Il MoVimento 5 Stelle Si È Fermato A Ebola 44


 

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Beppe Grillo e il MoVimento 5 Stelle hanno avuto spesso e volentieri posizioni quantomeno ambigue sull’immigrazione. In questi ultimi giorni, tuttavia, il Sacro Blog si è trasformato in una specie di incrocio tra Imola Oggi e una pagina Facebook nazional-complottarda. Il salto di qualità è dovuto a un presunto «ritorno» della tubercolosi in Italia, malattia che si credeva ormai sconfitta e che ora viene «reimportata» dai migranti che arrivano sulle coste e infettano le forze dell’ordine.

Il primo post sul tema, pubblicato il 1 settembre, è un Passaparola in cui Igor Gelarda, segretario del sindacato di polizia Consap, spiega di aver lanciato «una class action contro il ministero dell’Interno» e che più di 40 poliziotti sarebbero stati contagiati con la tubercolosi. A questo proposito, Gelarda dice anche che «questi migranti vengono da luoghi dove esistono e resistono determinate malattie che qui in Italia erano completamente scomparse. E tra queste c’è la tubercolosi».

Per sgomberare il campo dai dubbi, va subito detto che la tubercolosi in Italia non è mai scomparsa del tutto. Mario Raviglione, direttore del Global TB Programme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’ha spiegato chiaramente: «Come in tutti i paesi dell’Europa occidentale, in Italia i casi di tubercolosi sono andati declinando stabilmente durante tutto l’ultimo secolo, stabilizzandosi negli ultimi decenni su circa 7 nuovi casi ogni 100mila abitanti ogni anno». La conferma è arrivata anche da Medici senza frontiere: «la tubercolosi è una malattia presente in Italia da decenni, non è stata recentemente importata dagli stranieri. Nell’ultimo cinquantennio (1955-2008), il numero annuale di casi di Tbc, registrati dal sistema di notifica nazionale, è diminuito da 12.247 a 4.418».

La notizia del contagio dei 40 poliziotti, ripresa acriticamente da una certa stampa, non è nemmeno così granitica e verificata. In un articolo del Corriere della Sera del 9 agosto, si può leggere che il test era stato fatto su 745 poliziotti, e che solo il 5% (i 40 agenti, appunto) era risultato positivo – e «positivo al test» non significa automaticamente «ammalato». Il giorno prima era stato pubblicato un articolo con un titolo che non lasciava troppo spazio a interpretazioni: «Accoglienza migranti: nessun poliziotto è malato». E il pezzo non era apparso su qualche samizdat online di terzomondismo militante, ma direttamente sul sito della Polizia di Stato.

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(Immagine dalla prestigiosa pagina Facebook Piovegovernoladro)

Nell’articolo – un’intervista a Roberto Santorsa, il nuovo direttore centrale di Sanità con il compito di «coordinare tutti gli uffici sanitari della Polizia» – c’è un passaggio che spazza via ogni dubbio sulla questione dei poliziotti infettati:

D: Risponde al vero che molti agenti si sono infettati con il bacillo della tubercolosi?

R: Assolutamente no. Come accade ogni qualvolta si facciano indagini di screening sulla popolazione per questo tipo di condizione, è emerso un certo numero di soggetti positivi al test, peraltro in percentuali minori rispetto a quelli abitualmente attesi. La positività del test non è indice di malattia, ma attesta solo un pregresso contatto con il microrganismo, che può essere avvenuto anche molti anni prima. Quindi bisogna dire con chiarezza, cosa sulla quale anche gli organi di stampa hanno equivocato, che la cutipositività al test non vuol dire malattia o contagio, ma rappresenta soltanto una condizione che va ulteriormente studiata, per definirne il significato.

Santorsa ritorna sulla questione qualche giorno dopo, e lo fa con parole ancora più perentorie:

“Tutti i poliziotti sottoposti al test per la tbc sono in servizio”. Il dott. Roberto Santorsa, neo direttore della Direzione Centrale di Sanità del Dipartimento della pubblica sicurezza rassicura. “Sui 754 poliziotti che ad oggi hanno effettuato il test di Mantoux, 40 sono cutipositivi (circa il 5%): tale risultato non è assolutamente indice di malattia ma attesta solo un pregresso contatto con il microrganismo che può essere avvenuto anche molti anni fa. Il test all’intera popolazione italiana farebbe registrare valori analoghi se non addirittura superiori”.

Questione chiusa? Niente affatto. Il 2 settembre il blog di Grillo lancia la campagna #tbcnograzie con un breve post dai toni inequivocabili, in cui si parla di «ritorno di malattie debellate da secoli in Italia» – che la stampa di regime non vi dice!!1 – e ci si scaglia contro il «tabù del razzismo» che impedisce di fare luce sulla spinosa vicenda degli agendi contagiati. La colpa di questa inazione, ovviamente, viene fatta ricadere sui «radical chic» e la «sinistra» che «non pagano mai il conto» e non vogliono affrontare il problema.

Il panico morale prosegue anche nei giorni successivi. Il 3 settembre Grillo (o chi per lui) mette sul blog due post su immigrazione e tubercolosi. Nel primo, corredato da un Angelino Alfano in blackface, si chiede che l’Italia esca dalla Convenzione di Dublino e si avanza una modesta proposta per risolvere il problema immigrazione: «Voli low cost da Lampedusa per tutta Europa, la destinazione la sceglie il clandestino [notevole la scelta del termine, nda], come è giusto che sia».

Il secondo invece riprende un’intervista de Il Tempo, un quotidiano notoriamente progressista, a Giorgio Innocenzi, segretario generale nazionale del Consap. Nell’intervista, tra l’altro, si passa senza troppi fronzoli da 40 poliziotti infettati a 50mila agenti a rischio:

D: La fobia sta dilagando?
R: «È naturale. I poliziotti positivi agli esami sulla Tbc sono 40 su mille, ma sono 50mila quelli che hanno svolto servizio di accoglienza ai migranti e tutti, a ragione, chiedono ora di essere controllati».

La disinformazione sparsa a piena mani dal blog di Grillo è però costretta a fare i conti con la realtà fotografata da associazioni sanitarie ed esperti che lavorano sul campo e conoscono quello di cui si parla – a differenza del Supremo Megafono del MoVimento 5 Stelle.

In una lettera aperta del mondo scientifico indirizzata a Grillo, diversi medici e specialisti invitano a maneggiare la materia con estrema cautela: «Quando si parla di malattie, soprattutto di tubercolosi, che evoca tristi ricordi, paure irrazionali, stigma bisogna stare attenti, perché l’informazione deve essere scrupolosa, attenta e non fuorviante e purtroppo sono in molti a parlarne in modo maldestro».

Sempre per rimanere nell’ambito scientifico, un post apparso su Cronache di ordinario razzismo evidenzia come sia «ampiamente documentato» che «il rischio di importazione di malattie infettive ricollegabile all’immigrazione è trascurabile. Gli esperti parlando di “effetto migrante sano”, una forma di selezione naturale all’origine per cui decide di emigrare solo chi è in buone condizioni di salute». Il 4 settembre viene pubblicato sul sito di Medici senza frontiere un durissimo comunicato di Stefano Di Carlo, Capo Missione di MSF in Italia. «Invece di “Tubercolosi No Grazie”», esordisce Di Carlo, «noi di Medici Senza Frontiere (MSF) diciamo “No grazie” all’allarmismo basato sulla paura e l’ignoranza piuttosto che sui fatti. […] Non possiamo rimanere in silenzio di fronte a falsità come quelle che stanno circolando in Italia in questi giorni». Nel comunicato si legge che nei primi mesi del 2014 Medici senza Frontiere, insieme all’Azienda Sanitaria Provinciale di Pozzallo, ha effettuato il primo screening sanitario per circa 12mila persona appena sbarcate. Questi i risultati: «La quasi totalità delle malattie diagnosticate all’arrivo è legata alle difficili condizioni di vita e del viaggio che devono affrontare: infezioni dermatologiche, dolori articolari, piccole ferite, debilitazione generale e così via». --- Insomma, chiosa Di Carlo, «è del tutto falso che le persone arrivano sulle coste italiane e girano liberamente per il paese senza alcun controllo sanitario. Invece di promuovere la chiusura delle frontiere in Italia o alzare ancora più in alto le barricate, occorre sottolineare l’importanza di investire nel sistema di accoglienza». Secondo quanto prescrive il Manuale Del Perfetto Cittadino Anti-KA$TA, tuttavia, i dati e i pareri autorevoli – che non sottostimano minimamente il problema, ma lo affrontano con cognizione di causa – sono fattori assolutamente trascurabili che quindi vanno ignorati con forza. Quello che bisogna fare è capitalizzare sull’isteria di massa che generalmente si associa alle epidemie, vere o false che siano. Approfittando del possibile sciopero generale delle forze dell’ordine, il 5 settembre Alessandro Di Battista ritorna su immigrazione, tubercolosi e poliziotti con uno status su Facebook.

Poche ore dopo, sempre sulla sua pagina, Di Battista interviene sulle polemiche intorno al suo leader lamentandosi che «se ti occupi dei problemi legati ai flussi migratori ti danno del razzista», aggiungendo che «l’ipocrisia resta il male dell’Italia». E per una volta tanto Di Battista ha perfettamente ragione: è facilissimo lanciare allarmi apocalittici, tirare indietro la mano e infine mettersi a frignare perché i «radical chic» di sinistra ti hanno «frainteso».

Quello tra frontiere e malattie infettive – specialmente in un momento come questo, in cui l’Ebola sta mietendo parecchie vittime nell’Africa occidentale – è un argomento troppo serio e delicato per essere lasciato in mano alla propaganda populista di forze politiche che vogliono spregiudicatamente cavalcare le emergenze del momento.


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