I mille e un Governo 22


Siamo a due mesi dalle ultime elezioni, a 17 mesi dall’inizio di una fase politica in cui non è presente un governo politico a norma di Costituzione, a 60 mesi dall’insediamento dell’ultimo Governo semplice e reale, che non sia connotato da specifiche successive quali “dei tecnici”, “del Presidente”, “di larghe intese”. L’ultimo è stato quello delegittimato dall’Europa per lasciare il posto al patetico Monti. E’ giusto ricordarlo, perché quando la rana viene cotta a fuoco lento si dimentica di dove è stata messa e si assuefa al calore ricevuto che la porta alla morte senza che neanche se ne accorga.

Da quanto tempo l’italia è incapace di stare alle regole del gioco che si è imposta nel 1948? O, se vogliamo, da quanto tempo le regole sancite nel 1948 non bastano più a definire la nostra vita politica? Da quanto tempo la classe politica non si assume le responsabilità per le quali viene lautamente pagata? O, se vogliamo, da quanto tempo la classe politica non riesce ad adempiere al ruolo per cui è stata votata? Quanto tempo deve passare affinché una semplice crisi di governo diventi una vera e propria voragine politica, istituzionale, costituzionale? O, se vogliamo, qual è il confine che separa l’eccezione dettata da un’emergenza economica o politica, dall’assestamento di un nuovo modo di condurre la stessa vita politica?

Da quando è stato insediato il cosiddetto “governo dei tecnici”, il ruolo del Presidente della Repubblica è stato irrimediabilmente ridefinito: il vuoto politico causato dall’insediamento di un governo esterno ha donato molti più poteri al nostro Presidente tanto da farlo diventare, progressivamente, l’emblema di una Repubblica che si appresta a diventare quantomeno semi-presidenziale. La stessa nomina di un governo tecnico è stata un passo in quella direzione, solo il primo di un lungo percorso che ancora non si è concluso e anzi è ben lontano dal traguardo finale. L’insediamento del “governo dei tecnici” è avvenuto infatti a seguito della nomina come senatore a vita di Monti, non si sa per quale preciso motivo: l’articolo 59 della nostra Costituzione recita testualmente che “il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Resta ancora da chiarire quali siano questi altissimi meriti di cui Monti sembra essersi ricoperto.

Che si tratti o meno di un attentato alla Costituzione, è certo che la nostra carta costituzionale non basta più a regolare le dinamiche interne cui ci troviamo davanti. Se ai padri fondatori della nostra Repubblica era chiara l’idea che un Capo dello Stato dovesse avere poteri limitati per tempi limitati (molti di loro pensavano addirittura che 7 anni fossero troppi, che due mandati non fossero a norma e che due mandati consecutivi fossero per di più improponibili) a noi questo concetto non sembra più così scontato.

La formazione di un governo è diventata un qualcosa di vago, interpretabile, estendibile a “scopi” e soggetta a tempi non previsti dalla nostra legge fondamentale; la Presidenza della Repubblica si trova a compiere scelte politiche in autonomia, promuovendo a titolo personale “commissioni di saggi” e “tecnici super partes” che finiscono per avere ruoli centrali nella stesura di leggi e linee guida per i futuri governi; lo stesso Presidente viene addirittura rieletto per la prima volta nella nostra storia a fronte di un’incapacità o una mancanza di volontà nel trovare un accordo su un nuovo nome; e lo stesso Presidente si sente costretto a porre i termini e gli scopi del nuovo governo, le priorità e le necessita cui a suo dire dovrà far fronte, con un partito (il pd) completamente stravolto rispetto a quello che è stato votato solo due mesi fa. Se si potessero resuscitare i membri dell’Assemblea Costituente, essi probabilmente si chiederebbero se le loro decisioni siano realmente arrivate fino ai giorni nostri.

Sia che si pensi a un’impossibilità di trovare convergenze su una nuova nomina, sia che si ritenga il doppio mandato una vera e propria decisione strategica dei politici che ci rappresentano, emerge chiaramente poca volontà di rinnovamento: le uniche reali proposte per il nuovo incarico sono state Rodotà e Marini; siamo sinceri: Prodi aveva chance di essere eletto tante quante ne aveva Rocco Siffredi. Se in passato abbiamo avuto elezioni che si sono protratte fino a veder nominare il nuovo Presidente al ventunesimo scrutinio, questa volta i nostri politici si sono arresi al primo tentativo. Poi, una serie di votazioni in bianco o al più contraddistinte da segni di riconoscimento, li ha accompagnati fino alla genialata del doppio mandato implorato a suon di lacrime e di ammissioni di incapacità. Incapacità che però, a quanto pare, non permette a chi se ne sente permeato di farsi completamente da parte.

Ognuno tira le proprie conclusioni, non è importante se lo stra-twittato #Napolitanobis sia una strategia, un compromesso o un ripiegamento su scelte momentaneamente più comode. Quello che importa è che certe decisioni comportano cambiamenti da cui non ci si può tirare indietro con tanta facilità.

In tutto questo, ci troviamo di fronte a una spaccatura popolare senza precedenti nella storia recente del nostro paese. Le tre minoranze che si scontrano più o meno accanitamente all’interno del Parlamento, si scontrano con un accanimento decisamente maggiore fuori dalle istituzioni: nelle strade e sulla rete. Tutto questo parlare di “grillini”, “piddini”, “pidiellini” non è altro che l’espressione linguistica di uno scontro che avviene ormai quotidianamente più a livello popolare che a livello politico-istituzionale. Tutti si professano depositari della verità, nessuno è disposto ad ascoltare e comprendere la fazione “nemica”, molti sono abili a notare i difetti di chi hanno davanti, pochi sono capaci di riconoscere i propri. Tanto che spesso e volentieri si finisce per appellare col nome sbagliato la persona sbagliata.

Facciamo bene? Facciamo male? Facciamo solo quello che abbiamo visto fare ai politici negli ultimi anni. Il “governo di larghe intese” o “del popolo”, forse, sarebbe più opportuno che lo istituissimo noi. Peggio di loro non possiamo fare.


Informazioni su Gilda

I governi non mi piacciono in generale, che siano produttivi o fallimentari. Non mi aggrada che pochi scelgano per molti, anche quando i pochi siano scelti dai molti in una più che utopica unanimità.

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