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Il Pacco

20 marzo, 2007 di mc  
Archiviato in Oltre il Confine



ansa_10006213_58250.jpgDaniele Mastrogiacomo è a casa. Ora sulla cosa ci si può ragionare senza sembrare degli sciacalli e senza creare confusione.
La vita di un uomo è salva, e questo è un dato importante. Un Paese che si rispetti deve proteggere i propri cittadini in ogni circostanza. Quello che viene da chiedersi è se la cosa va fatta a qualsiasi prezzo. Soprattutto quando questo prezzo si paga in termini di potenziali vittime e finanziamento dell’industria del terrore.
Per ottenere il rilascio di Mastrogiacomo sono stati liberati cinque comandanti talebani. Persone che per essere diventate comandanti in un ambiente dove il grado si ottiene non per raccomandazione ma per fedeltà alla causa e per efficienza operativa, devono rappresentare un serio pericolo per i militari italiani e non che si trovano sul territorio e per i civili afgani, possibili vittime di attentati e ritorsioni.
Non è escluso che, insieme al rilascio dei prigionieri, sia stata anche versata qualche cifra che, probabilmente, non sarà investita in latte condensato e medicinali ma in razzi per RPG, cartucce per AK47 e esplosivo. Esiste una concreta possibilità che parte di questo danaro possa essere utilizzato per finanziare operazioni terroristiche in occidente.
Quando un Paese è in guerra, sono in guerra tutti i suoi cittadini. I militari sul territorio, ovviamente. I civili in patria, potenziali vittime di attentati e anche i giornalisti. Iniziare una guerra vuol dire assumersi un rischio e assumerselo tutti, nessuno escluso.
Per questo motivo, secondo me, così come il sergente Rossi a Kabul accetta il rischio di lasciarci la pelle, io, voi, tutti continuiamo a prendere la metropolitana e a portare avanti il baraccone, così chi va a fare il reporter in zona di guerra deve accettare un rischio, più o meno consistente, ma sempre un rischio.
Alla luce di quest’ultima considerazione, un giornalista non può pretendere di  avere un trattamento di riguardo. Come cittadino italiano è in guerra esattamente come me e come il sergente Rossi. Ha un ruolo diverso, un compito specifico, ma è uno come tutti.
Ho già denunciato la disparità di trattamento tra giornalisti e altre persone, ora ne dico un’altra: secondo me non vanno liberati prigionieri e non vanno pagati riscatti ai terroristi. Mai, mai, mai, assolutamente mai.
La cosa giusta da fare sarebbe stata quella di cercare di liberarlo utilizzando i militari. Certo, sarebbe stata un’operazione rischiosa, quasi certamente sarebbe fallita e qualcuno ci avrebbe rimesso la pelle, forse lo stesso Mastrogiacomo. Ma, secondo me, sarebbe stata la cosa giusta da fare. Non si può mandare la Folgore e i Bersaglieri con i carri armati e i fucili mitragliatori e poi  mettersi a pagare i riscatti e liberare i prigionieri appena viene catturato un giornalista. Non è serio nei confronti di chi sta sul territorio e dovrà ritrovarsi questi cinque comandanti contro e nei confronti di chi sarà vittima delle spese in fuochi d’artificio fatte con i soldi del riscatto. Bisognerebbe chiedere ai nostri soldati se era preferibile ritrovarsi liberi cinque terroristi catturati e rischiare la pelle da qui alla fine del conflitto o rischiarla una volta sola in un’operazione di liberazione.
Voglio fare un’ultima cinica considerazione. Una volta constatato che i talebani ci hanno fatto pagare un prezzo salatissimo, cosa abbiamo comprato?
E’ da settimane ormai che nel sud dell’Afghanistan si sta svolgendo un’operazione NATO che coinvolge 25.000 soldati. Venticinquemila? Con le tecnologie attuali è un numero impressionante di uomini, roba da seconda guerra mondiale. Cosa ne sappiamo noi? Quale è l’immagine dell’Afghanistan che ci restituisce la nostra stampa? Ma in Afghanistan non c’era la pace? Avevano fatto pure le elezioni.
Diciamoci la verità, se il prodotto giornalistico si riduce a mere operazioni commerciali (ma quando cacchio l’ha scritto sto reportage che fino a ieri aveva ancora il turbante in testa?), il prezzo che abbiamo pagato non è solo salato, i talebani ci hanno fatto un pacco. Alla faccia di tutte le storie sulla furbizia degli italiani.

N.d.r.: Ammiro Gino Strada e ho il massimo rispetto per il suo lavoro. La posa in quella foto me la sarei risparmiata.

Aggiornamento: Questo articolo ha generato forti polemiche. Una si è concretizzata in questo articolo che ti invito a leggere.


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Comments

30 Risposte a “Il Pacco”
  1. Mala scrive:

    vorrei ricordare che gli israeliani, che di scambi di ostaggi ne sanno un pò più di noi, spesso hanno rilasciato persone per salvare i loro soldati.
    se non lo avessimo fatto avremmo avuto un’altro sgozzamento a carico.. non so cosa sia meglio.. o peggio..

  2. settantasette scrive:

    Mi spiace, ma davvero non concordo con l’articolo. Soprattutto sulla parte in cui viene rimarcato che si sarebbe dovuto ricorrere a un’azione di forza. La diplomazia è, e deve essere, ciò che ci distingue. Storicamente è sempre stato così, con dubbi e storture inevitabili, certo. Ma se viene abbandonata questa strada, per quanto forti e legittimi possano essere i dubbi sulle conseguenze, allora tanto vale che ci mandiamo i Tornado e cominciamo pure noi a bombardare alla cieca. No, grazie. Io non mi sento, e non voglio sentirmi, “in guerra”. Non in una guerra fatta per gli interessi di altri. Chi, fino a prova contraria, partecipa a una missione umanitaria, non manda i commandos a liberare gli ostaggi, ma tratta. Che a fare a cazzotti ci vadano gli Americani, almeno finchè saremo – e vorremo sentirci – diversi da loro.

  3. Emanuele scrive:

    Sono completamente d’accordo con MC. Su ogni cosa. Aggiungo solo ammirazione comunque a quei giornalisti che vanno in zone di guerra per il coraggio che dimostrano (unita anche alla voglia di $$ visto che credo non prendano 500 euro al mese).
    Io manderei la i vari Belpietro, Fede, Mentana, Feltri, e tutto lo staff di studio aperto, nella speranza che li prendano e se li tengano.

  4. MenteCritica scrive:

    Mala: gli israeliano vivono una situazione diversa. i talebani ce li hanno in casa.
    emanuele: il discorso sarebbe stato lo stesso anche per fede.
    77: ciao socio. anche non sono d’accordo con te. io non sarei andato in afghanistan e non sarei andato in iraq. forse nemmeno in bosnia. però ora ci siamo. non possiamo fare gli italiani a meta’ e decidere di volta in volta quando è giusto esserlo e quando no. sarebbe impossibile avere una politica estera nazionale. in guerra ci siamo e da anni ormai. se tu non lo percepisci è perchè la trasformazione è stata lenta ed impercettibile. poi uno una mattina si sveglia e scopre che non può più portare la mezza minerale uliveto in aereo e che uno zainetto in metropolitana può essere qualcosa di più di un bagaglio dimenticato. A Madrid e Londra si saranno sentiti in guerra o no?
    Io sono per la via diplomatica fino all’estremo, anche oltre se necessario. Ma quandi si decide che è necessario sparare, ed è una decisione del mio governo sia pure presieduto da Berlusconi, io non credo sia possibile dissociarsi e delgare gli americani. poi non lamntiamoci se pretendono di farsi i cazzi nostri.
    Ora dall’Afghanistan bisogna andarsene. Ma fino a quando si resta con il fucile in mano si usa la logica di guerra.

  5. miriam scrive:

    Anche se con una certa amarezza, devo ammetterlo, concordo con MC.
    Temo che a fronte dell’”operazione Mastrogiacomo” ora siamo ancora più ricattabili di ieri. Chi può garantire che tra un giorno, un mese…un anno(?)
    non accada la stessa cosa? E con chi o cosa lo “scambieremo”, la prossima volta, il malcapitato di turno? Parisi è incavolato con D’Alema perchè si è deciso che la trattativa sarebbe stata condotta esclusivamente da Strada. Il ministro della difesa non mi è proprio simpatico, ma stavolta lo capisco. Un paese può usare le armi o la democrazia per risolvere questioni così delicate, ma se la prossima volta i talebani chiedono di trattare solo con Pippo Baudo che gli rispondiamo?

  6. aghost scrive:

    io rilevo un’altra singolare incongurenza: qualcuno dovrebbe spiegarmi perché lo Stato paga, paga prontacassa, per i connazionali rapiti all’estero. E son milioni di euro.

    Per quelli rapiti sul suolo patrio non solo lo Stato non caccia una lira, ma addirittura blocca i beni dei parenti. Come la mettiamo?

  7. MenteCritica scrive:

    Miriam, Aghost. Ragionamenti impeccabili.

  8. serpiko scrive:

    Posizione controversa, la mia.
    Non avrei mai fatto un’azione di forza. Ma non avrei mai fatto concessioni.

    La differenza tra noi e i talebani è che noi siamo un esercito riconoscibile, che rappresenta una popolazione e che si distingue da essa attraverso una divisa che delinea un confine tra militari (quindi gente impegnata nelle operazioni di guerra) e civili (gente che la guerra non la fa, e che quindi non andrebbe coinvolta). Loro no, non fanno questa distinzione e non sono disposti a leggerla quando la facciano noi. Loro sono un unico esercito, e hanno un unico nemico; che questo sia in mutande e canotta o in mimetica non fa alcuna differenza.

    Per questo credo che il rapimento di un civile sia da vivere nel “nostro” modo: ovvero mantenendo il nostro distinguo e considerandolo al di fuori della guerra stessa, come un qualsiasi rapimento cui mafia e anonima sarda ci avevano abituati. Andrebbe quindi risolto senza coinvolgere l’esercito, i suoi scopi ed i suoi mezzi, senza mettere in gioco contropartite che possano danneggiarlo sul campo (denaro, scarcerazioni ecc) ma senza nemmeno coinvolgerlo nelle operazioni per la liberazione.

  9. serpiko scrive:

    @aghost: hai postato mentre scrivevo anch’io, e involontariamente ho fatto un riferimento analogo.

    La differenza di prezzo credo stia tutta nel maggior impatto mediatico del sequestro di guerra rispetto al sequestro nazionale.
    Vuoi mettere che smacco per Palema se avessero accoppato il giornalista? Dopo che il governo precedente – a nostre spese – era riuscito a portare a casa dall’Iraq 3 mercenari su 4, poteva il baffetto non sentirsi autorizzato a spendere per scopo analogo 1/3 di quei soldi?

  10. Stefano scrive:

    ….giornalisti di qua, giornalisti di là ma alla fine non si sa quasi NULLA di ciò che succede nelle zone di guerra del Pianeta (e non parlo solo di Afghanistan-che qualche nostro ignorante politico chiama Affachistan- o di Iraq, ci sono almeno una quarantina di Nazioni in guerra nel mondo).
    Ora, quello che voglio esprimere è:
    Ma con tutti i mezzi mediatici che ci sono (giornalisti sul campo, televisione, internet, satelliti vari) che ci possono dare la situazione in tempo reale, è possibile che non si sappia NULLA dei perchè le cose accadono oppure in che situazione versano i civili coinvolti, chi sono i Talebani, la STORIA dei perchè e dei percome.
    Sappiamo solo “autobomba a Kabul o Bagdad – tot morti civili – tot morti militari” ma le STORIE umane di questi morti, le situazioni, i contesti NULLA.
    A proposito la Sig. ra GIULIANA SGRENA dov’è finita?
    A mio parere, da quando liberata, mi sarei aspettatto migliaia di articoli, scritti e quant’altro per darci un quadro REALE (e non politicizzato) della sofferenza che lei ha toccato con mano laggiù….e invece NULLA (un libro, qualche articolo stop)
    PER SENSIBILIZZARE NOI OCCIDENTALI ABBIAMO BISOGNO DI VEDERE, SENTIRE, ANNUSARE LA REALTA’ DI MORTE CHE SI RESPIRA IN QUEI PAESI, ANCHE SE TI PUO’ RIVOLTARE LO STOMACO E FARTI SENTIRE IN COLPA.

    Un saluto a tutti

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  1. [...] E’ proprio per questo motivo che Jimmi, dopo avermi civilmente manifestato il suo dissenso su questo mio articolo, è stato invitato a scriverne uno in risposta. Cosa che è puntualmente avvenuta. Ecco [...]

  2. [...] luogo dal quale non ricordo nessun reportage sconvolgente. Di quello che accade in Afghanistan non sappiamo nulla e Mastrogiacomo non ha fatto molto per dipanare il mistero. Gli agganci giusti li ha in Italia, [...]

  3. [...] rimasto veramente di sale leggendo questo post, e ancora più perplesso sono rimasto leggendo la serie di e-mail che coraggiosamente il Direttore [...]



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