I had a dream 14


Ho fatto un sogno, qualche sera fa. Ho sognato di essere seduto su una sperduta spiaggia dell’Egeo che guardava a occidente, perché lì avevo trovato rifugio da un’umanità che aveva finito le parole. I miei simili se l’erano perse per strada, abbandonate, misconosciute per il troppo uso, ormai fantasmi di quel che significavano. Se l’erano consumate tutte al poker dei social network, quelle povere 3-4000 parole usate di consueto da una persona mediamente colta nell’esercizio del suo intelletto. Erano servite e straservite a descrivere nei minimi dettagli eppure in circa 500 battute quel che un individuo poteva vedere, pensare, sentire. Erano bastate a raccontare, complici la nostra pigrizia e la nostra omologazione, una vita intera fatta di istanti indimenticabili, ma dimenticati al volo appena usciti dalla tastiera.

L’umanità aveva scoperto la sua bulimia di condivisione, allargata ai più perfetti estranei, in cerca di un attimo di attenzione evidentemente negata per le vie non virtuali; aveva trovato sfogo alle sue frustrazioni, alla rabbia, all’estasi, in presenza di un pubblico inesistente, pietendo, in un “mi piace”, un segno di consenso, e quindi la conferma della propria esistenza in vita.
Tutti divenimmo scrittori compulsivi e lettori disattenti, i “like” furono merce di scambio pregiata e rara, ognuno attendeva insonne la loro notifica, riuscendo a trovare pace solo quando qualcuno dava cenno di averci letti, capiti, apprezzati. Intanto l’umanità svendeva le sue emozioni, i suoi pensieri, le sue idee, i pezzi del proprio corpo, i padri nobili del passato, persino, mettendo loro in bocca aforismi triti placcati di saggezza orientale.


Nel mio sogno non c’era più niente da dire o da dirsi. Tutto era già stato espresso innumerevoli volte, eravamo tutti eviscerati come pesci pronti da fare al sale, nulla più potevamo contenere, ogni recondito moto dell’animo e della mente era stato vomitato, purché qualcuno si accorgesse che esistevamo. Ma, così presi dal voler farci capire, non davamo più retta a nessuno, divenendo sordi e ciechi, e pretendendo tuttavia di essere visti e ascoltati. Come impazzita, la società si disgregava, le famiglie si scioglievano, gli amici di un tempo si odiavano, i figli colpivano i genitori e si rifiutavano di seppellirli. Le madri non riconoscevano più il pianto dei loro neonati e li lasciavano morire di fame. Qualcuno tentò un intervento estremo, una quarantena, una disintossicazione, un nuovo flusso migratorio che portasse sangue non contaminato nelle nazioni prostrate, ma tutto fu inutile. Le parole non tornarono, mai più. L’umanità si estinse, per mancanza di termini con i quali esprimere il vuoto insopportabile che portava dentro, e nessuno riuscì ad aiutare alcun altro a uscire da quell’isolamento dell’ego ferito, che ormai nulla più poteva né voleva comunicare.
Nel sogno io guardavo il tramonto sull’Egeo, uno dei più bei tramonti dai tempi di Ulisse lo scaltro, e ricordo che neppure tra me e me riuscivo a trovare una frase degna di essere scritta, per poter condividere tale meraviglia con i miei simili. Tale lo sforzo, e il dispiacere di vederlo infruttuoso, che morii di crepacuore, e mi riversai sulla sabbia rosata.


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