Il Governo di Monti Contro l’Utopia 8


Tutto nasce quando l’uomo, per trovare una risposta soddisfacente all’apparente mancanza di significato della propria esistenza, si convince d’essere fatto di corpo e di anima; che la seconda faccia aggio sul primo e che dunque, dovendo perorare la causa di questo, sia doveroso ascriverlo a un’esigenza di quella; in attesa di portare a sintesi la contrapposizione dialettica che s’è inventato e di cui è rimasto prigioniero.
Vengono da qui le questioni di principio, le dispute religiose, i conflitti ideologici e molti dei misunderstanding che impreziosiscono la nostra esistenza quotidiana,

“Poiché dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.”, come dice Qoèlet.

D’altro canto come si fa a negare la funzione fondamentale dell’utopia nelle vicende della Storia? Senza di essa, probabilmente, saremmo ancora qui a disputarci le banane con i nostri cugini scimpanzé.

Il che non vuol dire che l’utopia vada bene per tutti i piatti, che possa essere servita a pranzo, a cena e sul letto di morte. Perché così come si potrebbero portare moltissimi esempi a suo favore, ce ne sarebbero perlomeno altrettanti contro, a dimostrare che se usata fuori luogo e fuori tempo può portare sconquassi inenarrabili.

Diceva Lamartine che “Le utopie spesso non sono altro che verità premature”. Che può essere letto come un complimento, ma anche come un’ammissione che l’Utopia talvolta deve cedere il passo alla necessità contingente.

L’Utopia non è uno strumento per progettare i sistemi sociali, tanto meno per costruirli, ma solo lo spunto per mettersi in viaggio e cambiarli:

“L’Utopia è il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo, ma quando vi getta l’àncora la vedetta già scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela.” (Oscar Wilde)

Non è mai stato chiaro, da quando Moro la chiamò così, se si tratti di eutópos, il luogo della felicità, oppure di outópos, il luogo inesistente. O di una cosa e dell’altra insieme. Sicuramente è una cosa da trattare con circospezione, avendo coscienza che potrebbe portare tanto alla felicità, come al nulla.

È auspicabile che tutti la sperimentino, meno auspicabile che avendola sperimentata ne rimangano incantati per il resto della vita.

Ci sono cose per le quali l’utopia non serve, mentre per altre è addirittura controindicata. Non serve per esempio per aprire la scatoletta della Simmenthal, mentre è addirittura controindicata per capire cosa sia il quantitative easing.

Secondo voi, perché ne possono fruire gli Stati Uniti, il Giappone e la Gran Bretagna, sottraendosi con ciò alla dittatura dei mercati, risolvendo nell’immediato i problemi di fabbisogno del proprio debito pubblico (famosa la domanda: perché il Giappone ha un debito pubblico più grande del nostro eppure paga degli interessi bassissimi?), mentre non può farlo l’Europa dell’Euro?

E laddove si volesse dotare di tale potere la BCE, chi dovrebbe deciderlo? I popolo europei con un referendum, i governi dei paesi dell’area euro, o il duo Merkel-Sarkozy?

Chi ha deciso fin qui che BCE fosse priva dei poteri di cui godono Federal Reserve, Bank of England, Banca del Giappone? L’insipienza della politica, un oscuro disegno demoplutomassonico, o Goldman Sachs?

Risposta scontata. Sull’isola Utopia si produce solo per il consumo, l’attività è prevalentemente agricola, non c’è mercato, né denaro, né commercio: naturale, per chi ci ha lasciato il cuore, che la colpa sia di Goldman Sachs.

Naturale che Monti e Draghi siano assolutamente inaffidabili, dopo averci lavorato, in Goldman Sachs.

Ma non è neppure questo il punto, sarebbe pure un discorso perfettamente accettabile se, dopo aver bocciato sia Monti in quanto cavallo di Troia della finanza internazionale, sia il metodo col quale è stato scelto come un insulto alla democrazia, subito dopo si suggerisse un nome alternativo, altrettanto valido e credibile sul piano internazionale e un altro percorso compatibile con i tempi a disposizione.

A che serve parlare di massimi sistemi quando il problema è non fallire domani mattina? A che serve sostenere che l’ipotesi fallimento è solo un perfido espediente escogitato dai soliti poteri finanziari occulti per poterci strizzare i coglioni, a noi, povere anime, che non chiedevamo altro che di continuare come prima? A che serve buttarla in filosofia quando nei prossimi dodici mesi verranno a scadenza 400 miliardi di titoli del nostro debito pubblico e il nostro problema sarà di trovare chi ci rifinanzi?

Siamo sicuri che possiamo permetterci di non fidarci di Mario Monti? Che tanto peggio tanto meglio? Che dovendo ripartire per il sol dell’avvenir non faccia differenza se ripartiamo da un paese fallito, piuttosto che da un paese ammaccato ma ancora in piedi?