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Il Mal Sottile dell’Opposizione

5 giugno, 2009 - 7:00 di  
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Il potere politico non dovrebbe essere il fine, sebbene spesso lo sia, bensì il mezzo per realizzare un progetto di polis.
Secondo Platone la città ideale dovrebbe avere tre classi di cittadini e però a governarla dovrebbero essere i filosofi, che sono la proiezione della parte razionale dell’animo umano. Ai guerrieri e ai lavoratori si spiegherà che é per il loro bene e se ne faranno una ragione.




Sir Thomas Moore

Sir Thomas Moore

Tommaso Moro sogna l’avvento di un’economia agricola, l’antimonetarismo, l’abolizione della proprietà privata, lo scambio sistematico dei mestieri. Insula Utopia é il non luogo in cui l’uguaglianza regna sovrana, i vecchi e gli ammalati sono assistiti dallo stato, la giornata é divisa tra lavoro (sei ore), sonno (otto ore), le restanti dieci dedicate non “a piaceri o pigrizia” ma a occupazioni utili alla società e congeniali all’individuo. Le città sono divise in quattro parti, con una piazza al centro in cui ognuno porta il frutto del proprio lavoro, affinché chiunque ne possa prendere secondo le sue necessità, senza un corrispettivo. Corre l’anno 1516, Carlo Marx é nella mente di Dio.

Cent’anni dopo, ne La città del sole”, Tommaso Campanella rivagheggerà qualcosa di simile, ovvero l’instaurazione di una felice e pacifica repubblica universale, retta sui principi della giustizia naturale.
Cose talmente belle che solamente un animo gretto potrebbe averci qualcosa da ridire.
Ma è assodato che Platone, Tommaso Moro, Campanella e Carlo Marx non hanno mai retto uno stato, neppure piccolo. Quando poi qualcuno ha provato a farlo secondo i loro dettami la cosa non ha funzionato.
Ma se non ha funzionato un motivo ci deve essere, perché le cose hanno sempre ragione.

Karl Marx

Karl Marx

La prima ragione che mi viene in mente é che la politica (e per certi aspetti l’etica minore), ove voglia essere per davvero, non debba inseguire ideali astratti e universali, ma soluzioni concrete, per problemi concreti. Penso che le soluzioni politiche debbano essere innanzitutto praticabili, anche a costo d’essere molto al di qua della perfezione. Che la politica, per definirsi tale, debba operare per e con il materiale umano a disposizione. E se é vero che i bisogni dei cittadini sono la risultante di stimolazioni naturali (fame, sete, sonno, nati con noi) e artificiali (frigorifero e automobile, che non c’erano prima che noi li inventassimo), che possono scaturire sia dalle parti alte (bisogno d’essere), che da quelle basse del sentire (bisogno d’avere), é altrettanto vero che tutto ciò non sposta di tanto così i termini della questione.

Perché la politica, come il fuoco, si fa solo con la legna che c’é, altrimenti sarà filosofia, ideologia, teologia, sociologia, letteratura, velleitarismo, piagnisteo, sdegno, quello che si vuole, ma non politica.
E siccome di politica stiamo parlando, dovendo parlare dei competitori del signor B., lascerei fuori coloro i quali sono ancora convinti che la cosa migliore sia di portare i frutti del proprio lavoro sulla pubblica piazza e di lasciarveli a disposizione della comunità, come se i fatti della storia non fossero accaduti. Non parlerei dei Bertinotti, Diliberto, Pecoraro, né degli innumerevoli pianeti che gli ruotano attorno, quelli che o si rivolta l’umanità come un calzino oppure non é neppure politica. Non per un bieco preconcetto, ma perché oggettivamente non sono dei competitori veri, nel senso che, nei prossimi trent’anni, le loro probabilità di conquistare il favore della piazza, cioè il potere, ovverosia la possibilità di realizzare il loro modello di società, sono prossime a zero


Resta la galassia riformista, la quale ha anch’essa perduto, é vero, ma non in termini tali da escludere che, nel medio-lungo, possa prendersi la sua rivincita. Tuttavia ha perduto, dunque qualcosa che non va deve avercelo, perché altrimenti avrebbe vinto.
Ma qual é il punto debole del nucleo grosso della galassia progressista, vale a dire del Partito Democratico?
È una questione di uomini, o di idee?
Direi di tutti e due. Penso che se gli attuali dirigenti non hanno idee riguardo ai problemi di oggi é perché qualcosa glielo impedisce e l’unica cosa che può impedirglielo sono altre idee, pre-giudizi, che non possono venire che dalle loro culture di origine.
Il Partito Democratico é il frutto di un’unione tra post marxisti (nati atei) e cattolici post conciliari (nati devoti).
Ascendenze per molti versi antagoniste, se é vero che li hanno tenuti su due sponde opposte fin quando la scelta possibile é stata tra un capitalismo liberale, aduso a riconoscere alla chiesa il ruolo d’instrumentum regni e un comunismo ateo determinato a negarglielo, anzi, portato a vedere nella chiesa uno degli elementi di quell’alleanza organica che operava ai danni della classe operaia.
Ascendenze che tuttavia avevano pure larghi tratti comuni. Per esempio il comunitarismo della chiesa delle origini, rivisitata dal Concilio, che riaffiora nel socialismo, ovverosia l’idea che gli uomini siano tutti uguali e fratelli.
Naturale che una simile, comune, visione del mondo abbia portato socialisti e cattolici a ritrovarsi quando, caduto il muro, l’alternativa é diventata tra capitalismo liberista e capitalismo sociale.

È quella parte del pensiero politico che vede negli uomini ciò che li unisce, più che ciò che li divide. Favorevole al primato della comunità sull’individuo. Restia a riconoscere alla diseguaglianza un ruolo insostituibile nello sviluppo economico e sociale. Portata a vedere, in larga maggioranza, in ogni distinzione una ghettizzazione. E magari, in qualche elemento particolarmente pio, nel secondo principio della termodinamica, formulazione di Clausius, un’insopportabile violazione delle pari opportunità tra corpi caldi e corpi freddi, che si dovrebbero chiamare, per correttezza, “diversamente caldi”. Si fa per ridere. Ma mica tanto.


Lo slogan del PD alle elezioni, “Se po’ fa!”, pareva un grido di rivolta del sentimento contro la ragione.
I fatti successivi sanciranno che non si poteva fare, nelle condizioni date, com’era facile prevedere, ma pazienza, era importante non dirlo e neppure pensarlo. Non sarebbe stata una cosa di sinistra. Meglio guardare lontano, magari perdendo di vista i problemi vicini, col rischio d’inciamparvi.
Per questa sinistra volontaristica Uolter era l’uomo giusto al posto giusto. Se ha perso ed é stato dimissionato é perché ci era capitato nel momento sbagliato.
Sbagliato perché la maggior parte degli italiani ha smesso da un pezzo di credere che l’aspirazione alla giustizia e all’uguaglianza siano di per sé sole un programma politico.

Incombono problemi enormi sui quali la politica é chiamata a dire la sua.
Ci investono flussi migratori di portata epocale. È sotto gli occhi di tutti l’esigenza di gestirli attraverso la politica, piuttosto che esorcizzarli chiamando a soccorso le categorie dell’etica. L’atteggiamento da tenere in attesa che abbia a passà ‘a nuttata non può essere ispirato alla fratellanza universale che predica la Chiesa, perché sono troppi, e neppure al “proletari di tutto il mondo unitevi”, perché sono proletari troppo più proletari degli altri, lumpenproletariat, avrebbe detto Marx.
Bisogna decidere tra fides e ratio. Perché non é vero che siano compatibili, una delle due dev’essere in subordine. Tra morale naturale e relativismo etico. Se appartenere a una Chiesa, oppure a se stessi. Da questo discrimine passa il concetto di laicità.
La nostra economia, chiamata a navigare nel mare magno della globalizzazione, ha evidente bisogno di capitani coraggiosi, di naviglio adatto, ma soprattutto di una bussola. C’é l’urgente necessità di una politica industriale.
Lo stato repubblicano, il motore che brucia la benzina delle nostre tasse, ha sessant’anni e li dimostra tutti.
Fermiamoci un momento su quest’ultimo aspetto, che sembrerebbe il più abbordabile tra quelli proposti, che pure ci trasciniamo irrisolto da che abbiamo memoria.


É evidente che bisognerebbe fargli manutenzione. Eppure, appena qualcuno s’azzarda a proporre qualcosa c’é subito un altro, anzi una schiera, che salta su indignata quasi che l’idea di cambiare costituisse da sé sola un attentato alla democrazia, per spiegare con largo uso di parole, a chiunque voglia starla a sentire, che non é assolutamente da lì che si deve cominciare, che se mai il problema é un altro, che in ogni caso quello non é il momento giusto.
Un atteggiamento che nessuno terrebbe, non si dice con la propria automobile, ma neppure con la propria bicicletta.
In verità la necessità di metterci le mani il PD la considera pure, ma soltanto in via di principio, non fino al punto di articolare proposte concrete atte a spazzare via incrostazioni, rendite, prebende, sinecure, congrue, canonicati. Cioè al punto di inimicarsi una parte dell’elettorato e dei potentati. Non tenendo conto che a far niente se ne inimica un’altra parte, non meno consistente, a giudicare dall’andamento del consenso.
Da questo punto di vista la destituzione di Uolter, leader naturale di questa sinistra prigioniera di se stessa, é un’operazione del tutto inutile, ove il sostituto non sia in grado (non lo é) di mettere in campo un progetto meno anodino del suo, trovando il coraggio (chi glielo può dare?), ma soprattutto la forza (dove la trova?), di fare i conti con pregiudizi sedimentati in cinquant’anni di storia.
Come si può pensare che possa andare a dire agli Impiegati delle Provincie, o ai Forestali Calabresi, grazie, ci siamo sbagliati? Ai piccoli Comuni, che si dovranno consorziare per tagliare i costi della spesa pubblica, che ci sarà di lì in avanti un sindaco dove ce n’è tre, dieci assessori dove ce n’é trenta? Ai giudici dei tribunali che bisognerà riorganizzarsi, come un’azienda qualsiasi, per ridurre i tempi della giustizia, senza incrementi di organico, eh si, perché in quel modo lì sono capaci tutti? Al Vaticano, che potrà incassare dell’otto per mille soltanto ciò che i cittadini avranno la bontà di sottoscrivergli, mentre per quanto riguarda i trentamila insegnanti di religione, grazie, non ci servono più?


Tanto per fare degli esempi di manutenzione
Sono cose di destra, o di sinistra?
O sono cose da fare e basta, nel senso che il paese le aspetta già da troppo tempo, anche quella parte che non guarda il Grande Fratello ma legge Proust, poi si vedrà come qualificarle?
Bisognerà decidersi, prima o poi, meglio prima, perché se si continuerà a girare la testa dall’altra parte, facendo finta di non vedere, cercando di salvare capra e cavoli, non si otterrà che di lasciare altro spazio all’attuale maggioranza.
Che governerà per altri dieci anni col consenso degli italiani.
Dei quali é perfettamente inutile continuare a pensare male, come si é fatto fin qui. A meno che l’intento non sia di andare a fare politica altrove.

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Comments

33 Risposte a “Il Mal Sottile dell’Opposizione”
  1. ilBuonPeppe scrive:

    Perchè il PD perde? Semplicemente perchè non è credibile.
    Perchè è retto dalle stesse persone di venti anni fa, perchè non ha idee veramente nuove, perchè predica bene (a volte) e razzola male (quasi sempre), perchè è troppo simile al suo avversario, perchè non ha prodotto niente di veramente nuovo, perchè non si capisce in che direzione vada.
    Berlusconi invece è assolutamente credibile. Lui lo capisci, sai esattamente quali sono i suoi obiettivi, è trasparente e coerente. Il guaio è che i suoi obiettivi non hanno nulla a che fare con l’interesse comune, però cavalca con successo quel pensiero tanto diffuso nel popolino per cui se posso fregare il mio prossimo non ci penso due volte. Berlusconi vince perchè è l’archetipo della mediocrità italiana, e l’italiano ci si riconosce.
    E lunedì ne avremo l’ennesima dimostrazione.

    Bisogna decidere tra fides e ratio. Perché non é vero che siano compatibili, una delle due dev’essere in subordine

    Se vogliamo fare politica seriamente, la fede non c’entra nulla. Come dici giustamente, la politica si fa come il fuoco, con la legna che c’è; la politica è un ambito pubblico per definizione, la fede è privata.
    E a proposito della componente cattolica del PD, bisogna intendersi sul concetto di “cattolico”. Prodi era un cattolico impegnato in politica, e non credo che questi due aspetti del suo essere siano mai entrati seriamente in conflitto. La Binetti (ma potrei citarne altri) non è nè cattolica nè politica; è solo una fanatica, e di gente come lei non ce n’è davvero bisogno.

    • fma scrive:

      Sono in gran parte d’accordo con te, salvo un punto, che riguarda il discorso che fai circa la credibilità dei partiti e l’interesse comune.
      Io non credo che il successo del sig.B sia dovuto solo al fatto che il suo modello piace agli italiani in quanto asseconda la loro natura, che è di fregare il prossimo.
      Mi convince di più l’ipotesi che gli italiani non siano invece del tutto convinti della bontà del modello opposto, “solidale a prescindere”, da cui sono stati fregati più e più volte, e dunque se ne tengano distanti.
      Anche a costo di dover scegliere un meno peggio che si fa fatica a vederne uno peggiore, quale il sig. B.

  2. Alfonso Tulli scrive:

    Un bell’articolo, complesso per chi non mastica, scorrevole per chi si stufa presto, mi complimento. Per come sono fatto io, e ti chiedo scusa se potrò risultare invece lungo noioso e contorto, l’unica cosa che manca è proprio l’integrazione di quelli che hai lasciato fuori a inizio articolo (quelli che portano il lavoro in piazza a disposizione della comunità). Manca per ragioni di contesto, senza dubbio. Manca principalmente perché non è decentemente collocata o chi vi appartiene non si immagina di appartenervi.
    Perché in fin dei conti noi tutti continuiamo a ragionare così, con la sola differenza di aver “decentrato la pubblica piazza”. Processo, questo, che in qualche modo semplifica l’organizzazione, non essendo però libero dalle ovvie conseguenze.
    Inevitabilmente, ciò che non è in piazza non esiste. O esiste per “fiducia”, cioè bisogna trovare qualcuno che ci dica cosa c’è in giro. Il quale, essendo come noi, può dire quello che vuole lui o, se pagato da un altro, quello che vuole un altro.

    A questo punto però, scusami, occorre staccare. Guardare “Pale Blue Dot” di Carl Sagan su YouTube. Poi tornare indietro e guardare Walter, il Partito Democratico, il nostro piccolissimo mondo straripante di annunci.

    Tornando qui i fatti, in una politica (che negli ultimi quarant’anni l’unica miglioria che ha avuto è stata quella di corrompere la sana mafia di una volta ed interrompere gli attentati) non sono mai accaduti. Sono solo innumerevoli variazioni sul tema che chiamiamo coi nomi più disparati ma in realtà si dovrebbero chiamare col nome che hanno: lotte di classe.
    Un concetto vecchissimo e per nulla attuale.

    Sono uscito fuori tema? rientro subito. Quelli che vivono come se dovessero portare il proprio lavoro nella pubblica piazza sono molti, e sono gli stessi che credono che il loro lavoro sia rubato ogni giorno da uno stato che non esiste. Alcuni passano dai telegiornali ai giornali sul web, i più coraggiosi addirittura agli RSS. Il problema è che nessun partito riesce più a prenderli.
    Li possiamo chiamare come vogliamo: voti inutili, pigri della politica, orecchie tappate. Ma quello che sono è anarchici, anche se non lo sanno o credono che essere anarchico sia una cosa utopistica o perversa.
    Tornando sul nostro pallido puntino azzurro, quindi, mi rendo conto di quante cose essenzialmente NON ESISTONO, e tra queste la politica di oggi, e non vorrei proprio vedere la faccia di uno come Uolter a rappresentarmi. Ne’ vorrei vedere una insegnante che si lamenta perché la bimba musulmana non può mangiare la carne di maiale.
    Ecco, mi si perdoni l’arroganza: quello che non vorrei fare è SCEGLIERE. Perché da lassù la Terra è una cosa piccola, senza divisioni, unica, che va tutta insieme.

    Non so perché la nostra specie non vada nella stessa direzione delle altre. Quello che voglio dire è che ci stiamo complicando la vita inseguendo una montagna, un mare, un universo di cose che non esistono…

    • fma scrive:

      Francamente faccio fatica a capirti, dunque non sono in grado di risponderti in modo articolato.
      Tuttavia sarebbe scortese lasciare il tuo commento senza una risposta.
      Una sola notazione: non è possibile fare a meno di SCEGLIERE, nel senso che, o scegliamo noi, oppure qualcun altro, spesso il caso, sceglie per noi.

      • Alfonso Tulli scrive:

        Vero, non si può non scegliere, ma è davvero triste pensare che per molti l’ago della bilancia sia l’identificarsi in uno slogan in campagna elettorale…

        Ciao e grazie per la risposta, non considero scortese un commento non risposto (specie un commento come il mio che in effetti se ne va un po’ per i fatti suoi rispetto all’articolo :P )

    • Oris scrive:

      Pur trovando molte assonaanze con il mio pensiero, non arrivo a accoppiarmi al tuo “lamento” perchè a parere mio vai oltre quello che critichi.

      Se da una parte concordo con te sulla politica e sul fatto che probabilmente sono un anarchico convinto e non me ne rendo conto (quest’anno voto rifondazioneo rifiuto la scheda, vedo domani come mi sfrulla…) e che difficilmente sarò di nuovo convinto da questa politica così corrotta da ideologie marcite sotto gli interessi dei dirigenti di partito e dei politici di mestiere (vero CANCRO della nostra società) non arrivo a sognare di non DOVER SCEGLIERE, per due ragioni.

      La prima è che mi piace schierarmi, quando ci sono i presupposti e le ragioni concrete per farlo.

      La sceonda è che a differenza tua, che sogni un mondo dove la gente non ha bisogno di scegliere per vivere insuieme e insieme progredire, io credo che l’umanità sia composta da uomni diversi, della quale ben pochi di qualità (onesti intelletualmente, non egoisti al punto di dannneggiare il prossimo ecc.) e il resto schiavo di se stessi e delle proprie convinzioni (tra i quali ci sono anche io, schiavo delle mie NON convinzioni) o inconsapevoli e incapaci di capire cosa succede oltre i bisogni del proprio ego.

      Quindi non ci sarà nessun eden, almeno per i prossimi 20-30mila anni, questi sono i tempi che io stimo per una evoluzione che porti a quei risultati (dopo una quasi estinzione per sovrapopolazione che siamocome un virus purulento che si mancgia tutto, con la nostra intelligenza non siamo nemmeno in grado di controllarci come specie…).

      ecco perchè si deve scegliere e si continuerà a doverlo fare o a subire le scelte altrui.

      Il punto semmai è:

      OGGI, possiamo davvero scegliere?

      • Alfonso scrive:

        grazie per aver in qualche modo accolto il mio commento. E’ che non do a nessuno il bollino di qualita’ per principio. Sono un po’ di anni che mi chiedo cosa farebbe un altro mammifero al mio posto circa alcune tematiche e questo, giusto o sbagliato che sia, mi offre una visione (non so come dirla altrimenti) schizofrenica della realta’.
        Il mio pensiero e’ che non sono io a sognare l’uguaglianza tra gli uomini senza merito alcuno. Forse pecco di presunzione, ma gli uomini hanno le qualita’ che le occasioni offerte dalla nostra societa’ danno loro. Anche i piu’ “grandi”… allora mi dico che forse il voto che diamo non esiste, e’ una proiezione che ci arriva da uno spot o da un TG.
        Sono d’accordo con te che e’ impossibile non scegliere. Ma i nostri bisogni sono quelli, e sono tutte priorita’. e, come diceva l’autore in un altro commento, con cui concordo, quelli che ho chiamato “anarchici” preferiranno votare per gente che piu’ gli somiglia, piuttosto che per idee che li potrebbero rappresentare.
        Le cose cambieranno, prima c’era l’astrologia e oggi l’astronomia. Prima o poi le rubriche dedicate all’oroscopo svaniranno come residuo di ere di illusioni. dopodiche’ svaniranno anche queste facce che sempre piu’ infangano il valore della democrazia.

  3. PandaEstinto scrive:

    La sinistra cosiddetta radicale non ci pensa neanche a rivoltare l’umanità come un calzino,le proposte che fa sono da socialdemocrazia.
    Proposte che se già non sono realtà in altri paesi europei,non farebbero comunque gridare al comunista contro chi le lancia.
    “oggettivamente non sono dei competitori veri, nel senso che, nei prossimi trent’anni, le loro probabilità di conquistare il favore della piazza, cioè il potere, ovverosia la possibilità di realizzare il loro modello di società, sono prossime a zero” penso che cosa può succedere nei prossimi 30 anni con certezza e “oggettivamente” lo può sapere solo dio (se ci credi),io e te possiamo al massimo ipotizzare.

    Mi piace la tua vena pragmatica e trovo che sia molto interessante il tuo modo di ragionare perché cerca di ancorarsi alla realtà.
    Quello che mi sento di contestarti è il fatto di dimenticarti che la realtà non è un blocco statico,ma un qualcosa di multiforme e in continua evoluzione.
    Evoluzione lenta (rispetto ai tempi umani),ma nondimeno evoluzione.
    Il compito di un buon politico secondo me sarebbe quello di sfruttare una miriade di compromessi con la realtà attuale,con gli avversari politici,per far sì che il paese vada comunque nella direzione che desidera lui(il suo partito,i suoi elettori).
    Il problema di fondo è: il pd dove cavolo vuole andare?
    Secondo me si perderanno per strada appena girato l’angolo.

    • fma scrive:

      Neppure mi sogno di sapere cosa accadrà nei prossimi trent’anni.
      Mi limito a dire, guardando al presente e al passato, che la nostra attuale sinistra-sinistra ha scarsissime probabilità di conquistare il potere.
      E’ un’ipotesi, se i fatti mi daranno torto ne prenderò atto volentieri.
      La realtà evolve, certamente: come potrei non essere d’accordo con te?
      Ma la domanda interessante è: in quale direzione?
      In questo momento, secondo me, dalla parte opposta rispetto a Insula Utopia.
      Perché da quella parte lì ci abbiamo provato e siamo rimasti scottati.
      Il PD lo ha capito, ma sembra ancora prigioniero del sogno.
      Questo è quel che pare a me.

      • PandaEstinto scrive:

        La storia non è una linea retta secondo me,assomiglia più ad un onda.Può darsi che in questo momento siamo nella parte bassa,ma non significa necessariamente che ci stiamo muovendo nella direzione opposta rispetto a quella che pare essere stata intrapresa negli ultimi secoli.
        Prima di condannare al fallimento storico un modello ideale direi di aspettare.
        Il modello comunista, a cui fai continui rimandi,è un modello estremamente giovane,e non lo si può considerare esauritosi durante l’esperienza sovietica.
        Perché mi pare che sia all’esperienza sovietica che finisci per tornare quando parli del fatto che “da quella parte lì ci abbiamo provato”.
        Non voglio discutere delle possibilità che ci sono per un modello egualitario (per utilizzare un termine di più ampio respiro) o comunista,se preferisci,di riaffermarsi,e quanto in realtà il modello sovietico non meriti di rappresentare l’unica possibilità del movimento comunista,sia perché sono cose sicuramente già dette e sentite,sia perché esulerebbero dal contesto più squisitamente pragmatico della nostra discussione.
        Il pd è figlio non della sconfitta del comunismo,ma della sconfitta della politica di sinistra italiana,che non è stata capace,sia per demeriti propri che per meriti altrui,che per faccende poco limpide (come ingerenze di stati stranieri) di rappresentare un’alternativa possibile al vecchio sistema di potere delle destra.
        Di questa sconfitta bisognerebbe parlare,non di una sconfitta ideologica tutta ancora da dimostrare.
        In verità mi sembra che tu spesso alluda anche a questa seconda sconfitta,ma la leghi indissolubilmente alla prima,commettendo un errore che è stato compiuto anche dalla sinistra ai suoi tempi.
        Il pd è uscito da qualcosa di infinitamente più grande di lui,e non sa far altro che rimanere lì spaesato,con i suoi vertici,a guardare quella storia che non è in grado di capire.E che purtroppo molti dei suoi elettori non conoscono neanche.
        Berlusconi è un bruscolino nella storia,ma alle forze di destra va bene così.
        Perché loro si attaccano ad ogni singolo bruscolino che difende i loro privilegi il più a lungo possibile.
        Agli elettori della sinsitra invece non basta un bruscolino,è per questo che si spiega il fallimento dei ds prima,del pd poi.
        Bisogna avere il coraggio di guardare avanti,oltre che guardarsi intorno,se ci si vuole dire di sinistra.
        E soprattutto bisogna guardare in basso e volersi contaminare anche con le realtà più scomode.

  4. fma scrive:

    Il modello comunista ha centocinquant’anni, ma non nasce dal niente.
    Il bisogno di giustizia e il tentativo di dargli corpo vengono assai prima e gli sono padri.
    Il bisogno di libertà, che è l’altra faccia della luna, è altrettanto vecchio e va in direzione opposta.
    Che la storia non sia una linea retta è sotto gli occhi di tutti.
    In quale punto della curva ci troviamo non possiamo proprio saperlo, visto che stiamo sopra.
    Possiamo solo fare delle ipotesi, sapendo che per verificarle dovremo aspettare d’esserci allontanati abbastanza per poterci voltare indietro.
    Di chi e di che cosa, secondo me, sia figlio il PD, credo d’averlo detto nell’articolo.
    Quanto all’altra parte, le forze di destra, la loro funzione ce l’hanno eccome.
    Sono l’altra piatto, necessario a mantenere in equilibrio la bilancia.

  5. Luna scrive:

    Caro il mio Fma tu hai letto Gabriel Marcel vero? Nel suo “Lo spirito di astrazione, un fattore di guerra” se da una parte riconosce l’importanza, per l’intelletto umano, di sviluppare e manipolare concetti astratti, dall’altra ne sottolinea il pericolo: le astrazioni sono realtà prive di sostanza, se gli uomini si limitano a concepire e a rappresentare le cose senza tener conto della realtà concreta lo spirito di astrazione si trasforma in un meccanismo fondamentalmente distruttivo.
    ” Qualunque discussione che non tenga conto delle differenze genera concetti astratti che acquistano una vita propria e sono avulsi dalla realtà”.

    Da apolitica (pentita) quale sono vorrei capire e mi/Vi chiedo se il fallimento del sistema comunista non sia da imputare allo spirito di astrazione che non ha saputo tener conto delle differenze concrete, (caratteristiche uniche di ciascun individuo) che generano una “naturale” competizione(competizione intesa come fonte di energia vitalità cratività)?

    E quelli che tu chiami “competitori” non attraggono perchè sono i primi loro a non tener conto della competizione che nasce dalle differenze e che muove il mondo.

    Non posso che condividere il pensiero di Tsunesaburo Makiguchi che, nella sua opera “la geografia della vita umana”, esamina il flusso della storia umana, identifica le forme di competizione prevalenti nelle diverse epoche storiche (competizione militare, politica, economica che hanno tratteggiato il divenire dell’umanità) e nel concetto di “competizione umana” individua il nuovo principio guida per una nuova era.

    “La cosa importante” scrive Makiguchi “è mettere da parte le motivazioni egoistiche e sforzarsi di proteggere e migliorare non solo la propria vita ma anche quella degli altri…agire per il bene degli altri perché facendo del bene agli altri se ne fa anche a se stessi”

    Luna

    • Oris scrive:

      Mi permetto di dire la mia, senza citare grandi pensatori che non mi ricordo i nomi, magari li ho pure letti, ma fruisco dei libri come meri contenitori di nozioni dai quali estrapolo cìò che mi serve (o che il mio cervello decide di tenere per se).

      A parere mionon è importante mettere da parte le motivazioni egoistiche, l’autoconservazione del proprio io è una parte fondamentale del nostro essere.

      A parere mio è importante capire dove sta il vero guadagno.

      Provo a fare un esempio inventandomelo sul momento per farmi capire, passatemelo.

      se ti vendi la ruota di scorta, guadagni 100 euro, subito e te le godi portando la tua ragazza a cena sperando di fare sesso, la cena va alla grande, poi sulla strada del ritorno fori e ti giochi notte di sesso (perchè la tipa si incassa di sicuro) e spendi 200 euro per carroattrezzi e altre 200 per riacquistare la ruota di scorta.

      Quindi a volte il guadagno immediato non è proprio il migliore che puoi fare.

      Questa cassata oper dire che è importante capire quali sono le dinamich che permettono facendo cose per gli altri anche a te di guadagnarci e come chiosa, far capire quanto si possa gguadagnare facendo le cose per gli altri.

      IN soldoni, far nascere un nuovo egoismo, una nuova competizione, ma rivolta al prossimo non introversa…

      Aoh, oggi so proprio criptico…

    • fma scrive:

      Quando mi capita di parlare di queste cose, ogni volta mi torna in mente Bobbio, al quale sono in gran parte debitore del mio modo di vedere la questione.

      Dice Bobbio, nella prefazione a “Eguaglianza e libertà”:
      “I due valori della libertà e dell’eguaglianza si richiamano l’uno con l’altro nel pensiero politico e nella storia. Sono radicati entrambi nella considerazione dell’uomo come persona. […]. Libertà indica uno stato, Eguaglianza un rapporto. L’uomo come persona o, per essere considerato come persona, deve essere, in quanto individuo nella sua singolarità, libero, mentre in quanto essere sociale, dev’essere con gli altri individui in un rapporto di eguaglianza.”

      Io credo che il comunismo non abbia considerato correttamente quanto avrebbe pesato nella sua immaginaria costruzione il bisogno di libertà.
      In questo senso si é dimostrato un’astrazione sbagliata. In questo senso é vero che ogni volta che gli uomini si rappresentano le cose per quel che non sono, queste gli si ritorcono contro.
      É l’astrazione sbagliata, non l’astrazione in quanto tale, che provoca lo sgretolamento della costruzione.
      Detto che una delle nostre più grandi risorse é la capacità di astrazione, certo che se ti spingi troppo in alto e ti si spezza sotto il ramo, cadi e ti fai male.
      Non conosco Makiguchi ma se vuol dire che la diseguaglianza é il motore che move il cielo e l’altre stelle, e tuttavia la diseguaglianza non deve andare oltre il limite che il sistema può reggere, perché anche un sistema sociale ha dei limiti strutturali, pena il collasso, sono d’accordo con lui.
      E pure con Oris, quando dice che prima di vendersi la ruota di scorta bisogna valutare bene i pro e i contro.

    • Luna scrive:

      Mi correggo: “competizione umanitaria”.

  6. la lettura del pezzo mi ha suscitato una riflessione che ho ritenuto di dover organizzare in maniera più articolata di un commento
    La pubblicherò domani.

  7. mario albrizio scrive:

    In generale un bel post di riflessione.

    Tuttavia due cose:

    1. “Secondo Platone la città ideale dovrebbe avere tre classi di cittadini e però a governarla dovrebbero essere i filosofi, che sono la proiezione della parte razionale dell’animo umano. Ai guerrieri e ai lavoratori si spiegherà che é per il loro bene e se ne faranno una ragione.”
    Non è affatto vero che alle altre due classi si darà una spiegazione e via. Intanto i guerrieri o difensori vivono (vivrebbero) come i filosofi, cioè per il bene pubblico, SENZA proprietà privata e SENZA famiglia propria: altrimenti, tenderebbero come tutti a privilegiare l’interesse privato su quello pubblico.
    Gli uni governerebbero con l’intelligenza e la conoscenza; gli altri difenderebbero lo Stato con il coraggio e la perizia militare. Entrambi vivrebbero IN COMUNITA’ DI BENI (comunismo etico) E PERSINO DI DONNE (nel senso di non poter mettere su famiglia e riconoscere figli propri). Non è un elemento da poco.
    Alla TERZA classe (lavoratori, o popolo) che comprende TUTTI gli altri, dal calzolaio al re di Wall Street, non andrebbe affatto un bel discorso, ma la proprietà privata, la famiglia e in genere tutto ciò cui la gente “normale” aspira e di cui vive. Come dire, delle solide “cose”…
    Insomma, una società OTTIMIZZATA in cui ognuno vive facendo al meglio quello che gli interessa: governare lo Stato, difenderlo, o pensare al proprio particulare. Con pro e contro per tutte le posizioni.
    Scusa la precisazione, ma è solo per rendere giustizia a Platone, il cui pensiero resta non solo il più alto che genio umano abbia concepito, ma anche di enorme attualità e non può essere banalizzato senza pagare un prezzo troppo alto.

    La seconda cosa è ancora, se possibile, più inquietante (per me).
    I miei poveri neuroni ci si sono trastullati alquanto, prima di indurmi a prendere la decisione di scrivere questo post.

    Cosa significa, infatti, che “le cose hanno sempre ragione”?
    Quando mai? In quale vita?
    A me pare piuttosto il contrario. Le “cose” in politica non esistono neanche: sono solo strumenti che le parti in lotta utilizzano per sostenere le proprie posizioni.
    Berlusconi e Draghi vedono le stesse “cose”, ma ognuno le interpreta diversamente e le “cose” non impediscono loro di litigare. Se le “cose” fossero al centro, sarebbe impossibile interpretarle: sarebbero quel che sono e basta.

    Sull’ex Unione Sovietica quali sono i “fatti”, le “cose”? Che il comunismo leninista-stalinista (neanche troppo marxista, in realtà, se pensiamo ai diritti umani del popolo così massicciamente violati)non ha retto allo scontro con gli Americani?
    Oppure che grazie ad esso, e nonostante la sua brutalità, il più arretrato tra i grandi paesi europei è diventato in pochi decenni una superpotenza mondiale?
    A ciascuno la scelta. Tanto le “cose” abbondano.

    E per quanto riguarda il comunismo in generale, concordo con PandaEstinto che è un po’ presto per metterlo in soffitta. Al massimo (ma non sono sicuro) in soffitta può andare il marxismo, che del comunismo è solo un’interpretazione.

    Ma se guardiamo a un mondo in cui quasi quattro quinti della popolazione sono di fatto tagliati fuori non solo dal progresso, ma dalla semplice speranza di progresso – io credo che un nuovo Marx oggi non resterebbe disoccupato neanche un minuto…:-)

  8. fma scrive:

    Hai tutte le ragioni per difendere Platone, che tuttavia, nell’economia del post, è usato come semplice paradigma di quel pensiero astratto che non ha mai avuto fortuna in politica.
    Avrebbero meritato la stessa difesa d’ufficio Tommaso Moro e Campanella.

    Il significato della frase che ha portato i tuoi neuroni sull’orlo di una crisi di nervi, me ne scuso, è fin troppo banale:
    i modelli di Platone, Moro, Campanella, Marx, calati sul campo (ti piace di più?) non hanno funzionato.
    Oppure secondo te hanno funzionato?

    • mario albrizio scrive:

      Semplicemente, non sono mai stati applicati.

      Non c’è un “pensiero astratto che non ha mai avuto fortuna in politica”.
      C’è piuttosto una politica brutalmente “concreta” che non ha mai avuto la forza di elevarsi all’astrazione.
      Un campare alla giornata ed un farsi i propri affari incrociato e conflittuale, che non diventa mai visione, progetto da realizzare.

      L’idea stessa che esista qualcosa di “astratto” contrapposto a qualcos’altro che sarebbe “concreto”, o magari “oggettivo”, non ha alcun senso. La stessa nozione di “concreto” infatti è astratta; così come quella di “oggettivo” e in genere QUALUNQUE definizione, è astratta.
      Perché per definire una qualunque categoria di oggetti bisogna appunto as-trarre (ab-trahere), tirare fuori, gli elementi comuni ai singoli componenti/individui. Senza astrazioni non potremmo capire, né comunicare alcunché.

      Noi siamo esseri che respirano, mangiano, dormono e astraggono. Se ti invitano da qualche parte dicendoti che conoscerai delle ragazze, tu (un tu teorico, ovviamente) magari ci vai, proprio grazie a questa astrazione del concetto di ragazza: perché è di questo che ti hanno parlato, non di una ragazza in particolare. Lo stesso per “mangiare una pizza” ecc… praticamente per ogni azione della vita.

      Se poi la ragazza è (ex) diciassettenne, bionda e di Casoria ti si accende un’altra spia. Ma è solo un frutto acerbo della tua (preziosa) capacità innata di astrazione: perché a Casoria ragazze così ce ne saranno più d’una.

      Questo non farà di te, però, uno che sbaglia ad astrarre più di quanto non cambi il nome di quell’altra ragazza in Noemi.
      Semplicemente, astrazione e realtà possono non collimare, o possono perfino ingannare, ma non c’è dubbio che senza astrazione non potremmo comprendere nulla, né essere nulla di razionale.

      Su Campanella e Moro, i loro sistemi sono chiaramente sussidiari rispetto a quello platonico, come degli affluenti (o dei defluenti) rispetto al fiume. La loro difesa è insieme implicita ed inutile, dato che il modello platonico è di gran lunga più articolato e logicamente strutturato.

      Su Marx: premesso che non sono mai stato marxista; quello che si è realizzato storicamente però ha poco a che vedere con Marx. La sua lotta di classe doveva realizzare poco meno che la felicità in terra, per tutti e non per pochi; ciò che abbiamo visto ha costruito l’inferno per interi popoli.

      Il marxismo è una cosa – con alla base un’analisi storico-economica discutibile ma solida, una dinamica (dialettica) logicamente coerente e degli esiti tutt’altro che inverosimili per il futuro.

      Il leninismo è invece una variante adattata (e già distorta) al contesto russo-sovietico, ben dopo la morte di Marx.

      Peggio ancora lo stalinismo non è stato che la classica brutale dittatura che innanzitutto ha brutalizzato i diritti del popolo, in cambio del classico piatto di lenticchie della sicurezza minima (o meglio infima) sociale garantita.

      Ancora più vistosa la deviazione di Mao, che si è trovato a gestire masse contadine anziché sottoproletariati industriali. Con conseguenze devastanti sul piano teorico, se pensiamo a Marx.

      Ma tra ciò che Marx ha pre-visto e ciò che in Russia e in Cina si è realizzato, c’è un abisso. Per questo è un po’ prematuro, se guardiamo al pianeta, intonare il de profundis per la teoria marxista – senza dubbio destinata a rientrare nel flusso storico sia pure con modifiche non superficiali (chi si fiderebbe più oggi di un Partito Comunista?).

      La mia opinione personale (mi piacerebbe essere smentito dai “fatti”, perché vorrebbe dire che almeno ci si è provato) è che il modello platonico, nella sua essenza, sia una buona base da cui partire anche oggi.

      Naturalmente la Storia non è passata invano e non possiamo ignorare tutto quello (anche di valido) che c’è tra Platone e noi.

      Ma almeno la filosofia politica di Platone andrebbe insegnata nelle scuole, per fornire ai (futuri) cittadini un modello ideale, un metro logico-storico di giudizio.

      Qualcosa che serva almeno a farsi delle domande, a far crescere quella cosa così flebile ma così preziosa che chiamiamo spirito critico.

      Per esempio una comunità anche vagamente edotta sul modello platonico anziché su quello Porta a Porta, si sarebbe tenuta alla larga dal votare un uomo che ha fatto dell’arricchimento personale il suo credo.

      Poi, per carità, la realtà non è (ancora) perfetta e qualche rospo magari lo si dovrebbe ingoiare comunque. Ma ci si terrebbe lontani almeno dagli estremi più deleteri, cialtroneschi, sguaiati e disastrosi.

      Ci si proverebbe, almeno.

      Platone dice che i grandi mali dell’umanità, la guerra, l’instabilità, la cupidigia e così via non saranno mai vinti fino a quando lo Stato non sarà organizzato come lui dice: filosofi al governo, guerrieri a difenderlo, cittadini normali per tutto il resto.

      Da un punto di vista strettamente logico io, che di Platone mi fido, non so se anche sulla Politica abbia ragione.
      Noto però, con certezza, due cose: che il modello platonico non è stato mai applicato e che quei mali sono tutt’altro che scomparsi.

      Non sarebbe allora il caso, finalmente, di fare una prova?

      Scusa se mi sono dilungato. Platone mi prende sempre…:-)

  9. fma scrive:

    Salto tutta la dissertazione sul concreto e sull’astratto.

    Condivisibili le opinioni su leninismo, stalinismo e maoismo.

    Ambigua l’opinione sul marxismo, definito teoria “discutibile ma solida”: che vuol dire?

    Il nocciolo del tuo lunghissimo discorso, sta tutto in fondo e non lo condivido, o meglio, mi sembra oltremodo ingenuo:

    Platone dice che i grandi mali dell’umanità, la guerra, l’instabilità, la cupidigia e così via non saranno mai vinti fino a quando lo Stato non sarà organizzato come lui dice: filosofi al governo, guerrieri a difenderlo, cittadini normali per tutto il resto.

    Da un punto di vista strettamente logico io, che di Platone mi fido, non so se anche sulla Politica abbia ragione.
    Noto però, con certezza, due cose: che il modello platonico non è stato mai applicato e che quei mali sono tutt’altro che scomparsi.

    Non sarebbe allora il caso, finalmente, di fare una prova?

    Se è per questo non abbiamo neppure costruito una scala da appoggiare sulla luna per salirci e magari, seguendo il tuo discorso, saremmo stati felici.

    Tanto per avere un’altra possibile lettura di Platone leggi, se non l’hai già fatto, quel che dice Popper su Platone.

  10. mario albrizio scrive:

    “Salto tutta la dissertazione sul concreto e sull’astratto.” Che significa? Che non lo capisci? Che non lo vuoi capire? Che non sai rispondere? Mah…

    Popper lo conosco bene… E non c’entra nulla: non si critica un pensiero, per di più potente e articolato come quello platonico, a partire da critici ed epigoni di duemila anni dopo.

    “Se è per questo non abbiamo neppure costruito una scala da appoggiare sulla luna per salirci e magari, seguendo il tuo discorso, saremmo stati felici.”

    Io dico che chi non ha mai sognato di costruire una scala per la luna, non solo si è perso la luna, ma non ha neanche costruito una scala per salire sul suo terrazzo.

    Cmq, anche quella della scala è un’astrazione, casomai te la fossi persa…:-)

    • fma scrive:

      Ho saltato la dissertazione perché l’ho percepita come pura esibizione, senza alcuna utilità concreta ai fini della questione.
      Sicuramente è un mio limite, ma ne sono ancora convinto.

      Popper e Platone: volevo semplicemente dire che non tutti i gusti sono alla menta, che pure Platone può essere visto da un altro lato.

      La scala e la luna: conosco bravissimi artigiani che non hanno mai sognato una scala per la luna eppure sanno costruire delle bellissime scale per il terrazzo e altrettanto splendidi professori che sognano perennemente la luna e a volte si dimenticano di tirare la catena dello sciacquone.

      p.s.
      Se vuoi far comparire la faccina staccala dai puntini.
      :-)

      • mario albrizio scrive:

        La “dissertazione” contiene in realtà la critica più radicale al tuo discorso: quella che lo fa saltare logicamente, semplicemente perché la distinzione concreto-astratto può andar sbrigativamente bene nel quotidiano, ma rimane logicamente infondata, e forse infondabile.
        Sul fatto che hai saltato proprio questa parte, Freud avrebbe potuto costruirci delle belle cattedrali…:-)

        Platone, come chiunque altro (in filosofia non esistono santi né intoccabili) può essere visto da qualunque lato: basta che quello che si vede sia Platone, però…

        Sulla scala e la luna rimango ovviamente dell’opinione che chi non sogna, non immagina, non va oltre il “concreto” o come si suol dire non guarda al di là del suo naso, non inventa nulla, neanche di “concreto”: neanche il fazzoletto per soffiarsi quel naso.

        La faccina mi piace così com’è: è un po’ la mia firma.

        Invece mi aiuti tantissimo se mi spieghi passo-passo come sistemare bene le citazioni, e appena ci si vede ti offro un caffé…:-)

        • fma scrive:

          Sul senso pratico che hanno in politica il concreto e l’astratto resto della mia opinione.
          Spero che malgrado ciò Freud continui a dormire sonni tranquilli.

          Sulla scala e sulla luna: è vero che chi non immagina non inventa nulla, non ho mai pensato il contrario, ma è altrettanto vero che chi non sperimenta la propria ipotesi e non accetta il responso della sperimentazione (le cose hanno sempre ragione) non costruisce mai niente di “concreto”.

          Per le citazioni:
          parentesi angolare

          ovviamente tutto attaccato
          Di seguito incolla il testo che vuoi citare, poi
          parentesi angolare

          stacca l’inizio e la fine dal resto del testo.

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