Il Novecento e la deriva dell’Uomo 8


Troppo spesso ci dimentichiamo quanto cruenta possa essere la natura umana. Ci commuoviamo dinanzi alla violenza per un breve, fugace momento prima che vita quotidiana ed il nostro bisogno ci trascinino via in un vortice di cose da fare , da vedere, da ascoltare.

La memoria, come ho più volte ripetuto, ha invece, secondo me, un valore essenziale. Non è importante quanto ricordare, ma cosa ricordare. Un tempo frenetico come il nostro porta spesso a concentrarci su cose sbagliate e dare poca considerazione a quelle più importanti. Ogni vicenda risplende per brevi istanti della luce intensa e fugace d’una scintilla e come questa soccombe, sotto il peso di mille altre e più nuove, fino a non esistere più neanche nel ricordo.
Il XX è stato un secolo mirabolante, costellato di innovazioni e rivoluzioni. Il mondo è cambiato così rapidamente e in poco tempo che se i nostri avi di inizio secolo lo vivessero adesso, probabilmente si crederebbero altrove, magari odierebbero quello che è diventato.
Il XX secolo ha trasformato se stesso nella celebrazione dell’intelligenza umana e, al contempo, nella dimostrazione più grande della sua corruzione e decadenza. In ogni guerra, in ogni persecuzione l’uomo ha gettato via parte della propria grandezza, nei genocidi perpetuati si è ridotto ad una nullità.
Armenia, Cina, Russia, Ebrei, Indonesia, Cambogia, Sudan, Ruanda, Burundi, Sud America, Iraq, ex-Yugoslavia, Liberia, Sierra Leone, Angola, Congo, Libano, Corea del Nord, Sri Lanka, Haiti, Tibet, Birmania.
Non è semplicemente un elenco. Sono solo alcuni dei genocidi perpetuati nel corso del XX secolo, non tutti ricordati, ma tutti ugualmente terribili, scaturiti dalla necessità di distruggere chi si oppone o è semplicemente diverso, dal terrore intrinseco dell’uomo per chi non è in grado di restituire il giusto riflesso.
Dietro il nome di ogni nazione o gruppo sociale si nascondono nomi, vite, idee che sono state annientati.
Ciascuna vittima è stata uccisa due volte. Una prima privandola della sua unicità ed individualità, identificandola con il diverso, il gruppo unico di coloro non sufficientemente “uguali” da meritare di vivere. Una seconda volta nell’atto stesso di sottrarle la vita. Tra le due la prima è forse quella più terribile. Non conta più chi sei, bensì cosa rappresenta il gruppo a cui appartieni. Ogni qualità non è un valore aggiunto, può diventare al contrario una colpa in più.
L’annullamento della persona riecheggia nelle fosse comuni in cui uomini, donne e bambini, resi uguali da una morte cruenta, sono per sempre cancellati dal mondo.  Riecheggia nei campi di lavoro e sterminio, dove l’uomo è depredato del nome, dell’identità, della forza e, solo infine, della vita. Riecheggia nel momento stesso in cui parlando di un eccidio non siamo in grado di dare un volto alle migliaia di vittime, costretti ad identificarle tutte con l’appellativo dato ad una categoria, senza neanche poter essere certi che tutte realmente vi appartengano.
Nessuno sarà mai punito abbastanza duramente per tutto questo, il carcere è quasi una celebrazione, la morte poco più di una liberazione. Associare il nome dei fautori di tanta violenza al massacro da essi perpetuato non riporterà indietro nessuno. Il carnefice rimane tale qualsiasi siano le sue motivazioni e merita di essere punito e, al contempo, dimenticato.
Chi non deve essere dimenticato sono gli interi gruppi condotti allo sterminio o ci renderemo complici della loro distruzione. La cancellazione era quanto si voleva ottenere attraverso la morte, la dimenticanza fa si che non siano mai esistiti.
Non è necessario istituire un giorno del ricordo per non dimenticare chi è morto per il suo essere diverso, la sua individualità, quelle qualità che di certo appartenevano solo a lui e che, per quanto sconosciute, certamente sono esistite.
Ogni giorno potrebbe e dovrebbe essere il momento di ricordare i difetti, i sogni, le paure, il dolore di ciascuno di loro che sono quanto li rende più vicini a noi, anche adesso che non ci sono più.
Soprattutto, dopo tutto questo, dopo tante parole svuotate di senso dalla retorica,  è ora di capire che non esiste il “diverso”, che le differenze sono quanto ci accomuna in quanto capaci di rendere tutti ed indistintamente unici, uguali in quella che è certo la più grande qualità di ciascun essere vivente, la sua individualità.

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8 commenti su “Il Novecento e la deriva dell’Uomo

  • Gilda

    Credo che tutta questa intelligenza ci abbia anche fatto dimenticare che in realtà siamo animali anche noi. Questa frase suona più oscura e sdegnosa di quanto dovrebbe, perche’ noi siamo realmente animali. L’unica cosa rilevante che ci differenzia dagli altri (e non da tutti, api e formiche ne sono un esempio) e’ la divisione dei ruoli. Solo che api e formiche i ruoli li dividono per funzionare bene, noi invece li dividiamo per batterci e capire chi e’ il migliore. E’ un po’ come se i nostri organi si sterminassero a vicenda invece di sviluppare un organismo. Ma quanto siamo intelligenti?
    Più che ricordare o dimenticare, dovremmo aggiustare. Ma non lo stiamo facendo.

      • Gilda

        Se e’ cosi’ siamo condannati, ma forse non siamo capaci solo perche’ non proviamo. unione europea, onu, società delle nazioni: tutti esempi che dovevano andare in quella direzione, ma che si sono limitati a fare gli interessi dei singoli o dei più forti invece di equilibrare il sistema.

    • Greg Icy Stark

      In realtà anche negli animali la divisione dei ruoli non è così definita e “positiva” come si possa pensare. Ci sono anche tra loro esempi di componenti che ne sfruttano altri per il proprio bene (od anche il contrario, si sacrificano non per il proprio bene ma per quello della società).
      Il tentativo di capire chi sia il “migliore” è un istinto molto naturale, molto animale appunto, che è presente in tutti gli organismi, ma spesso si esplicita in forme non così chiare ai nostri occhi.
      Interessante l’immagine degli organi che si sterminano a vicenda, è un po’ quello che accade con un cancro, o una malattia virale. Forse come società dovremmo aggiustarci, eliminare questa malattia per poter sperare di avere anni avanti a noi, che ne dici?

  • Greg Icy Stark

    Follia, che follia. Il ‘900 come secolo della deriva dell’uomo. Il secolo dei campi, il secolo breve. Forse il secolo del postmoderno, del relativismo assoluto di massa e del trionfo del denaro. Ma non è stato il ‘900, perché i secoli come durata sono elementi flessibili ed i loro confini sfuggono alle centinaia definite dalla matematica.
    Non è la definizione del secolo (per quanto utilizzata per definire un periodo, così spersonalizza il vero soggetto) ma l’uomo ad essere causa del suo male. Se male lo è davvero. Perché, prima di procedere dovremmo sapere (o meglio decidere), cosa male lo sia o cosa non lo sia. Azione molto più drammatica di quanto non si voglia.
    Ma a parte questo, il ruolo della memoria è davvero centrale, la nostra cultura è in funzione della memoria, in intensità ed estensione. Però la distinzione che fai sul cosa ricordare non posso condividerla, perché la tua scelta è parziale come la scelta di quel ‘900 che rimanda alla deriva dell’uomo. E non intendo dire che ne sia concausa, ma segue la medesima strada. Tu scegli di ricordare talune cose (per te le cose giuste, ma per te), eppure proprio per l’individualità delle persone la scelta del singolo non detta necessariamente un valore condiviso. Per quanto a noi una idea possa sembrare corretta (tecnicamente o moralmente), questo non implica nulla sulla scelta della maggioranza delle persone, che potrebero pensarla diversamente. C’è una interessante affermazione sul martirio, che recita come “il fatto di immolarsi per una causa non prova punto sula correttezza di questa”. L’interessante di questa affermazione è come non ci sia una classe a priori di entità, memorie o scelte che siano corrette, ognuno è unico e singolo di fronte ala vita, sceglie e crede che tali scelte siano le più giuste (al netto delle condizioni in cui si trova).
    Ma è solo una nostra impressione, l’unico modo per avanzare di qualche passo nello scegliere è condividere con gli altri le nostre esperienze, le krisis, e confrontarci sulle soluzioni che possiamo trovare. Con la consapevolezza che potremmo avere torto, con la forza di ammettere di poter sbagliare.

    Tu citi i genocidi del XX secolo, ma di genocidi ne è costellata la storia propriamente detta, e di molti (tantissimi) non ricordiamo nemmeno più l’esistenza, ed ancora di più sono quelli che sono andati persi nel tempo. E’ una questione naturale. La memoria potrebbe darci una mano, ma la memoria deve essere (come hai detto tu stessa) ragionata, deve sapere cosa tenere e cosa buttare, con coscienza che ciò che butterò smetterà di esistere. Non possiamo ricordare tutto, come non possiamo conoscere tutto. Siamo esseri finiti (o almeno io la penso così), e dunque ci dobbiamo imporre scelte per tracciare la vita che vogliamo. Se non facciamo queste scelte seguiremo le scelte altrui, e ne erediteremo la memoria.

    E’ questo un male? può esserlo, ma in alcuni casi è inevitabile. Un bambino non può decidere su alcuni argomenti, magari non tanto per intelligenza ma se non altro per assenza di categorie di esperienza che la aiutino nella scelta. E le scelte di chi lo precede possono essere o iventare, opinabili ad un certo punto della sua vita. Ma sono scelte già fatte, e bisogna imparare a conviverci.

    Ricordare tutti genocidi del ‘900 sarebbe “bello”, averli di fronte nella memoria al momento di “decidere” se andare in guerra o meno (esempio a caso). Però dovremmo avere parimenti di fronte ai nostri occhi i destini di chi è morto per fame, malattia, violenze. Tante immagini, informazioni e storie che si intrecciano. La vita di ognuna di quelle persone è stata unica ed ha avuto valore di per sè, ma a quel punto, dovendo decidere (non solo sulla guerra, ma anche sul come fare il nostro prossimo “passo”) ci troveremmo nell’infelice posizione di pesare le vite di milioni e milioni di persone, le loro sofferenze e le loro morti.

    Forse un esempio chiarificatore è il “chiederti” di progettare le scialuppe di salvataggio per un transatlantico basandoti sui morti del titanic. Con il vincolo però di non poter salvare tutti. Devi scegliere, dare un ordine al salvataggio, prima i bambini e poi gli anziani, le donne e gli uomini? E se rimanesse una scialuppa di soli bambini non sarebbe una condanna per loro? Facciamo salire qualche adulto? non sarà una condanna per chi rimane sulla nave? Così è la vita reale, le scelte che facciamo dipenano più realtà possibili, alcune con esiti facili da vedere, altre più oscure. In tutte però ci saranno “vittime”.

    Ricordare ogni giorno, ogni genocidio, ogni negazione della vita umana non credo sia la soluzione. Non so se siamo abbastanza intelligenti da ricordare tutto questo, ma credo che lo siamo abbastanza per (poter) imparare le lezioni del passato. Forse questo avrrebbe più del ricordo di mille errori.

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