I problemi vengono da lontano. 15


Come spesso si constata,  i nostri problemi vengono da lontano.

Atterrato all’aeroporto della grande metropoli africana e sceso dall’aereo Alitalia, andai immediatamente a sbattere contro l’aria. Da quelle parti deve avere un coefficiente di densità superiore: era come muoversi in un fluido denso e caldo, sembrava di respirare più un corpo che un etere.

Mi aspettava un piccolo comitato di ricevimento di neri capeggiati da Odorico, geometra un  tempo, ma proprio tanto tempo addietro, vicentino,  che reggeva un cartello con su scritto “Mr. Django”. Direi cose ritrite…i bambini questuanti…l’allegro mezzo casotto…già ampiamente note ad innumerevoli viaggiatori.

Mi portarono dopo un lunghissimo percorso stradale fino al quartiere di periferia dove avrei abitato e mi aprirono le porte di una bassa villetta che doveva avere conosciuto tempi migliori.

Dunque, nell’ordine: il portone di ferro alto tre metri con la feritoia per la guardia, a chiudere il muro di cinta; la serranda a pantografo che proteggeva  la portafinestra; una porta a sbarre di ferro con chiavistello e lucchetto per entrare in corridoio (quelle delle carceri per intenderci); una seconda porta a sbarre di ferro a proteggere la porta di legno della camera da letto, da chiudere con lucchetto e chiavistello prima di andare a dormire. Naturalmente sbarre a tutte le finestre. Ho rapidamente considerato che, in caso di malore, si sarebbe dovuto prima di tutto telefonare ad una squadra di fabbri esperti in ossitaglio (fidatevi, ho un patentino da saldatore). Ma non c’era il telefono ed i  cellulari erano ancora confinati nella fantascienza.

Mi lasciarono quasi  subito solo ed io cominciai un piccolo giro di ambientazione. Odore di funghi, di tendine da finestra irrancidite e acqua non utilizzabile. Come mi avevano detto “Full Accomodations”.

Dalla mia avevo però ascendenti meridionali ed un passato di vita in Sicilia. Conoscevo quindi gli odori della “Vucciria” e l’esistenza degli scarafaggi volanti cosa che, insieme al terremoto del ’68 della valle del Belice, mi aveva fatto innamorare del nordest d’Italia. Non potevo immaginare mi aspettasse il Friuli del ’76. Adesso che ci penso: per qualche decina di chilometri, sono anche sfuggito al Vajont nel ’63. Uhm! Ho il sospetto di sapere dove cadrà l’asteroide del 2036. Ma non gettatemi a mare sperando di calmare la tempesta finanziaria. Il mio nome è Django… non Djona!

Solo che gli scarafaggi africani c’avevano, come dire, più fisico. Ed anche una personalità. Quello che avevo osservato con raccapriccio mi aveva restituito lo sguardo. Capii che non era il caso di tentare un corpo a corpo, lui giocava in casa, quindi mi limitai a mettere dei bicchieri rovesciati sui buchi di scarico dei lavandini.

Andai in camera da letto a ritroso, chiudendo accuratamente tutti i lucchetti sui chiavistelli, presi un lenzuolo di indefinita pulizia, lo intrisi di insetticida e mi ci avvolsi a sigaro. Good night.

E sognai. Sognai un Paese in profondo dissesto idrogeologico da sempre. Se un comune italiano come me aveva sfiorato almeno tre disastri di ordine di grandezza nazionale, quanti altri ci avevano lasciato la pelle in quelli e nei numerosi altri?

Al mio risveglio Odorico mi venne a prendere per portarmi agli uffici della impresa che mi aveva assunto. L’autoradio dava quella musica che avrei ritrovato qualche tempo dopo nel  famoso disco di Paul Simon. Meno male, perché mi distraeva dal folle traffico africano della superstrada.

Dobbiamo ricordarci che era il 1990 e quindi i grandi movimenti di persone dai paesi dell’est Europa erano sempre più frequenti. Era gente preparata, con studi tecnici di livello universitario, perché tutto si può dire, ma non che i Paesi socialisti non favorissero l’acculturamento delle masse, proprie ed anche straniere.

Quindi in ditta, gli ingegneri del ramo impianti elettrici erano polacchi. Era cominciato quel gioco al ribasso che sarebbe poi diventato planetario e ci avrebbe riguardato tutti.

Gli ingegneri polacchi costavano 2000 dollari al mese, mentre i canadesi o gli americani 8000.

Uno dei due, come spesso capita era serio e simpatico, l’altro tracotante.

Il mio compito per fortuna era di fare l’aiutante di quello simpatico, ma ricorderò sempre la frase con la quale feci la conoscenza dell’altro.

“Allora, come è andato il volo?”

“Bene.”

“ E con quale compagnia?”

“Alitalia”

“Ah ah ah! A-L-I-T-A-L-I-A: Always Late In Take-off Always Late In Arrival!”

I problemi vengono da lontano.

***

Alla sera la strada davanti alla villetta si animava di gente.  Si formava un piccolo mercato, quasi sempre su bancarelle composte da sedie.

Odorico , che abitava nella villetta accanto alla mia, mi mandava a comprare un certo famoso vino alla corteccia di china che, era sua convinzione, fosse il miglior presidio preventivo contro la malaria.

In questo era rimasto veneto e credo che il principio attivo a cui si riferisse fosse il vino.

La piccola folla del mercatino silenzioso e notturno era spesso attraversata da persone sorprendenti,  sempre molto gentili e delicate. Anche quando ti chiedevano qualcosa si avvicinavano con pudore ed alla fine ti regalavano un pezzetto della loro storia.

Ricordo una sera che un giovane signore mi si avvicinò e con molta gentilezza mi chiese se potessi comprargli un uovo (1!) che egli non poteva permettersi. Io, con altrettanta gentilezza  per non dare peso alla cosa , gliene comprai uno come fossimo due conoscenti di cui uno avesse dimenticato i soldi a casa. Per ringraziarmi mi chiese se volessi sapere il suo mestiere.

“Certo” dissi.

E lui “Sono un architetto”.

Un’altra volta stazionava nella strada una vera rarità, un nero anziano.

Aveva una faccia che lo faceva somigliare ad un Noè nero con la barba ed i capelli ricci e bianchi, veniva voglia di volergli bene.

Gira e rigira, venne a parlare con me per chiedere qualcosa.

L’autista che mi accompagnava non era ancora andato via e si  aggiunse alla conversazione.

Il vecchio ci disse di chiamarsi Benjamin e ad un certo punto l’autista, che aveva cominciato a sospettare qualcosa forse per l’accento, gli chiese di dove fosse. Era il periodo degli immigrati ghanesi.

La conversazione entrò visibilmente in una fase di tensione ed io mi domandavo come sarebbe andata a finire (avevo sentito dire di processi sommari, di copertoni usati come camicie di forza, un goccio di benzina e via!).

Ma il vecchio Noè, ad un tratto, abbassò le spalle con una aria disarmante, emise un affranto sospiro e disse rivolto all’autista “ We are all black… man…” con una voce che neanche Ray Charles, e la cosa finì lì.

***

Sono un uomo molto ordinario. Se ci incontrassimo in autobus non mi notereste neanche, soprattutto le femmine. Non scrivo queste cose per sembrare ciò che non sono. E’ che, come ho letto da qualche parte, il cervello e l’intestino originano dalle stesse strutture embrionali ed in me la dose di  tessuto nervoso nell’intestino deve essere superiore al normale perché ragiono con la pancia: predominano le emozioni.

Leggendo di tutti questi avvenimenti, i migranti, la globalizzazione, la crisi che ci attanaglia e le differenze del mondo, mi è sembrato che in testa le tessere di un mosaico, di un puzzle, andassero al loro posto senza sforzo.

Ma forse sono solo come quello che si vantava di avere completato il puzzle in pochi giorni. E sulla scatola c’era scritto 3-4 anni.

Di Django


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