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Il Diritto di Lavorare, il Diritto di Vivere



Giornata tragica sul lavoro: sei vittime

Un’altra giornata tragica, segnata da gravi incidenti sul lavoro: sei le vittime.
Traggo spunto da questo articolo del Corriere della Sera per alcune brevi considerazioni (quelle che possono essere fatte in base alla sola lettura dell’articolo, senza avere diretta conoscenza dei fatti) e per qualche riflessione a fini propositivi.

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Otto Griebel: “Die Internationale” 1928-1930


1. FROSINONE - A Frosinone un operaio di 44 anni è morto poco prima delle 8 in un cantiere di Villa Santo Stefano. Stava lavorando, assieme ad altri operai, alla ristrutturazione del tetto di una casa ed è precipitato da un’altezza di oltre otto metri, dopo aver messo un piede in fallo. «È scivolato mentre cercava di salire o scendere da una piccola scala di ferro posizionata sull’ultima rampa del ponteggio del cantiere che porta al tetto – spiega il segretario generale Fillea-Cgil -. Quando accadono incidenti del genere non si tratta mai di fatalità, ma di misure di sicurezza disattese. La vittima non aveva alcuna imbragatura».
Le cadute dall’alto sono tra le principali cause di morte o lesioni gravi specialmente nei cantieri edili. La più elementare misura di sicurezza è la protezione con parapetti e/o comodi piani di lavoro; laddove non sia possibile si deve operare imponendo l’uso di imbragature (ossia corpetti che si agganciano con funi di sicurezza ad appigli sicuri). In questo caso è stata determinante l’omissione di queste misure di sicurezza.

2. DUE MORTI A PADOVA – Altra tragedia a Padova, dove due uomini, il titolare di un’azienda di trasporti e suo fratello, sono morti folgorati alla Eurosfusi, azienda di autotrasporti di Schiavonia d’Este (Padova). Si sarebbe trattato di una tragica disattenzione: i due hanno alzato il manico in ferro di una lunga scopa fino a toccare i cavi della corrente. Il camion cisterna su cui stavano lavorando e l’area del piazzale esterno in cui è avvenuta la tragedia sono stati posti sotto sequestro. Destino ha voluto che il camion, usato per il trasporto di cemento fosse stato parcheggiato per la pulizia proprio sotto i cavi dell’energia elettrica, con una tensione di 20 kw.
La “tragica fatalità” poteva essere evitata rendendo inaccessibile ai mezzi la zona sottostante i cavi dell’energia elettrica. Esistono fasce di rispetto minime da osservare, in questi casi.

3.INVESTITO A FERRARA – Un operaio bosniaco di 21 anni – Adis Masinovic, residente nella provincia di Treviso – che lavorava in un cantiere della provincia di Ferrara limitrofo alla ferrovia per la costruzione di un sovrappasso, è morto investito dall’Eurostar 9463 Venezia- Roma vicino alla stazione di Coronella, tra Bologna e Ferrara. L’incidente è avvenuto martedì mattina attorno alle 8: l’uomo, forse al primo giorno di lavoro, con una motosega in mano, era sui binari quando è arrivato il treno. Probabilmente voleva attraversare per andare a tagliare della legna o degli arbusti…
Per come descritto, nutro qualche dubbio se catalogare questo un “incidente sul lavoro”; a me sembra trattarsi di un’avventata imprudenza da parte della vittima, una cosa che sarebbe potuta capitare anche al di fuori dell’ambito lavorativo.

4.SCHIACCIATO A MONFALCONE - Un altro operaio, il croato Iuko Jerco di 41 anni, è morto nello stabilimento Fincantieri di Monfalcone (Gorizia) poco prima delle 18 di martedì. Sarebbe rimasto schiacciato da un macchinario. La Fincantieri fa sapere che l’incidente non è avvenuto a bordo o in banchina ma dentro un’officina. Il saldocarpentiere lavorava per una ditta croata che opera per il consorzio Mistral, con sede a Trieste.
La dinamica narrata farebbe pensare ad un problema connesso ad un non corretto fissaggio e/o stabilizzazione della macchina o, se si trattasse di un macchinario movimentato da gru o carroponte, da una manovra errata di questi. Occorrerebbe sapere se la zona di manovra fosse correttamente delimitata, ecc ecc.- mancano sufficienti elementi di analisi.

5.TARANTO, MORTO IN OSPEDALE – In serata è morta in ospedale la sesta vittima di questa tragica giornata: l’albanese Gjoni Arjan, 47 anni, operaio della ditta Pedretti, impresa che lavora in appalto per l’Ilva di Taranto, caduto mentre insieme al caposquadra stava lavorando all’assemblaggio di strutture metalliche su una passerella a 15 metri da terra. Il dipendente aveva riportato gravissimi traumi al torace e alle gambe.
Si tratta ancora di una caduta dall’alto. Vale il discorso fatto per il punto 1.

6.INCIDENTE ANCHE A LA SPEZIA – Rischia invece di perdere un braccio un operaio 40enne spezzino, dipendente di una ditta privata impegnata in lavori di risistemazione del manto stradale al molo Fornelli del porto di La Spezia. Stava lavorando con una macchina impastatrice di cemento quando è rimasto con un braccio incastrato dentro l’apparecchiatura.
Le macchine impastatrici devono avere una grata di protezione che impedisca l’impigliamento; spesso la grata viene rimossa per rendere più “comodo” (ossia più veloce e meno faticoso) il lavoro di carico del materiale da impastare. Inoltre l’abbigliamento dell’operatore deve essere tale da evitare che parti del vestiario (maniche, cinture, ecc.) possano incastrarsi negli elementi mobili delle macchine, trascinando l’operatore verso gli ingranaggi.

7.GAMBA AMPUTATA A UN AUTISTA – Infine, è stato necessario amputare una gamba a un autista di 45 anni residente in provincia di Bergamo, investito da un muletto nel piazzale di un’azienda di Senna Comasco. L’uomo ha riportato lesioni gravi anche all’altra gamba ed è ricoverato in prognosi riservata. L’autista era appena arrivato nel piazzale della Zetacarton per una consegna, è sceso dall’autocarro e subito dopo è stato investito dal muletto guidato da un dipendente dell’azienda, che probabilmente non si è accorto del pedone.

Qui l’incidente sembrerebbe da attribuire a disattenzione da parte del guidatore del muletto. E’ un tipo di incidente che sarebbe potuto accadere anche fuori dell’ambito lavorativo (per strada, ad esempio).

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La mancata o insufficiente adozione di misure di sicurezza sembrerebbe evidente in almeno quattro dei sette incidenti descritti nell’articolo (quelli ai numeri 1. 2. 5. e 6.). Per altri due (i numeri 3. e 7.) a mio parere si tratta di tipologie di incidenti che, ancorché avvenuti in (o nei pressi di) luoghi di lavoro, non possono definirsi “tipici” dei luoghi di lavoro. Ma al cronista del Corriere, ed anche a noi lettori, è parso naturale considerarli tali.
Perché? Perché oggi si fa più attenzione al problema degli incidenti sul lavoro. Finiscono in prima pagina anche incidenti che potrebbero essere ritenuti drammi indipendenti dal contesto lavorativo, ma che trovano trovano sui media questo tipo di “catalogazione”. Si potrebbe dire che si stia espandendo il concetto di “sicurezza sul lavoro” e che il “valore sociale della sicurezza” stia occupando un ruolo sempre più importante nella percezione dell’opinione pubblica.

Non tutti sanno che il numero di incidenti sul lavoro sta diminuendo, lentamente ma costantemente. Negli ultimi dieci anni la media di infortuni denunciati è stata intorno al milione all’anno, e gli incidenti mortali sono stati intorno ai 1400 all’anno. Numeri allarmanti di morti, certo, ma pur sempre dell’ordine di un terzo rispetto al numero dei morti degli anni fra il 1960-1980.

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I morti ogni giorno erano il triplo solo venti anni fa, ma se ne parlava molto meno. E’ sorprendente, no?
Il fatto è che, oggi, vi è da parte dei media e dell’opinione pubblica una maggiore percezione del problema. E per fortuna, perché è solo da questa sensibilizzazione che nasce e cresce la cultura della sicurezza.

Cos’è cambiato? Forse che un tempo non esistevano normative sulla sicurezza? No.
Al contrario, l’Italia si era dotata fin dagli Anni Cinquanta di una poderosa e – per l’epoca – avanzatissima legislazione [(DPR 547/55 (prevenzione infortuni sul lavoro) - DPR 164/56 (prevenzione infortuni nelle costruzioni) - DPR 303/56 (norme generali per l’igiene del lavoro)] rimasta in vigore per una quarantina d’anni, anche se applicata e fatta osservare in modo a dir poco “disattento”. Più recentemente, con l’introduzione del D.Lgs. 626/1994 sulla sicurezza dei luoghi di lavoro e del D.Lgs. 494/1996 sulla sicurezza del cantieri il nostro Paese si era allineato alle più recenti direttive comunitarie sul tema, e da allora l’evoluzione normativa è stata costante.
Il Testo Unico sulla Sicurezza, di recentissima emanazione, (1.4.2008, non ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale ) accorpa, apportandovi ulteriori modifiche, la già ampia legislazione riguardante la sicurezza sui luoghi di lavoro.

Una cosa mi sento di affermare con assoluta certezza: non è la carenza di leggi che fa carenza di sicurezza; semmai, al contrario, è l’esistenza di tante disposizioni e di numerosi adempimenti burocratici che a volte può disorientare. Ma sarebbe sbagliato (oltre che ridicolo) sostenere che i morti sul lavoro dipendono da eccessiva legislazione.

No, i morti sul lavoro dipendono essenzialmente da una scarsa cultura della sicurezza da parte di alcune (molte?) imprese ed anche – per dirla tutta – di alcuni degli stessi operatori.

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E’ la qualificazione delle aziende a “fare sicurezza”. Anche se i fatti della Thyssen-Krupp e quelli alla FIAT di Melfi sembrerebbero smentire questa asserzione, i dati ci dicono che il grosso del problema non è nelle grandi aziende, ma nelle piccole e piccolissime imprese. I casi concreti che sono stati citati nell’articolo qui sopra ne sono testimonianza.

Io credo che bisognerebbe introdurre una sorta di “patente a punti” delle imprese, che dia la possibilità di lavorare solo ad aziende che garantiscano il rispetto delle norme di sicurezza ed il cui tasso di “incidentalità” resti al di sotto di una soglia massima, superata la quale l’azienda perde l’abilitazione a svolgere la propria attività. E questo deve valere per la FIAT, per la Thyssen-Krupp, ma anche per l’elettricista chiamato a casa dalla signora Amalia di Voghera o per la piccola ditta di imbianchino reclutata dall’amministratore del mio condominio.
Insomma, chiunque opera dovrebbe possedere una qualificazione adeguata al lavoro che deve eseguire che andrebbe valutata non solo sulla capacità tecnica e sull’organizzazione produttiva (cosa già prevista, almeno per gli appalti pubblici), ma anche sulla capacità di operare in sicurezza misurata dal numero di infortuni denunciati rispetto alla forza-lavoro.

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Non mi nascondo le difficoltà: sarebbe una novità che il mondo delle imprese potrebbe non vedere di buon occhio (almeno quella parte del mondo delle imprese che non fa della sicurezza una priorità). Ma, a mio parere, oggi che l’opinione pubblica è più sensibile al fenomeno è il momento giusto per introdurre questa innovazione. Una piccola grande rivoluzione che potrebbe liberarci dai “bollettini di guerra” che raccontano ogni giorno di povera gente che esce la mattina di casa per guadagnarsi il tozzo di pane e che ancora troppo spesso a casa non torna più.

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Comments

2 Risposte a “Il Diritto di Lavorare, il Diritto di Vivere”
  1. Doxaliber scrive:

    Una mia conoscente che lavora all’Ispettorato del Lavoro mi ha detto che c’è carenza di tutto, addirittura dei materiali da cancelleria. Mancano le penne, e se le porta da casa, e mancano i fogli per stampare. Chi ha a disposizione dei fogli li chiude a chiave nel cassetto della sua scrivania e finché si può riutilizzano i fogli già stampati ristampando nella parte posteriore.

    Questo è un’altra faccia della medaglia. Gli ispettori non sono certo messi nella condizione di svolgere al meglio il loro lavoro.

    Altra cosa, fino a pochi anni fa (ora non so se le cose sono cambiate) si avevano a disposizione 5 giorni per regolarizzare un neo assunto, allora le imprese usavano questo trucco, quando arrivava un ispettore del lavoro e trovavano qualcuno non in regola il datore affermava che il ragazzo era appena stato assunto e che le carte erano dal “consulente”. A quel punto l’imprenditore chiamava il consulente che, immediatamente, stampava contratto e richiesta di assunzione da portare al collocamento e presentava la domanda di regolarizzazione.

  2. Oris scrive:

    Sono stato a fare una denuncia alla Questura.

    Non hanno nulla, i pc non vanno, i sistemi sono obsoleti, non hanno avuto la benzina per mesi, le scarpe le comprano loro…. gli stipendi per ora arrivano…

    L’ispettore non ha fatto che scusarsi con me…

    Vi giuro, vedere lavorare gente in quello stato mi faceva venire voglia di dargli una mano a sistemare almeno le reti e settare quei terribili computer winzozz magari sistemandogli su una distro linux …

    perchè manco le stampanti andavano….

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