Il Nostro Caro Trump


Trump è un razzista, xenofobo e maschilista, però ha fegato e, per esperienza, bisogna sempre temere e rispettare chi ha fegato.
I dazi, il muro, le politiche sui visti, sono una risposta probabilmente sbagliata, ma concreta e immediata ai problemi reali delle persone che lo hanno eletto. Chi ha eletto Trump non lo ha votato per salvare il pianeta da una possibile catastrofe climatica né per soccorrere i rifugiati siriani e tanto meno per investire politicamente in un mondo globalizzato aperto ai matrimoni arcobaleno. La gente che si è messa in fila per fare di Trump il presidente degli Stati Uniti è quella di Detroit, delle metropoli implose sotto il maglio della globalizzazione selvaggia, della provincia desolata ed abbandonata a se stessa nella quale si produce solo disoccupazione e tossicodipendenza. E’ gente il cui futuro dista solo due settimane, che non si preoccupa dei cambiamenti climatici e dei diritti civili perché, nella migliore delle ipotesi, campa di assistenza sociale, mangiando cibo spazzatura e ingrassando senza freno davanti alla televisione. La versione occidentale della carestia.

Le risposte di Trump a questa gente sono quelle che questa gente può comprendere. Cose, che almeno nelle intenzioni, daranno frutti tra un anno, non tra trenta, quando molti saranno morti ed altri avranno avviato le loro vite lungo binari secondari. Probabilmente sono risposte sbagliate, ma allora è lecito chiedersi quali siano le risposte giuste. Se delocalizzare, aprire i mercati, importare mano d’opera disposta a lavorare senza diritti porta ad avere prezzi più bassi, nello stesso tempo distrugge le classi più deboli e indebolisce la struttura di una nazione erodendola dall’interno. Lo slogan “una nazione senza confini non è una nazione” ha un senso che va aldilà della questione sulle migrazioni. Vuol dire che il primo interesse di un uomo politico è tutelare i propri cittadini, poi viene la finanza, il commercio globale, la pace nel mondo, eccetera. Se qualcuno si candida ad una carica pubblica per salvare il mondo e non per occuparsi dei propri elettori deve dirlo prima, così quando uno va a votare fa una scelta più informata.

Come ho già avuto modo di scrivere, tutti vogliamo un mondo migliore, ma quanti di noi sono consciamente disposti a sacrificare se stessi ed i propri figli in nome di un principio? Trump è la risposta distorta ad un’istanza di necessità naturale che da troppo tempo è ignorata:la politica deve risposte immediate ai cittadini della sua nazione, non ai loro bisnipoti o a cittadini di altre nazioni.
E’ possibile che il protezionismo segni un saldo negativo per gli Stati Uniti. Lo dicono gli economisti, quelli che ogni giorno ci spiegano perché hanno sbagliato le previsioni fatte il giorno prima, e io mi fido, ma l’alternativa a Trump esiste? E se esiste qual è? Se si continua a delocalizzare la produzione che si fa del proprio paese? Esiste una strategia per impiegare Rosalia l’operatrice di call center di Palermo che è stata sostituita da Irina di Bucarest? Ecco, se c’è un piano che qualcuno ce lo spieghi così votiamo lui.

Nel frattempo che ragioniamo, Trump e Brexit sono una terribile miscela bicomponente. Ora è lecito attendersi che la Gran Bretagna dopo il divorzio che doveva lasciarla in mutande, si rifaccia una vita con gli Stati Uniti e  possa avere un accesso privilegiato al mercato americano per sostituire o integrare i prodotti europei sottoposti a eventuali dazi. Inghilterra ed ex colonia possono costituire una nuova e lucrosa unione commerciale dalla quale l’Europa e la Germania rischiano di rimanere escluse. Un patto transatlantico di liberismo alla anglosassone ben più redditizio della stitica Unione Europea. La migrazione di aziende e società finanziarie da Londra a Parigi e Berlino corre il rischio di invertirsi per avere accesso a un mercato ben più ricco dell’asfittica ed esausta zona Euro. Insomma, ci viene detto che il futuro dell’America è cupo, ma forse lo è il nostro, quando non saremo noi a decidere di uscire dall’Euro, ma l’Euro a decidere di uscire dal nostro paese.

In conclusione, mentre Obama passerà alla storia per essere stato il primo presidente di colore e un bravo ballerino, Trump, come prima di lui Truman, Kennedy e Reagan, rischia seriamente di cambiare la storia ed il destino di ciascuno di noi. Oggi e non domani. E questo, secondo me, è una cosa che non si può liquidare con un atteggiamento di ingiustificata superiorità.