I Sogni di Mario 15


Il dubbio non è sull’obiettivo da raggiungere. Quello è chiarissimo, piuttosto sulla strada da percorrere, costellata di incertezze e irta di ostacoli. Dio mio che gente. Pronti a tutto pur di salvaguardare i privilegi raggiunti, la ricchezza, il potere. Dei parvenu che l’alea ha deposto sulla battigia dopo una mareggiata, lasciandoli emergere dalla sostanza informe nella quale si erano formati e che che ora non vogliono più tornare a confondersi nella massa di cui sono figli.

Mario si allontana dal piatto della sua leggerissima cena. Il maggiordomo, che attendeva silenzioso alle sue spalle, scivola di lato e libera il desco. Mario congiunge le mani di fronte al viso ed attende che gli venga consegnato il fascio dei giornali che non ha avuto ancora il tempo di sfogliare.
Mentre attende che gli venga servito il caffè decaffeinato che gli concilia così bene il sonno, scorre rapidamente le prime pagine dei grandi quotidiani nazionali. Rimbalzano più o meno tutti la stessa notizia. La stampa è probabilmente il peggiore dei prodotti del made in Italy. Ovviamente Mario non si riferisce soltanto agli inutili fasci di carta pomposamente chiamati “giornali”, ma anche alle decine e decine di talk show, nessuno interessato alla sostanza delle cose, al baratro lungo il quale tutti stanno inconsapevolmente camminando, ma presi esclusivamente dallo scandalo, dalla dichiarazione esplosiva, a volte artatamente rilasciata ed altre volte inconsapevolmente diffusa.

“Choosy”, mio Dio, è imperativo parlare di nuovo con Elsa. Lei ha una fede totale nella dottrina, ma è incapace di comprendere che questa fede non è condivisa da chi non la può comprendere. Anche se ora ha un ruolo pubblico, continua a comportarsi come l’insegnante altezzosa di un liceo di provincia.

La quiete della stanza viene turbata dal rombo basso di un elicottero che passa a bassa quota, come accade sempre giorno e notte, quando si trova in quella residenza,  più o meno ogni venti minuti. Quando se ne è lamentato col responsabile della sicurezza, quello ha sorriso senza rispondere, forse pensando che il Professore si preoccupasse dello spreco di carburante, incapace di comprendere l’inquietudine che possono suscitare certe misure in un uomo pacifico come lui. Mario si alza e si avvicina alla finestra. Questa sera, davanti al portone, sono di turno i berretti verdi della Finanza. Tre giovanotti, in giubbotto antiproiettile che chiacchierano oziosamente appoggiati alla macchina e fanno gli spiritosi con le ragazze di passaggio. Sulla terrazza di fronte Mario vede il rapido brillare di una brace di sigaretta. I tiratori scelti non dovrebbero fumare in servizio. Sarà opportuno riferirlo.

Mario non riesce ancora a comprendere come sia possibile che qualcuno tema per davvero che ci sia una persona disposta ad fargli del male. Questa cosa lo ferisce nel profondo. Possibile che i suoi connazionali non abbiano ancora capito che lui sta facendo tutto quello che è necessario per cercare di salvare ciò che rimane del loro paese? Lui si è chiesto più volte se, anche involontariamente, non stia perseguendo un’ambizione personale, ma in tutta onestà e sincerità si è risposto di no. Aldilà delle derive ideali nelle quali ama cullarsi la gente, quella massa opaca senza volto che ogni mattina si alza per curarsi dei suoi affari senza nessun interesse per il destino comune e sempre pronta a seguire quello che urla di più, il Professore sa benissimo che la strada da percorrere è una sola ed è strettissima.

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