali di Scienze delle Finanze dei moderni Stati democratici. Ma il governo Monti non la pensa così, tiriamo avanti.

E’ inutile dire che non è neppure favorevole all’incremento di 2 punti percentuali di Irpef sui redditi superiori ai 75.000 euro annui, anche perché in questa fascia di reddito dichiarato s’incrocerebbero quasi esclusivamente lavoratori dipendenti valenti ed onesti e ne resterebbero comunque esclusi i grandi evasori, con grave nocumento per l’equità così cara al professore Monti. Che, invece, si è estrinsecata in tutta la sua efficacia colpendo con un contributo di solidarietà dell’1,5% (2% secondo le ultime modifiche N.d.R.) i capitali a suo tempo scudati da Tremonti col che quei poveri cittadini finiranno col pagare complessivamente circa il 6,5% a fronte di una percentuale oscillante fra il 20 ed il 30% dei loro omologhi di altri Paesi europei. Poverini, in compenso avranno però la soddisfazione ben specificata da Monti (una specie d’indulgenza laica) di sapere che quell’1,5% è un loro sacrificio di scopo, perché con quei soldi sarà possibile pagare (sia pure al 50%) il parziale recupero dall’inflazione delle pensioni fra 480 e 960 euro (lordi) mensili (parliamo di un recupero reale oscillante fra i 13 ed i 27 euro mensili)(elevato a oltre 1000 euro anche questo limite N.d.R.).

Si potrebbe continuare a lungo a ragionare sulla profonda iniquità della manovra per negare la quale è necessaria la più spudorata faccia tosta, ma preferiamo in questa sede richiamare un concetto cardine della teoria neoclassica in economia, che interroga con evidenza il criterio dell’equità: l’utilità marginale del bene. Ridotto all’osso, si potrebbe dire che il valore di un bene non è assoluto, ma è funzione dell’interesse che vi annette chi lo intende acquisire, cosicché, per rimanere ad un esempio classico, un bicchiere d’acqua ha un valore minimo in condizioni di normalità, ma massimo per un assetato in un deserto. E come ogni bene, anche il denaro (che pure appare a prima vista come il più oggettivo dei criteri di misurazione) ha in realtà un valore relativo: si pensi, ad esempio, al diverso valore che hanno 100 euro di incremento ( o una decurtazione dello stesso importo) per chi percepisce un salario di 1.000 euro al mese e di chi ha una retribuzione di 10.000 euro.


27 commenti su “L’utilità marginale del bene

  • Comandante Nebbia

    Un’analisi largamente condivisibile caro Eduardo.
    Liberisti o socialisti la disaffezione per la politica vera è lampante e i fattori scatenanti sono in gran parte quelli indicati da te.

    Vado contro corrente: io non ci vedo un disegno, un piano. Secondo me è accaduto per pigrizia, per disinteresse.
    Lasci il pollaio aperto e la volpe entra. Essere ladra è nella sua natura.
    Poi, se uno se ne innamora pure, allora è coglione.

    Da tempo vado asserendo che il PD è il problema più grave in Italia. Passi per un governo dei poteri, ma che l’opposizione ci faccia affari è molto peggio.

    • eduardo

      Capitano, mio capitano, anche io sono convinto che non ci sia nessun complotto.
      E penso anche che il PD sia il maggiore problema politico del Paese.
      Infine (come sai, perché lo sostendo da tempo) non sono affatto sicuro che la manovra di lacrime e sangue possa tirarci fuori dal baratro. Constato, tuttavia, (con una punta di malcelata vanità) che questa problematica comincia farsi strada fra persone molto più preparate e competenti di me, persino sulla televisione.

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