I Tostapane della Mia Vita


Nella mia vita ho avuto a che fare con diversi tostapane, ma ne ho posseduti solo due. O meglio, questa affermazione è vera solo se il concetto di proprietà è interpretato quantisticamente, non tentando di estenderlo in termini assoluti, ma verificando in modalità puntuale e con leggera approssimazione le singole occorrenze di rappresentazione.

Il primo, infatti, era di proprietà dei miei genitori, ma io, quando ancora vivevo in famiglia e tutte le volte che successivamente mi trovavo da loro, ne potevo disporre in piena libertà. Precisiamo, non sono sicuro che avrei potuto alienarlo o distruggerlo senza doverne affrontare conseguenze relazionali, ma è corretto dire che me ne era garantito l’accesso in termini rifkiniani.
Era un oggetto dei tardi anni settanta, costruito con metallo lucido e grosse rifiniture di plastica nera che, col tempo, si sono progressivamente fuse assumendo forme non prive di grazia. Il cavo di alimentazione era ricoperto con una specie di tessuto fittamente intrecciato, la spina era una di quelle che oggi classifichiamo di tipo C senza contatto di terra, ma con una vite che serviva per aprirla e operare interventi di manutenzione o sostituzione. Non me ne sovviene la marca, ma ricordo perfettamente che durante il funzionamento le pareti diventavano roventi al punto che già da dieci centimetri di distanza il calore era nettamente percepibile. Non disponeva di alcun timer o di termostato. Una fetta di pane inserita nella pinza poteva procedere fino alla totale combustione. Per ottenere risultati commestibili bisognava operare un’accurata vigilanza. Alla luce di questi ricordi e nell’indisponibilità di dati di targa ne stimo la potenza tra 1,5 e 2 kW. La conversione in Joule è lasciata per esercizio tenendo presente che la cottura di un toast farcito richiedeva tra i due e i quattro minuti in dipendenza della consistenza e dell’entità del materiale edibile apposto tra le fette.
Io lo usavo di sera, chiuso nella cucina di famiglia, dopo aver passato la giornata a macchiarmi la coscienza con cose di cui, in fondo, non mi sono mai pentito. Mi ricordo che accendevo la TV in bianco e nero e, fra una sigaretta e l’altra, mi preparavo dei piccoli sandwich con le sottilette Kraft. Succedeva d’inverno, spesso pioveva, la veranda della cucina aveva spifferi e, oltre il buio, si sentiva rumoreggiare il mare sul Mercatello’s Delta.

Il secondo mi fu regalato. Era la fine degli anni 90. Lo comprò per me Maria Letizia, una ragazzina minuta dal corpo da ginnasta e una piccola frangetta nera sul viso leggermente asimmetrico. Come dice il mio amico Ponza, “noi siamo ricettacoli di speranze femminili mal riposte” e, alla luce degli eventi e della sopravvenuta maturità, posso dire di non aver meritato il suo amore semplice, spontaneo e pieno di dolcezza.

Everything passes, but nothing entirely goes away.”.

Il tostapane era di marca Imetec, di plastica verde chiarissima, di quelli che non scaldano le fiancate. Ne scriverò poco perché non credo di averlo mai veramente amato. A partire dal colore anemico, i colori anemici non li sopporto, fino al fatto che, per tostare una fetta di pane secondo i miei gusti era necessario avvitare due o tre volte il timer meccanico che ne regolava accensione e spegnimento. Io adoro la potenza che si declina nella complessa struttura di governo di una macchina. Il rombo di un elicottero che si approssima mi emoziona, lo scuotersi di un fucile di assalto tra le braccia mi commuove, i cingoli di un’escavatrice che avanza a tutta manetta mi provocano feticistici brividi di eccitazione. L’idea che quella macchina dispiegasse solo 550 Watt di potenza mi ha sempre indispettito, come se qualche Dio avesse deciso che io, uomo di guerra e di scienza, non fossi in grado di gestire alte energie e fosse opportuno consegnarmi la versione in sedicesimo di una saetta per non farmi male.
Eppure, un po’ in nome degli occhi scuri di Letizia e un po’ per pigrizia, me lo sono trascinato dietro in tutte le case e le città che ho cambiato in questi anni.
Quando qualche settimana fa si è rotto mandando in corto l’impianto elettrico ho prima provveduto ad accertarmi che il problema fosse suo e non della presa o del cavo di prolunga. Poi me lo sono messo di fronte, sul tavolo, e l’ho osservato. Oltre la plastica solo una resistenza e un interruttore meccanico di circuito elettrico. Tecnologia elementare di oltre un secolo e mezzo fa che avrei potuto affrontare senza la minima difficoltà. Ma poi è prevala la profonda crudeltà che ammala il mio cuore e l’ho buttato nel bidone del residuo con la stessa soddisfazione che si prova a sparare alla nuca di un prigioniero che ti trascini dietro da troppi giorni.

Ora viene il bello di questa breve storia perché, nonostante io usi il tostapane con frequenza plutoniana, avendo esercitato la responsabilità di decidere il destino del ferito, così come ho sempre fatto nelle mie passate esperienze (e non tutti erano tostapane) mi sono fatto carico delle relative conseguenze.
Per cui ora sono alla ricerca di un nuovo tostapane. Mi serve uno che abbrustolisca solo il pane o sia capace di fare anche i toast farciti? Va privilegiata la potenza dirompente o l’erogazione progressiva che può essere meglio controllata? Quale grado di libertà deve avere la macchina nell’ambito della sua funzione? Deve espellere i toast con la molla o suonare un melodioso campanellino? All’occorrenza deve poter essere usato per uccidere?

Sono ormai giorni che mi arrovello intorno a questa questione. La notte, mentre cento milioni di stelle punteggiano il cielo terso di questo gelido gennaio, insieme al ricordo di ciò che è stato e la cupa predizione di ciò che sarà, io penso intensamente al mio nuovo tostapane che è da qualche parte, silenzioso e spento, in attesa di essere chiamato alla vita e impetuosamente fiammeggiare.