Il Museo della Gente Senza Storia 24


Biagino era uno che se ne andava in giro da mattina a sera. Me lo ricordo per certe sue gioie che finivano in tristezza, come sassi che rotolano scomparendo a balzi lungo un dirupo. Passava il tempo ugualmente sereno nei grigi tepori di marzo come al buio di dicembre. Aveva amato solo una donna, e per poco. Diceva che le cose vicine sono molto più lontane di quanto immaginiamo. La nostra casa, le persone più care, è sulla loro soglia che inizia il deserto. Così, Biagino camminava per le strade dei paesi, salutando tutti gentilmente, scoprendo nei movimenti uguali e sempre nuovi di alberi, strade e persone il passo fedele delle cose che non ci conoscono. Del futuro non si era mai preoccupato: l’orizzonte era per lui un concetto insormontabile. Le sue giornate erano cibi buoni fatti con quello che aveva sotto mano. Neanche della morte si era mai preoccupato. Il suo desiderio non era né di essere sepolto né bruciato, ma che le sue ossa sbiancassero tranquille come pomici in riva al mare.

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Il giorno 30 maggio 2012, alle ore 15,45, la signora Rosa impastava con calma un pane rustico fatto di farina e patate schiacciate. Il marito morto da poco era un fatto della natura, come l’arrivo dell’inverno, un raccolto andato a male.

Armando il pastore, in data 17 Aprile 2013, in pieno giorno, si masturbava con un’espressione beata seduto nell’erba, riprendendosi la scena con l’I-Pad.

Marco si è suicidato a 17 anni, alle ore 22,30. E’ salito sul ponte della ferrovia e si è lasciato cadere. Da lontano una donna, affacciandosi per caso alla finestra, ha visto questa piccola cosa che cadeva silenziosa dall’alto, come una bomba.

Luciano ha fatto il netturbino per 40 anni. La moglie disoccupata, tre figli di cui uno invalido, vanno avanti con gli aiuti della Caritas. Ogni domenica, Luciano e la moglie si mettono a passeggiare mano nella mano per strade di campagna, o si siedono su un muretto a leggere la Bibbia.

Alfonsina passa il tempo a camminare in equilibrio sui binari. Nel suo paese c’è una piccola stazione di passaggio persa tra le sterpaglie. Mette un piede davanti all’altro cercando di non cadere. Una volta è arrivata in questo modo fino al paese successivo, anche perché intanto non era passato nessun treno.

Licia ha avuto un tumore. Le hanno tolto un seno. Se ne va in giro imbottita di maglie e maglioni, così nessuno capisce. Oggi, un ragazzo di 20 anni l’ha vista passare e l’ha seguita; bello come uno zingaro, lo sguardo pieno di audacia e di paura. Licia ha chiuso gli occhi e per un poco si sono amati, stesi nell’erba sottovento, uniti come solo le cose che non accadono sanno fare.

Antonio, detto “il guardatore di fiumi”, è un ragazzo che si ferma ogni giorno a fissare corsi d’acqua nei paraggi. A ora di cena torna a casa ciondolandosi con un movimento energico, come se solo facendo un giorno ancora il pieno di vuoto, la vita possa mordere la strada. Soffre di disturbi mentali, figlio unico di genitori anziani, forse non si sposerà e non avrà figli. Quando sarà morto, dopo trent’anni scaveranno il suo corpo e ne seppelliranno un altro.

Annalisa, 60 anni, passa la vita in bicicletta. Corre per le strade del paese come se dovesse andare in un posto preciso, gli occhi sull’asfalto, di fretta sempre, così veloce che la cavolaia che urta le sue ruote muore col rumore di un sasso. Nascosta dietro occhiali scuri, non sorride mai e non saluta nessuno. Oggi, mentre era in bicicletta, un contadino, vedendola passare da sola in una via di campagna, ha lasciato il campo così come si trovava, a torso nudo, i pantaloni stracciati, ai piedi gli stivali di gomma pieni di fango. Ha inforcato la sua bicicletta e si è lanciato all’inseguimento di Annalisa che, correndo come al solito, non si è accorta di niente. Ora io non so come sia andata a finire, ma, visti da lontano, il loro inseguimento non era poi molto diverso da quello di due passeri che si cercano, chiamati dalla bella stagione.

Il calzolaio, ogni volta che vado a salutarlo mi fa vedere una pila di foglietti coi nomi e le date di tutti i morti dell’ultimo mese. Non esce mai in strada, dove invece passa Gerardino, 61 anni, schizofrenico, che l’altro giorno, guardando a terra, ha trovato una lettera d’amore che qualcuno aveva accartocciato forse dopo un litigio, 3 gusci di lumaca vuoti, bianchi come conchiglie, un campanello di bicicletta cromato e lo stemma di una Lancia, di cui ha fatto una spilla per il bavero della giacca.

La signora Adele si è sposata, ha fatto 5 figli con un suo cugino più grande di 20 anni, che non voleva sposare. Un figlio morto, 4 lontani. Quando ci sono state le elezioni ha detto di sì all’avvocato, ma ha dato il voto al farmacista che le aveva promesso un posto per la figlia. Anche lei è sempre stata incerta della vita, e ha paura di morire. Ogni notte si sogna sepolta viva in una tomba di sapone. Sta nel suo corpo come in esilio. A 78 anni, quando vede un bel giovane si sente ancora la ragazza con le voglie di un tempo.

Immenso rispetto per chi ha il coraggio di esistere e scomparire senza lasciare traccia. Nostalgia di una pienezza primordiale in cui tutto era possibile e niente prendeva forma, preservando dalla coscienza del tempo, dalla megalomania degli scopi, dalla paura del buio.

 

 

 

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