Il Poeta e il Presidente: Vendola a Cormano Commenta i “Promessi Sposi”
4 ottobre, 2008 - 7:44 di Daniela Tuscano
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Dopo Lella Costa è toccato a un altro illustre ospite presentare il suo percorso umano e artistico a fianco di Alessandro Manzoni: stiamo parlando di Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia e fra i protagonisti dell’, quest’anno dedicato al tema della giustizia.


Occorre rispolverare – ha introdotto Giorgio Cremagnani di “Diario”, cui spettava il compito di moderare l’incontro – Manzoni dalla fissità del monumento, dalla noia dell’obbligo scolastico, dalla cattiva e didascalica lettura che ha scandito, inesorabile, la nostra vita tra i banchi. Ma mentre Cremagnani puntava a cercare legami tra Manzoni e la più immediata attualità, Vendola ha saputo affrontare il discorso con un respiro più ampio; da artista, appunto, e non da uomo delle istituzioni.
I ricordi di Vendola, in fondo, sono i nostri, e certo i miei, che appartengo più o meno alla sua stessa generazione. Sono i ricordi dello sceneggiato di Sandro Bolchi, quando la tv e l’inchiostro si richiamavano reciprocamente: “I mezzi di comunicazione servivano per l’incivilimento del Paese e non erano vettori dell’attuale pornografia unificata”, ha esordito Vendola rammentando, inoltre, come a casa sua la lotta alla povertà passava anche dalla lotta contro l’analfabetismo: “Mio padre mi obbligava a imparare Il Cinque Maggio a memoria. Perché povertà non significa solo ‘non possedere denaro’, ma non aver padronanza della parola“. Concetto, quest’ultimo, già caro a don Milani, secondo cui la vera differenza tra un povero e un ricco è che il ricco conosce mille parole, il povero cento.
La lingua è stato quindi il punto di partenza della riflessione vendoliana: quella lingua che può anche raggelarsi e ammutire, quando appunto viene codificata in schemi rigidi come il Manzoni scolastico, per poi essere riagganciata e quasi conquistata, come in un corteggiamento, nella libertà della passione solitaria, nel piacere del libro riscoperto quasi fugacemente.
La lingua è un segno che codifica una società: e anche la giustizia passa dalla lingua. La giustizia inizia dal piano culturale: “Manzoni ha inventato una lingua nuova, dedicando il suo romanzo alle ‘genti meccaniche’ fino allora ignorate. Non si è occupato di grandi imprese, nobili e cavalieri, che certo sono presenti nel suo romanzo, ma non ne sono mai i veri protagonisti. No, i protagonisti sono due persone comuni, due persone come tante e come tutti“. E anche oggi, ha proseguito Vendola, i problemi dei “tanti” sono usciti dal cono di luce dei media: oggi conta il denaro, il possesso, l’apparenza, anche nella politica in senso stretto.
Non solo: si assiste al ritorno d’una semplificazione che, a differenza della semplicità, è intrisa d’un manicheismo gretto e, poiché mitico, estremamente pernicioso. Manzoni è stato esattamente il contrario: cattolico e illuminista, senza escludere né l’uno né l’altro, ed equilibrandone le componenti. Ci sembra che Vendola abbia voluto sottolineare soprattutto l’importanza tra due diverse verità: quella della fede e quella della ragione, entrambe giuste ed entrambe esplicitatesi su piani asimmetrici, ma complementari: “Manzoni condivide i tormenti e le inquietudini d’un credente serio, con le geometrie e i limiti della ragione”. Mentre oggi si torna alla distinzione insanabile tra laici e cattolici, Manzoni ha dimostrato il valore del “relativismo”, inteso come ricerca, complicazione, approssimazione.
“Una parola, approssimazione, cui sono molto legato – ha confidato il presidente pugliese – perché significa guardare alla propria verità relativa, ma che si avvicina al prossimo, si ‘fa’ prossimo”. Si potrebbe aggiungere che l’approssimazione ci spinge e ci obbliga alla ricerca, alla vicinanza, ma non all’indistinzione del pensiero unico, malattia della parola prima che del pensiero: “Politica, filosofia e cultura dovrebbero ridare dignità e giustizia alle parole. Altrimenti diventiamo schiavi del presente e il futuro altro non è che la reiterazione della Babele in cui viviamo”. I “cattivi”, nei Promessi Sposi, hanno sempre spazi di redenzione a portata di mano e i “buoni” incontrano inciampi e difficoltà. Non esiste alcuna separazione netta tra “amico” e “nemico”. Anche per ragioni nobilissime – ha ricordato Vendola – la cultura del “nemico” porta ai lager, ai gulag e alle distruzioni. Manzoni, per Vendola, è lo scienziato delle sfumature e la lingua lo attesta. La lingua non nasce insomma per partenogenesi ma dentro la fangosità della vicenda storica: e anche la fede è un cammino illuminato dall’evidenza della ragione.
Parola e giustizia: due termini che s’intrecciano, si rincorrono, non vivono l’uno senza l’altro: e, se la giustizia attuale non ha compiuto molta strada, non è soltanto per colpa degli emuli di Azzeccagarbugli che oggi siedono in Parlamento, e coi quali il paragone pare a Vendola fin troppo scontato. “Azzeccagarbugli o, meglio, la degenerazione da lui rappresentata ci dimostra che giustizia è innanzitutto sentimento. Quando si separa la giustizia dal sentimento, quando la si degrada a mera amministrazione, il meccanismo si corrompe e salta. Non è possibile una giustizia eguale per cittadini diseguali. Ancora oggi è così, malgrado lo Stato di diritto. Se non puoi permetterti l’avvocato di grido, la giustizia per te sarà sempre e solo arbitrio”. L’ingiustizia in Manzoni si palesa nella scommessa di due volgari prepotenti, di poter razziare qualunque “cosa” (donna compresa) al povero, considerato di razza inferiore e pura entità numerica. Ma don Rodrigo, il mafioso del suo tempo, trova un decisivo complice nel “buon senso comune” incarnato da don Abbondio: “L’omertà e la vigliaccheria, la cecità di fronte alle violenze: atteggiamenti morali diffusissimi in Italia. Don Rodrigo è ‘invincibile’ non per merito di qualche insondabile fatalità, ma per l’acquiescenza e il silenzio dei numerosi don Abbondio. Gli stessi che, oggi, rendono ‘invincibili’ Titò Riina con la loro reticenza e complicità istituzionale”.
La , fatta passare dai mezzi di comunicazione come un regolamento di conti fra bande criminali, è particolarmente indicativa: dopo l’arresto dei capi, il controllo della zone è passato in mano a “sei cocainomani pazzi che hanno voluto far intendere ai nigeriani, aspiranti spacciatori, che non potevano ‘alzare la testa’”. Ma nell’eccidio sono morti un bianco e sei neri, nessuno dei quali nigeriano: “Si trattava di manovali, non di spacciatori. Ma la camorra ha voluto lanciare un segnale a loro attraverso il sacrificio di persone qualunque. La vita d’un nero, per loro, non conta nulla e nulla conta da che parte arrivi. Quei sette disgraziati potevano giungere da chissà dove. Era il messaggio che doveva passare, alimentato dal clima d’odio che oggi circonda gli immigrati e che i camorristi hanno saputo, come al solito, interpretare benissimo”. Perché attualmente – ha puntualizzato Vendola – si può affermare ciò che un tempo era vietato: l’uccisione di Abdoul Guiebre lo dimostra alla perfezione. Oggi ci si dichiara francamente razzisti, certo per motivi sempre molto comprensibili, perché le ragioni per ammazzare l’altro, se si perde il senso della sua appartenenza umana, risultano tutte quante validissime.

Il Male può diventare radicale se circondato da banalità, come ricordava Hannah Arendt riguardo al processo a Eichmann: “Non ci trovavamo di fronte a un pazzo criminale, non a un esaltato di qualsivoglia stramba ideologia, ma a una persona normale che da perfetto funzionario muoveva la macchina dello sterminio, dopo aver accettato l’idea che quelli che sgozzava non appartenevano al genere umano, ma erano oggetti, pezzi di ricambio o da buttare a seconda delle proprie esigenze“. Vendola non ha tralasciato di ricordare che furono i capitalisti, e non quattro fanatici, i veri finanziatori di Hitler: “L’industria capitalistica dei Krupp - nome tornato tristemente alla ribalta di questi tempi – aveva bisogno di dentiere, di capelli per sostituire la seta, di lavoro forzato per ottenere manodopera a bassissimo costo. Hitler gliel’ha servita su un piatto d’argento”.
Giustizia ingiusta è, senza dubbio, anche e soprattutto la Colonna Infame: “La peste, come l’Aids oggi, evocava qualcosa di terribile. Sembrava provenire dal diavolo. A Milano, di fronte al flagello, i poteri costituiti non sapevano come agire”. La peste ha prodotto quindi una tensione all’anarchia, una perdita di controllo sociale, un cuneo contro l’autorità: “Si è pertanto cercato il capro espiatorio, l’untore, sottoposto al procedimento della prova attraverso la tortura”. Di fronte alle proteste per l’inumanità della pena, si replicava che, in tempi calamitosi, non si poteva andare tanto per il sottile: “Sono le stesse parole pronunciate dagli aguzzini di Guantanamo per giustificare le violenze inferte ai prigionieri”. Il capro espiatorio ha dunque una funzione sociale: ripristina l’ordine, ridona autorità al potere, riconferisce forza a chi l’ha sempre posseduta.
Da’, anche, appagamento alla sete di vendetta collettiva. Renzo scambiato per untore, Renzo arrestato da un capitano di “giustizia” che pure ha compreso la sua innocenza, ma che vuol sacrificarlo sul trono della sete di rivalsa, incarna l’ambiguità e la pericolosità d’una giustizia “amministrata in nome del popolo” (massima coniata dalla Lega, già presente nei tribunali nazisti) quando questo “popolo” è trasformato in “massa” dal pensiero unico e semplificatore: “E’ la stessa ‘giustizia’ che muove le azioni di Pilato nell’ultimo libro di Gustavo Zagrebelsky, Il Carnefice, processo a Gesù. Pilato ha paura di usare il potere di cui pure dispone, quando si accorge della folla bramosa di sangue”. La giustizia, invece, deve stare “in testa al popolo” e prescinderlo: “Ma poi, chi è il popolo così spesso evocato? E’ massa; perché il ‘popolo’ ricorre sempre nelle parole dei populisti e dei dittatori. Quando la volontà popolare non sottostà al primato della legge, si uccidono le persone e torna il dominio belluino”.

H. Daumier, Nous voulons Barabbas (Ecce homo), 1850.
Per avvalorare il suo pensiero, Vendola ha passato in rassegna episodi contemporanei dimenticati quando non ignorati dai media, come il massacro perpetrato in un Paese violentemente antisemita come la Polonia nel 1946: molti ebrei, reduci da Auschwitz, vennero uccisi perché rapidamente si era sparsa la voce che “stavano rubando i bambini”. Gli stessi rom e sinti, che noi chiamiamo zingari, hanno subito una sorte molto simile: “Non essendo ebrei ma nomadi sfuggivano al controllo sociale, e lombrosianamente considerati ‘geneticamente criminali’. Per questo si riteneva necessario, e comunque non colpevole, il poter sottrarre loro i figli, un delitto di cui noi oggi incolpiamo proprio loro”.
Ma l’”affondo” è stato riservato alla cultura dell’individualismo: “Oggi siamo educati a essere individui, non comunità. Ciò che conta è essere proprietari, per valere noi stessi. E, se non lo siamo, ci sfoghiamo con qualcuno più povero di noi, che potrebbe ‘insidiare’ il nostro possesso. Vent’anni di tv consumistica hanno insegnato che esistiamo perché abbiamo bisogno di merce, e solo la merce ci dà una ragione di vita”. Un processo di disumanizzazione dal quale il corpo e l’anima a un certo punto vorrebbero uscire, senza però averne più i mezzi: il valore, la parola sono andati perduti. “Ecco spiegato il successo della cocaina, un tempo privilegio delle classi agiate, oggi alla portata di tutti, e non a caso: è una droga ‘individuale’, che tende a ‘rinchiudere’ ciascuno nel proprio singolo delirio, lo fa entrare da solo nel suo illusorio castello di emozioni forti”. Quelle distorsioni che in natura si chiamavano semplicemente sentimenti, e di cui adesso si anela un surrogato letale.
Ma quello che più ha affascinato Vendola, in questa sua appassionante rilettura del capolavoro manzoniano, è la ricerca, il cammino. “La parola Provvidenza associata a Dio è quella che meno condivido della poetica manzoniana, a meno di non intendere la Provvidenza come il volto dell’altro (e dell’Altro)”. Quell’altro che, per il silenzio talora inspiegabile di Dio stesso, siamo costretti a ricercare sempre: ognuno è solo nella morte, ma ognuno è affratellato in questa esperienza. Il silenzio ci spinge alla relazione, al riflesso, allo specchio, al ritrovamento di occhi e parole, all’arcano dei segni, alle “tracce” disperse da raccogliere con pazienza nell’immenso affresco della storia umana.
Il Poeta e il Presidente: Vendola a Cormano Commenta i “Promessi Sposi” è di

Analisi intelligente, indubbiamente ma ricca di strumentalizzazioni.
Non credo proprio Manzoni volesse puntare così in alto.
Non mi piace Manzoni, non mi è mai piaciuto.
Al Liceo Scientifico (scientifico???) ancora oggi come quando lo frequentavo io, ti spappolano i cosiddetti in primo con la lettura e l’analisi ed ancora in quinto con la (ri)lettura e l’analisi (ancora!) de “I promessi sposi”.
Come se la storia degli sfigatissimi Renzo e Lucia fosse l’unico romanzo degno di tal nome che si debba studiare a scuola per prepararsi alla lettura…
Con una ferocia ed un accanimento inutile paragonabile al memorabile capo di Fantozzi che costringe alla visione ad libitum de “La corazzata Potiomkin” la famosissima “cagata pazzesca” seguita da 90 minuti di applausi!
Tanto lo sappiamo che lettori si nasce e raramente lo si diventa…
Non m’è mai piaciuto perché quando a scuola mi smarronavano con l’unico romanzo degno di tal nome di Manzoni avevo già letto (direi divorato) tutta la collana di romanzi europei dell’ottocento che avevano i miei, contemporanei di Manzoni. Gente che giovanissima aveva già scritto capolavori come Nanà o Therese Raquin (tanto per citare Zola), od autori come Stendhal, Tolstoi e magari perché no, Dumas padre con i suoi “moschettieri” o De Foe con i suoi romanzi storici tarocchi ma appassionanti. Balzac, Flaubert, Dostoevskij, Gogol e poco più tardi Melville, Wilde. Credo non serva continuare.
Insomma. Nel periodo che Manzoni elaborava UN romanzo suoi contemporanei, molto più giovani magari, ne scrivevano 4 o 5 di bellezza eterna. E poi basta guardarsi intorno: chi di voi ha letto, oltre che a scuola, “I promessi sposi” anche a distanza di anni? con la stessa passione ed intenti con la quale avrebbe letto un qualsiasi altro romanzo?
I Promessi Sposi hanno un’importanza seminale nella codifica di quella che poi diventerà la lingua italiana. Ecco perché sono così importanti, ed ecco perché vengono studiati a scuola. Senza nulla togliere ad alcuni degli autori da te citati.
Verissimo. Ma sarebbe meglio allora che ci si concentrasse soprattutto (come si fa all’ Università) sull’aspetto linguistico (fondamentale) dell’ opera e non solo su quello “filosofico” e letterario. Se è vero che la lingua del Manzoni ha fondato una tradizione che in parte perdura ancora oggi, che ha unito il rispetto secolare verso il Toscano all’adozione di varianti non esclusivamente colte e letterarie (d’altronde parlava della “gente meccanica”) allora, diamine, non stiamo lì a vedere solo il significato sociale dell’opera o quello letterario o addirittura la mera trama integrale(che ho l’impressione possa esser studiata in modo un poco pedante). Piuttosto approfondiamo lingua e stile.
Questa è una scelta che dipende molto dal professore. Il percorso scolastico prevede lo studio della Divina Commedia e dei Promessi Sposi proprio per insegnare al ragazzo l’evoluzione della lingua italiana. Tuttavia non sottovaluterei i Promessi Sposi nemmeno dal punto di vista della trama e della denuncia sociale in esso contenuti. I personaggi dei promessi sposi sono fortamente caratterizzati, hanno enorme profondità, storie verosimili ed anche tratti che descrivono perfettamente quella che già allora era l’attitudine servile di molti italiani. Prendi ad esempio Don Abbondio e l’azzecagarbugli.
Certo, è un romanzo di povera gente che non merita alcuna considerazione. Invece è un romanzo storico, in cui tutte le considerazioni di Vendola e di Daniela Tuscano sono di stringente attualità.
I romanzi devono essere esaltanti altrimenti non attirano il lettore… I Promessi Sposi non solo hanno messo in evidenza una società ingiusta, come del resto è quella di oggi, quindi grande onore a Manzoni, ma rappresenta il più bell’esempio di lingua italiana anche perchè è stato risciacquato tre volte nelle acque dell’Arno. E’ quella lingua che oggi si parla più spesso e che ha legato il popolo italiano anche se la Lega tenta e forse ci riuscirà di disgregare la nostra società.
“rappresenta il più bell’esempio di lingua italiana anche perchè è stato risciacquato tre volte nelle acque dell’Arno.”
Piccola polemica: E’ un’affermazione che a suo tempo era una convinzione personale di Pietro Bembo e dei suoi seguaci e che ogni tanto passa per totem di verità.Perchè il solo fatto di assomigliare al toscano trecentesco dovrebbe rendere una lingua italiana più bella di un’altra lingua italiana? Capisco che è una questione di autori, perchè lo usavano Dante, Petrarca, Boccaccio (ma in tre modi diversi e non perfettamente sovrapponibili nè all’ italiano del Bembo nè a quello del Manzoni) ma queste sono motivazioni “esterne”: il fiorentino del ’300 almeno in origine non era nè più bello nè più brutto di un qualunque altro dialetto (e se adesso è letterariamente più adeguato non è merito suo ma semmai dei grandi che l’hanno usato in modo creativo). Inoltre la lingua del Manzoni non è tradizionale ma a suo modo prudentemente innovativa, perchè pesca dal fiorentino di tono più alto ma non del ’300 ma della sua epoca.
Il toscano usato da Dante, Boccaccio, Petrarca era la lingua che si avvicinava di più al latino a differenza di altri dialetti che in un certo senso se ne allontavano sempre di più. Se ti riferisci ad alcune parole del dialetto campano, come cras=domani, postridie=dopodomani, ecc. gli altri dialetti conservano ben poco del latino da cui discende la nostra lingua. Non credo che Pietro Bembo si sia inventato ciò che sostieni: Manzoni è stato più volte a Firenze e per ben tre volte ha rifatto il suo libro. Questo ho imparato dai miei studi e sono propenso a credere ai critici letterari che sostengono questa tesi. Perchè mi avrebbero dovuto prendere per i fondelli. Parlando di me naturalmente parlo di tutti gli studenti della mia epoca e successiva.
In ogni caso è una polemica immotivata, perchè i Promessi Sposi non sono importanti solo linguisticamente, ma anche storicamente, sociologicamente e culturalmente.
La società, quella dei più poveri, è la più bistrattata, oggi ed ieri!
Un attimo, c’è un equivoco e mi sono espresso male: se qualcuno ha pensato che Bembo abbia detto che Manzoni…ecc…ovviamente è caduto nella trappola non voluta (ovviamente Bembo è vissuto nel ’400 e ’500)
Bembo non si è “inventato” niente,semmai ha sostenuto la supremazia della lingua toscana del ’300 (con ottimi argomenti ma discutibili, specie se si parla di lingua non scritta) mentre nessuno nega che Manzoni abbia risciacquato i panni in Arno (verità storica) semmai nego che la sua fosse la miglior lingua italiana per il solo fatto d’esser “più toscana” di altre.
Bembo inoltre è stato fortemente avversato da chi alla sua epoca, anche in scritti letterari, non usava il toscano (ad esempio i poeti delle corti padane, fra cui il Boiardo) o usava il toscano ma nella sua forma del ’400 che oggi per noi è molto più aliena di quella dantesca che pure è precedente (ad esempio il Machiavelli). Il fatto che il toscano sia vicino al latino è vero relativamente (e poi bisognerebbe specificare che toscano, se quello parlato o lo scritto e di quando) e ho l’impressione che sia quasi una giustificazione a posteriori della scelta di Bembo che in realtà era più interessato a ereditare in toto il grande prestigio delle “tre corone” (e qui non si discute, i nostri tre poeti più grandi scrivevano in toscano)
La stessa idea che più una lingua si avvicina alla sua lingua madre più è bella si può contestare, è un’idea conservatrice e classicista che ha le sue ragioni nel debito colla tradizione ma non ha TUTTE le ragioni. Uno dei difetti che gli è stato più contestato è che rende una lingua artificiosamente arcaica e poco adatta alle comunicazioni non letterarie, che sono la maggioranza in realtà.
Io non ce l’ho con l’importanza dei Promessi Sposi che riconosco ma con chi mi dice che il Toscano è bello di per sè che era l’unico ad avere le potenzialità per diventare lingua nazionale sulla base di questo o quel primato intrinseco.In realtà, in condizioni socioculturali diverse qualunque dialetto sarebbe potuto diventare lingua nazionale addirittura per le stesse ragioni che tu dai giustamente al Toscano. Ad esempio se si vuole
usare come criterio esclusivo la conservatività (vicinanza al latino) di una varietà linguistica avremmo dovuto scegliere il Sardo, che è quasi (non mi ricordo bene) l’unico ad es. ad aver conservato il nesso -nt latino finale
(come in “amant”), che ha un vocalismo che rispetta rigorosamente quello latino ad eccezione della lunghezza (ad ogni “u” latina corrisponde una “u” sarda, ad ogni “o” una “o” e così via) e ha ancora, mi pare, i plurali sigmatici che risalgono agli accusativi plurali latini originari (es. latino “rosas”)
A scanso di equivoci non sono un leghista padano che vuole insegnare ai suoi futuri figli il bergamasco ignorando che esso di fatto ha perso il suo ruolo o almeno l’ha ridotto di moltissimo, non sono un indipendentista sardo che si aggrappa alla lingua per far politica, regionalmente sono veneto e non so neanche molto della mia parlata regionale, parlo la varietà settentrionale dell’ Italiano standard e pochissimo di dialetto ma non sento il bisogno di dover pronunciare alla toscana perchè risulterei artificioso alla luce della situazione linguistica concreta italiana che è tripartita (nord, toscana, sud e centrosud)
Errore (sorry): non è il sardo a conservare le s per i plurali ma il friulano
“Questo ho imparato dai miei studi e sono propenso a credere ai critici letterari che sostengono questa tesi. Perchè mi avrebbero dovuto prendere per i fondelli. Parlando di me naturalmente parlo di tutti gli studenti della mia epoca e successiva.”
Lupo, è semplice: quello che hanno insegnato a me non coincide esattamente con quello che hanno insegnato a te ^_^
Marco, non ti ho accusato di nulla. Ho solo detto che il dialetto toscano si avvicinava di più alla lingua latina, quindi più percorribile, soprattutto per le assonanze ed altro con il latino. Il dialetto napoletano, per es. ha troppi accenti, parole monche e apostrofi. Certo anche il napoletano sarebbe potuto diventare la lingua italiana in un contesto diverso, tanto è vero che ancora oggi viene consiserato una lingua. Però…, pur essendo campano, mi sta bene solo nelle canzoni!
Come si dice, nella foga della discussione ho dimenticato di dire un “fatto” importantissimo: il Manzoni con il suo romanzo, con il risciacquo dei Promessi Sposi nell’Arno, ha reso l’italiano una lingua più “popolare”, più vicina al sentire comune, più vicina alla lingua parlata, mentre prima era la lingua aulica, dotta, quasi specialistica ad avere il sopravvento. Non mi sembra una cosa da poco. Che poi I Promessi Sposi non piacciano per altri motivi (a me sono sempre piaciuti e molti riferimenti li prendo proprio da essi) non mi interessa più di tanto. Oggi, per es., mi piace leggere libri di fantascienza, polizieschi, di avventura, piuttosto che un trattato di scienze, ma non mi sognerei mai di dire che io faccio letture più moderne.
Con la stima di sempre, Marco.
Non ti preoccupare, che riecheggiasse di più il Latino è vero, ma non era l’unico.Le condizioni che l’han portato dov’è ora sono tantissime ma il mito che il Toscano in sè fosse migliore delle tantissime altre varietà è un mito. Oggi non mi sognerei mai di dire che è giusto parlar Veneto, ad es. nell’ amministrazione (Altro che “benvegnù nel comun de Berghem” come pare reciti la segreteria del comune di Bergamo. Ridicolo!) semplicemente perchè il Veneto poteva diventare l’ Italiano ma non l’ha fatto. Il Toscano ha avuto poi la singolare fortuna di essere parlato in una terra che nell’ alto medioevo era relativamente isolata e dunque di mantenersi in una posizione non solo “più latina” ma soprattutto “neutrale” e alcuni dicono equidistante sia dal sud che dal nord (quindi imitabile tanto dai poeti del sud che del nord, perciò ottima). Solo che quando sento dire il vecchio discorso dell’ eccellenza e perfezione intrinseca del toscano letterario non mi controllo più. Lo stesso Manzoni l’ha dovuto integrare con parti di toscano parlato, prova che non era perfetto, era solo adatto ad altro (ad es. alla lirica e meno al il romanzo).
Che un qualcosa sia buono in sè perchè antico (che poi è molto simile a dire che una lingua è migliore perchè più latina, posizione che l’ha fatta da padrone per secoli fino all’ ’800) o che qualcosa sia buono in sè perchè moderno (tipico del lettore di fantascienza o del giovane fanatico di scienza e tecnologia e per quest’ultimo settore in parte-ma in parte- vero)
è fondamentalmente una cosa culturale e ideologica, non una posizione obiettiva
In dialetto si dice: crai=cras=domani; piscrai=postridie=dopodomani…
Ottimo articolo, ha elencato e sintetizzato concetti che dovrebbe essere patrimonio comune di tutti.
Ritengo che su questa affermazione si debba ragionare parecchio; in ogni caso non è per tutti così, ci sono persone che sono l’antitesi del consumatore ideale, mentre altre che hanno condiviso le stesse esperienze dei primi non riescono a resistere all’impulso di acquistare, di possedere, indipendentemente dal fatto che certi beni siano realmente utili o meno, siano fatti / costruiti in maniera corretta o meno.
Penso che una persona che rispetti veramente i suoi simili non desidera, non vuole il male degli altri o che il mondo diventi una pattumiera solo perchè non si dedicano il 5% delle risorse per pensare a come chiudere bene un ciclo di produzione.
è un bene di consumo anche quello ? E’ uno status symbol da avere e consumare a prescindere da cosa provoca ?
Ogni volta che un “Imanuel Neg ro” viene pestato, ogni volta che degli essere umani indegni di questo nome riescono ad acquisire soldi e potere per comprare armi, droga, corrompere lo stato sociale, le coscienze, distruggere e inquinare la natura, umiliare e ridurre in schiavitù le persone, la colpa è anche dei consumatori, quelli che consumano droga, quelli che consumano le prostitute, quelli che consumano tangenti e si lasciano corrompere per chiudere non un occhio ma due occhi, quelli che consumano il potere perchè è bello acquistarlo e possederlo solo per scopi abbietti e meschini, quelli che si disinteressano delle conseguenze ultime delle loro azioni.
Le risorse non sono infinite, ogni volta che dirottiamo delle forze, delle risorse, del denaro da una possibile giusta causa a un ciclo di cattivo consumo fine a se stesso, si contribuisce a sviluppare uno stato di cose negativo piuttosto che positivo.
Ora, non voglio dire che sia un’operazione illegittima, anzi perchè è vero che una lingua ha in sè il modo di guardare al mondo (e non solo alla società, non tutto ruota attorno a società ed economia, cari comunisti vecchio stile!) di tutte le culture che l’hanno usata e la usano (ma al plurale, poichè nulla mi vieta che la stessa lingua sia usata da due culture, magari anche distanti. Pensiamo all’ Inglese, il Latino, lo Spagnolo).
Ma sono piuttosto stanco delle analisi della lingua (e anche della letteratura!) che rimandano esclusivamente all’ extra-linguistico e all’ extra-letterario. Non dico che sia un approccio errato, ma è parziale. Una lingua, una parola (specie nella fonetica,nella morfologia, nella sintassi, molto meno credo, ovviamente, nella semantica) ha un valore in sè dipendente dalle altre parole della stessa lingua e dalle convenzioni della lingua stessa. Così un testo letterario non è solo documento sociale, economico, politico, storico (per carità, è comunque verissimo) ma è anche qualcosa di squisitamente in relazione con i testi contemporanei e precedenti, colle convenzioni di genere e di stile (che poi, ammetto, dipendono dal contesto culturale) e con la personale, individuale sensibilità dell’autore anche oltre al mondo che l’ha “prodotto”.
Così se il Latino è cambiato in Italiano è stata sì “colpa” dei mutamenti sociali del tardo impero e della calata dei barbari ma anche del fatto che il Latino aveva in sè un certo suo equilibrio che tuttavia tendeva di per sè a modificarsi molto lentamente, ad esempio il Latino ha sia casi che proposizioni per esprimere il “ruolo” di un elemento (se sia soggetto, complemento, ecc.) ma questo è un di più, una ridondanza che si è risolta a favore delle proposizioni e colla scomparsa dei casi.
Tutto questo pistolotto per dire di prendere col beneficio del dubbio un certo atteggiamento (che mi sembra diffuso soprattutto fra intellettuali di una certa parte colla quale per altro per molte altre cose mi trovo in accordo) che parla di lingua quasi per parlare di politica, che parla di letteratura quasi per parlare di storia e società.
PS “giustizia è innanzitutto sentimento”
Aaargh! Spero che intenda “giustizia” in senso restrittivo, non comprendente il concetto di “legalità” che appunto è nato per separare senso di giustizia e legge (che invece è e deve essere razionale proprio perchè deve essere fatta semmai con sentimento e sensibilità ma al momento dell’applicazione non deve guardare in faccia a nessuno). Sennò estremizzando si arriva ai processi di popolo dove il “sentimento” popolare grida più o meno “foera el nègher” attorno al patibolo…
Cazzata. Era lapalissiano che per “sentimento” Vendola non intendeva qualcosa di vacuo e umorale, altrimenti non si spiegherebbe la successiva stigmatizzazione del populismo e di chi pretende di amministrare la giustizia “in nome del popolo”.
Sentimento (della giustizia) significa, invece, riconoscere la giustizia come valore DI PER SE’, che prevarica (io ho scritto “trascende”) la contingenza.
Pertanto il “foera el negher” in questo contesto non solo è inconcepibile, ma proprio assurdo. In altre parole: hai preso una solenne cantonata.
Quanto poi al Manzoni “che non aveva mire così elevate” e Renzo e Lucia “sfigati”… purtroppo sto uscendo, ma da insegnante mi chiedo: o il professore di Giacomo era un cane (e può essere, se ne trovano in tutte le categorie e, non ho problemi a riconoscerlo, Manzoni a scuola è spessissimo maltrattato: questione culturale prima che linguistica, la cultura contemporanea ha perso il suo latino), o piuttosto il nostro Giacomo non ha, diciamo così, superato la sindrome dello scolaro. Manzoni non aveva alte mire? Ma per chi l’hai scambiato, per un autore di romanzetti rosa? Davvero, non ho parole.
Personalmente Manzoni lo adoro, e la cosa che mi consola di più è che i miei studenti stanno imparando ad apprezzarlo. Lo porto spessissimo come esempio: malversazioni, prepotenze, ingiustizie della società, proto-mafia, omertà, cattiveria della gente “perbene”, ipocrisia, e, certo, anche AMORE: un amore oblativo, relazionale, casto (ma non pudibondo, attenzione), certo: ma, insomma, in quel romanzo c’è TUTTO. Basta saperlo leggere, cosa che, a quanto pare, diventa sempre più difficile.
Anche la continua rilettura e riscrittura del testo rispondeva a un’elaborazione filosofico-culturale molto seria, al continuo tormento dell’autore sui rapporti fra arte e realtà, si può ovviamente opinare, ma è un discorso che di solito, a scuola, si affronta. Ignorarlo è quanto mai indicativo (e deludente).
E infatti l’ho posto come dubbio. Tuttavia continuo a pensare che non sia il massimo considerare la giustizia come un qualcosa di non razionale. Ciò che sento io come giustizia sarebbe infatti assai diverso da ciò che sente il mio vicino. E’ giusto e sano che ognuno dia la giustizia come valore ma bisogna ricordarsi che se il bisogno di giustizia può essere trascendente, assoluto, il senso concreto della giustizia nella sua applicazione non è qualcosa di assoluto e uguale in tutti i tempi e in tutti gli uomini, ma una sensibilità che cambia e in ogni caso per essere “uguale per tutti” deve tradursi in legge che è giocoforza anche quella dell’ azzeccagarbugli, perchè presentare le situazioni nel modo più vantaggioso per sè è atteggiamento umanissimo e inestirpabile.
Inoltre non voglio sminuire Manzoni (che ho letto male e mi piacque poco) ma perchè proprio lui, unico ad avere una trattazione quasi monografica di una singola opera(come lui solo Dante) fra tutti gli autori italiani ed europei? A me sembra che il rischio sia di farne un idolo (o un capro espiatorio, dipende dal punto di vista ^_^)
C’è da riconoscere che è una bella analisi e viene da un politico. Questo non è un fatto così scontanto…
…considerando che anche Gentilini è un politico?
Gentilini e tanti altri che dovrebbero dare l’esempio ed essere accurati ed intelligenti, invece che avidi difensori dei propri privilegi capaci di utilizzare le paure e le debolezze della massa in maniera strumentale.
Il politico dovrebbe avere visione, idee, e capacità di inspirare ciò che è giusto, non degli incompetenti patentati incapaci di trarre le conclusioni delle loro azioni con una finestra non più ampia di 2 minuti scarsi.
Io non ho un brutto ricordo del Manzoni scolastico, forse perchè ebbi una brava insegnante, non ricordo più le analisi da voi riportate sui “Promessi Sposi”, ma dopo tanto tempo mi è rimasta impressa un’osservazione della mia prof e ve la riporto:
“I Promessi Sposi” è un’opera che, oltre al valore letteraio, è la sintesi di quello che noi italiani siamo stati e continuiamo ad essere: un popolo che non ha mai realizzato la propria identità nazionale perchè abituato da sempre a diffidare delle istituzioni, percepite come nemiche ed gherizzanti. Tenuti, volutamente, divisi dai vari potenti di turno, spesso e volentieri ignoriamo per scelta i problemi sociali a meno che non diventino personali, nel qual caso affidandone la soluzione ad iniziative personali magari rivolgendoci al conoscente più o meno importante e in mancaza di questo a Dio.
Aggiungo di mio:
Eroici nella tragedia personale ma indifferenti a quella collettiva, restiamo oggi più di ieri in balia di Don Rodrigo e dei suoi bravi perchè non ci può essere redenzione per un popolo nè soluzione ai suoi guai se non elaborerà il concetto di comunità. (oggi questo concetto dovremmo sentirlo nei confronti del mondo e invece noi italiani siamo ancora impantanati nel federalismo fiscale) Manzoni insegna!
Un saluto a tutti
Brava Vanda, io sono stato un ins. elem. Non ho approfondito molto il Manzoni sotto l’aspetto letterario, ma sotto quello sociale ed umano si. Se consideriamo, ma può darsi che mi sbagli, che egli da lombardo non ha utilizzato il suo dialetto, ma è andato a Firenze per approfondire quella “lingua” mi sembra che abbia fatto anche un’operazione politica di grande importanza, ossia quella di “unire” in un certo qual modo, almeno nella lingua, il popolo italiano. Al contrario di quello che stanno facendo, ed io ne sono convinto, i leghisti, solo perchè per fortunate combinazioni si sentono più forti economicamente. Essi oggi sono i don Rodrigo della situazzione, ossia della politica italiana. Mi dispiace, si mi dispiace proprio che anche “tanti coglioni” del sud li seguano: Fitto, Lombardo, e tantissimi parlamentari meridionali che invece di protestare anche contro il leader maximo si lasciano impunemente calpestare.
E poi non si deve parlare di casta e di legge elettorale “porcata”.
E’ bene che spieghi quello che intendo dire sulla legge elettorale. Con questa porcata di legge i parlamentari eletti non conoscono veramente il consenso di cui godono, ossia cosa pensano gli elettori del suo operato, perchè non sono gli italiani ad eleggerli, ma devono sperare che il capo, da tutte le parti, li nomini, li metta nella lista al posto giusto. Non si misurano con gli altri e, quindi, devono sottomettersi ai voleri del capo.
Se questa è democrazia! Però, c’è ancora qualcuno, di là e di qua, che preferisce questa legge perchè almeno, dice, non ci sarebbe una compravendita di voti. Intanto c’è una schiavitù parlamentare: onestamente preferisco, obtorto collo, la “compravendita” qualora ci fosse davvero. A me il voto è stato chiesto, non mi è stato mai richiesto a pagamento. Mai!
Sai secondo alcuni questa è l’unica politica del risparmio concepibile, mi spiego: si risparmia perchè e sufficiente comprare il capo.
cit:
I Promessi Sposi, descrive l’ordinarietà del metodo mafioso nell’Italia del 600.
Potremmo dire che don Abbondio si piega ai voleri di don Rodrigo non solo perchè ha timore dei sui bravi -quelli che oggi chiameremmo i mafiosi dell’ala militare, gli specialisti della violenza- ma anche perchè si trova in una condizione di assoggettamento e di omertà che deriva dalla consapevolezza del vincolo associativo che lega don Rodrigo ad altri potenti, anche nel mondo ecclesiastico.
Nella stessa condizione si trova l’avv.Azzaccagarbugli [..] il quale rifiuta l’incarico quando apprende che avrebbe dovuto agire secondo legge, contro un potente come don Rodrigo al di sopra della legge.
Don rodrigo è pienamente consapevole che le proprie relazioni personali lo rendono indenne da conseguenze legali per il proprio comportamento criminale.
[...] Manzoni è costretto a far intervenire la Provvidenza perchè la storia abbia un lieto fine.
In conclusione, la storia esemplificata come la sommatoria di potere militare (i bravi) e di potere sociale (il vincolo associativo derivante dalla solidarietà interna al mondo dei potenti) si traduca in un abuso di potere personale che sostanzia il metodo mafioso.
Un metodo con il quale milioni di italiani hanno convissuto per secoli da vittime e da carnefici.
da: IL RITORNO DEL PRINCIPE (R. Scarpinato – S. Lodato) – ed. chiarelettere
Curiosità: il titolo si riferisce a politici attualmente viventi?
PS Secondo i miei (scarsi) studi di storia medievale la signoria intesa in senso politico (e poi, credo, il principato) si concretizza quando la proprietà terriera (o signoria in senso economico) si somma ad un potere politico sulle terre possedute, derivante dall’essere ufficialmente conti (funzionari regi) oppure dall’ esser legati da un vincolo di vassallaggio al re, che spesso però si traduce nel possesso di fatto della terra (teoricamente in solo usufrutto) e nell’esercizio su di essa di prerogative regie fra cui non solo l’amministrazione ma anche l’esercizio della giustizia. Ma guarda: cittadino e dipendente riuniti in un’unica figura, così come capo politico e datore di lavoro, sommarsi di potere esecutivo e potere giudiziario…
il libro in questione, muove la sua analisi storica del rapporto politico/cittadino (e quindi padrone/servo), proprio dall’era medievale. Chiarendo come l’Italia sia riuscita a permanere in una politica di sostanziale vassallaggio, mentre il resto dell’Europa faceva l’esperienza dell’Illuminismo e del parlamentarismo. Così, senza le dovute basi culturali, la Democrazia e lo Stato di Diritto nel ns paese sono rimasti sostanzialmente un artificio episodico e ciclicamente vengono sostituiti dal riemergere della “vera natura” italica: il metodo mafioso. Un mix tra cervelli borghesi (colletti bianchi) e i detentori di lupara (gli eredi dei Bravi).
Il titolo non fa riferimento ad un politico in particolare, ma al “metodo” di governo che viene applicato dalla classe diregente, lo stesso di Cesare Borgia, che non andava molto per il sottile e usava la violenza come strumento politico.
Qualcuno trova inadeguati e forse obsoleti “I Promessi Sposi” nei piani di studio attuali. La verità è che da DENTRO quel libro non siamo mai usciti!!
Triste, ma è così.
esco un po’ fuori dal seminato del post, per esprimere un mio giudizio sul presidente della mia regione.
Credo che Vendola sia un grande uomo che dice sempre cose molto sensate oltre che profonde, ma molte volte le sue rimangono solo parole a causa di una maggioranza quantomai disomogenea e molto legata alla CASTA!!
secondo me Vendola se uscisse dalla politica renderebbe molto di più!
e con il suo carisma e inteliggenza sarebbe molto più utile alla società di quanto non lo sia adesso!!
Ciao Connemara,
ma scusa, perchè Vendola dovrebbe uscire dalla politica? E per fare cosa? Il trascinatore di folle, come Grillo? Secondo me, può essere più utile -almeno alla Puglia- proprio restando dov’è e tentando di vincere quei vincoli castali che le amministrazioni hanno con il “palazzo” e la criminalità.
Io fui molto colpita quando venne eletto presidente, ammetto che avevo sottovalutato la Puglia! Mi piace pensare che Vendola sia stato l’espressione dell’imprenditoria onesta oltre che dei giovani e degli intellettuali (anche perchè per comprendere quello che dice, il più delle volte occorrono lauree in filologia e semantica!)
hai ragione, ma credo che si sia un pò piegato ai giochi di potere imposti da questa pessima classe politica